Diario su Cristo. Le tesi di Bermejo-Rubio

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10. Le tesi di Bermejo-Rubio

Interessante che Fernando Bermejo-Rubio, in L’invenzione di Gesù di Nazareth (Bollati-Boringhieri, 2021), dica che Gesù fu crocefisso dai Romani in quanto rivoluzionario politico, nell’ambito di un’esecuzione collettiva (erano in tre).

Degli altri due, in effetti, è assurdo parlare di “ladroni” o “malfattori”, in quanto la crocefissione era pena riservata ai ribelli politici e non ai criminali comuni. I λῃστάς di Mc 15,27 (ma anche i κακούργους di Lc 23,33) vengono tradotti nella Vulgata come latrones, cioè “ladroni”. Il che fa pensare a tutt’altro che a dei soggetti politicamente eversivi. Ma anche se si fosse parlato di “banditi”, non si sarebbe capito se lo erano in senso politico o economico. Erano forse dei briganti che assalivano i passanti per derubarli? In greco la parola lestes indicava dei banditi in senso politico, cioè dei patrioti (antiromani), quindi molto probabilmente degli zeloti. Se fossero stati dei banditi in senso economico, cioè dei ladroni o dei razziatori di risorse altrui (senza essere degli assassini), molto probabilmente non li avrebbero crocifissi, ma soltanto incarcerati ed eventualmente frustati. La croce era pena riservata agli schiavi ribelli, agli insubordinati nei confronti delle autorità costituite. Inoltre avrebbero usato la parola kleptes.

Insomma la dimensione politica del Cristo venne rimossa, in quanto la condanna capitale come responsabile di insurrezione popolare (per quanto più tentata che realizzata) creava imbarazzo ai suoi seguaci e agli autori filoromani dei primi vangeli.

Eppure – osserva giustamente l’autore – la sua posizione politica sarebbe facilmente comprensibile alla luce delle diffuse aspettative messianiche nei confronti di un re unto che avrebbe ricostituito il regno di Israele, liberando il suo popolo dalla dominazione straniera. Sarebbe stata proprio la pretesa regio-messianica la causa della condanna di Gesù, come testimonia anche il titulus crucis, affidabile storicamente.

Fin qui tutto normale, anche se – bisogna ammetterlo – il titolo della croce era sostanzialmente inesatto, in quanto Gesù non voleva porsi come “re d’Israele” né costruire un “regno” in stile davidico.

In effetti ciò che non convince nelle tesi dell’autore è l’idea che il concetto di “regno di Dio” fosse centrale, storicamente, nel messaggio di Gesù; un’idea da non intendersi, ovviamente, come una realtà astratta, ma come un qualcosa di tangibile, concreto: “regno” indica sia l’esercizio del potere, sia una realtà territoriale, immanente.

Per me invece la denominazione “regno di Dio” è puramente redazionale, non storica. In caso contrario saremmo costretti a parlare di “teologia-politica”, e quindi di un “regno monarchico”, con tanto di “sovrano assoluto”. Il che lo escludo nella predicazione del Cristo, proprio perché lo vedo in antitesi alla posizione del Battista.

Cioè qui, con questo autore, arrivano a scontrarsi due differenti concezioni della politicità del Cristo: da un lato quella teopolitica (che per Bermejo-Rubio è di tipo escatologico o apocalittico); dall’altro quella politica tout-court, finalizzata a costruire, sic et simpliciter, una società democratica, libera e giusta, superando gli antagonismi tribali e religiosi.

Gesù si considerava un “messia in stile davidico”? Io non credo. Se l’avesse fatto, gli sarebbe stato impossibile rifiutare la carica di “monarca” offerta dagli zeloti.1 Al titolo di “figlio di Davide” preferiva quello di “figlio dell’uomo”, usato negli ambienti essenici. Anzi, forse neppure l’uso di questo titolo generico andrebbe accettato così tranquillamente.

Chi l’ha detto che la restaurazione politica della sovranità d’Israele (negata dai Romani) doveva avvenire nei piani di Gesù secondo il cliché della monarchia davidica? Il fatto stesso che abbia cercato di occupare il Tempio, cacciandone i corrotti sadducei; che non lo si veda mai partecipare, come credente, a riti e funzioni e festività religiose; che non abbia rapporti con le gerarchie ecclesiastiche; che non cerchi riconoscimenti da parte del Sinedrio; che venga espulso dalle sinagoghe quando commenta i profeti; che, come apre bocca sulle questioni religiose, rischi sempre il linciaggio; che alla samaritana dica quanto sia indifferente, ai fini della liberazione nazionale, pregare Dio sul loro monte o al Tempio di Gerusalemme, dovrebbe portarci a credere che Gesù non volesse assolutamente riprodurre qualcosa del passato, ma creare qualcosa di inedito per Israele.2

Se vogliamo accettare che Gesù non era affatto un “pacifista ante litteram”, ma al contrario ammetteva un determinato uso della violenza (naturalmente nella forma della “legittima difesa”), bisogna comunque specificare il fine di tale violenza, poiché non può bastare dire che non era un “buonista” per capire che voleva una società non religiosa ma laica. Se guardiamo i resoconti che fece Giuseppe Flavio sulla Guerra giudaica, dobbiamo convenire che a quel tempo nessun partito era “pacifista”, se non quello collaborazionista dei sadducei. Zeloti, sicarii, farisei, idumei, samaritani, esseni… chi più chi meno erano tutti con le armi in mano contro i Romani e contro quanti, tra gli ebrei facoltosi, erano collusi con loro.

Peraltro, se si accetta la tesi di un Cristo teopolitico, si finisce col vedere tra lui e il Battista un rapporto di profonda continuità, come fa l’autore, quando invece fu di rottura, poiché Giovanni non volle partecipare all’occupazione del Tempio. Odiava i sadducei e criticava i farisei, ma credeva profondamente nella religione ebraica, per cui pensava che l’occupazione del Tempio non sarebbe stata capita dalle “anime semplici”, le quali non avrebbero appoggiato i rivoltosi contro l’inevitabile ritorsione romana, che, essendo alleata con l’aristocrazia laica e religiosa, non avrebbe certo potuto permettere una cosa del genere.

Inoltre se si accetta la tesi del Cristo teopolitico, si finisce col dar credito a cose inspiegabili in una persona democratica: p.es. che avesse una concezione negativa dei pagani; che rispettasse in toto la Torah, il sabato e il sistema sacrificale del Tempio. Non c’era bisogno di diventare “cristiani” per capire che queste cose andavano in qualche modo superate.

Note

1 Lo stesso autore parla del movimento nazareno come “ideologicamente affine alla Quarta filosofia”.

2Si potrebbe addirittura sostenere che la guerra del 66-70 sia stata condotta in maniera estremistica dagli zeloti, proprio come reazione al conservatorismo dell’aristocrazia laica e sacerdotale, ch’era riuscita a impedire, con l’aiuto dei Romani, la rivoluzione democratica che avrebbe voluto compiere il movimento nazareno.

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