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Diario su Cristo. Conclusione

Bisogna ammettere che non c’è alcuna possibilità di riattualizzare il messaggio del Cristo conservandone gli aspetti di teologia ebraica e/o cristiana che gli sono stati attribuiti.

È curioso che i teologi sostengano la tesi secondo cui la ricerca laica del Gesù della storia, quando è condotta per distanziarlo dal Cristo della Chiesa, si risolve in definitiva in un radicale rifiuto della storia. Una tesi davvero insostenibile, poiché nessuno oggi sarebbe disposto a negare che tra il Gesù della fede e il Cristo della storia vi sia un abisso incolmabile. Si dovrebbe anzi dire il contrario, e cioè che è stata proprio la teologia petro-paolina a eliminare qualunque riferimento storico al Cristo politico.

Quindi per noi va assolutamente escluso che per interpretare il Cristo non ci si possa discostare dalla tradizione ecclesiastica che ce l’ha tramandato. La teologia non detiene alcun primato interpretativo (esegetico, ermeneutico, filologico, storico) dell’evento Gesù. I duemila anni di storia ecclesiastica e di teologia dogmatica e di esegesi confessionale e di ermeneutica religiosa vanno semplicemente azzerati, almeno per quanto riguarda la possibilità di delineare i contorni di un Cristo ideologicamente ateo e politicamente sovversivo. Poi sulle questioni etiche si potrà anche discutere, se si vuole.

Certo, può apparire scandaloso sostenere che il Cristo non avesse nulla di religioso e non fosse un pacifista di maniera o a oltranza, ma resta fuor di dubbio che chi oggi lo difende come soggetto squisitamente ebraico o cristiano, non lo capisce con la dovuta radicalità. Non solo, ma i cristiani tendono a svolgere lo stesso ruolo che al tempo dei Romani avevano i pagani contro di loro e contro gli ebrei.

Oggi esiste già un’alternativa al cristianesimo, sia esso ortodosso, cattolico o protestantico: è quella del capitalismo, che si serve di una sorta di cristianesimo laicizzato per poter usare questa religione contro chi si professa ateo e soprattutto socialista. I nuovi sacerdoti sono i capi di stato, i leader politici, ma anche gli scienziati e i guru dell’economia. Nessuno di loro mette ideologicamente o culturalmente in discussione la fede: semplicemente la relega alla sfera privata o la usa in maniera strumentale. Nessuno ha il coraggio di dichiararsi esplicitamente ateo e non farebbe mai un torto a nessuna confessione religiosa, temendo di perdere il consenso politico (ed economico) dei credenti. Il capitalismo è fatto così: è un’ideologia del compromesso.

Per superarlo ci vogliono due cose: ateismo e socialismo. Se quest’ultimo riuscirà a superare il capitalismo, l’ateismo supererà la religione. Ma ci vorrà di mezzo la democrazia, poiché non si può imporre nulla contro la libertà di coscienza. La ragione non ha mai ragioni sufficienti per imporsi con la forza.

Detto altrimenti. Il fatto che il cristianesimo sia stato messo in discussione soprattutto a partire dall’Illuminismo non sta a significare che il razionalismo fosse di per sé superiore alla teologia, poiché la superiorità va dimostrata sul piano pratico, e il capitalismo non può essere considerato qualitativamente “superiore” al feudalesimo, poiché è soltanto una variante più avanzata dei conflitti di classe (più avanzata in quanto ciò che giustifica l’antagonismo sociale non è tanto il possesso della terra, quanto il possesso del denaro, o meglio del capitale, il denaro che si autovalorizza).

Il capitalismo appare più democratico semplicemente perché, mentre la rendita feudale riguardava fondamentalmente due classi, l’aristocrazia laica e quella ecclesiastica, il profitto economico o l’interesse finanziario invece possono coinvolgere chiunque. Alla teologia si è sostituita prima la filosofia, poi la scienza, e nel mentre si affermavano filosofia e scienza una terza disciplina si è imposta: il diritto. Filosofia, scienza e diritto sono state le principali armi culturali con cui la borghesia ha mandato in soffitta la teologia (e tutta la metafisica religiosa). Ovviamente la rivoluzione è avvenuta anche nel campo artistico ed estetico.

Tuttavia il cristianesimo persiste, per quanto lacerato nelle sue tre correnti fondamentali: ortodossa, cattolica e protestantica (in ordine d’importanza concettuale, per quanto sia stato grazie al protestantesimo che si sia sviluppata l’esegesi critica dei vangeli). Questo a significare che non basta una lotta emancipativa sul piano culturale: occorre anche l’affermazione pratica della democrazia sociale, ovvero del socialismo democratico. E in questo campo bisogna dire che gli esperimenti politico-statuali non hanno dato buona prova di sé. A tutt’oggi non si è affermata da nessuna parte un’alternativa convincente (duratura) alla prassi economica del capitalismo e alla sua democrazia meramente formale. Si è certamente sviluppato il laicismo, e quindi una lettura molto critica della tradizione cristiana, ma per il resto siamo ancora in alto mare. E chi pensa che basti il laicismo culturale per vincere le resistenze del cristianesimo, s’illude enormemente. Pur di sopravvivere il cristianesimo non ha scrupoli ad allearsi con lo stesso capitalismo in funzione antisocialista. Infatti i teologi han capito che la vera alternativa non è data tanto dalla cultura ma da quella cosa che fece vincere lo stesso cristianesimo sul paganesimo: la risposta ai bisogni sociali della gente comune.