Diario su Cristo. Emilio Salsi su Lazzaro

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9. Emilio Salsi su Lazzaro

Mi sono sempre sforzato d’interpretare i vangeli come se i racconti fossero almeno parzialmente veri. Cioè ho cercato di individuare le invenzioni, falsificazioni e mistificazioni in qualcosa che in un certo qual modo poteva anche essere accaduto. Giusto per venire incontro alle istanze dei cristiani, per invitarli a credere che, pur essendoci qualcosa di (molto) tendenzioso, il substrato era (abbastanza) reale. Ma forse ho fatto male. Mi sono arrampicato inutilmente sugli specchi. Forse avrei dovuto fare come taluni esegeti miticisti che negano tutto di tutto.

Prendiamo ad es. il racconto della pseudo-resurrezione di Lazzaro. Ecco cosa sostiene Emilio Salsi, in Giovanni il Nazireo detto “Gesù Cristo” e i suoi fratelli (Tipografia G.A. 2008). Lazzaro era uno zelota, figlio di Giairo, discendente di Giuda di Gamala, parente di Giuseppe (Menahem). Per me invece quello del racconto giovanneo era un giudeo e del partito farisaico, anche se non escludo l’esistenza dell’altro Lazzaro (o Eleazaro ben Simone, che apparteneva a una nobile famiglia sacerdotale giudea, tant’è che mandò Giuseppe Flavio in Galilea per far capire da chi gli zeloti dovevano prendere gli ordini, visto che proprio lui, a capo di molti uomini era riuscito ad annientare la legione XII Fulminata).

Dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. con circa un migliaio di esseni, sicarii e zeloti, asserragliati nella fortezza di Masada nel 73 d.C., resistette all’assedio dei Romani per sei mesi. Resosi conto ch’era inutile ogni resistenza contro lo strapotere delle legioni romane, convinse tutti i suoi seguaci a suicidarsi, facendo capire che l’anima è superiore al corpo e che esiste un aldilà in cui essa sarà libera.

In effetti gli esseni sostenevano l’immortalità dell’anima e professavano un’escatologia di retribuzione per buoni e malvagi. Ammettevano pure la resurrezione, il giudizio finale e la fine del mondo. Ma credevano in tutto ciò perché erano influenzati da tradizioni iraniche o parsiche, che prevedevano anche il dualismo bene-male, l’atteggiamento di venerazione di fronte al Sole, la dottrina sugli angeli, la presenza di bagni rituali… Il celibato, il cenobitismo, la riprovazione dei sacrifici cruenti rinvierebbero a tradizioni buddistiche. Quanto al silenzio comunitario, agli anni di noviziato, alle vesti bianche, alle prescrizioni della dieta, all’esoterismo della dottrina garantita dal giuramento, all’escatologia, il collegamento con le scuole filosofiche greche viene quasi spontaneo, specie se di tradizione pitagorica.

Ma questo cosa c’entra col racconto della pseudo-resurrezione di Lazzaro? Al massimo con la sorella di lui, Marta, si può pensare che la famiglia credesse nella teoria farisaica della resurrezione, che però non ha alcun peso nella decisione che prese Gesù di entrare a Gerusalemme una settimana dopo per compiere l’insurrezione antiromana.

E poi ammettiamolo: la teoria della resurrezione non è mai stata estranea agli ebrei, almeno non da quando subirono l’esilio in Babilionia. Già Osea 6,1-3 ne parlava e anche l’Apocalisse di Isaia 26,19 e il libro di Giobbe.1 Erano solo i sadducei a non credere in un aldilà dopo la morte. Per i Farisei lo “Sheol” non è più un luogo vuoto, angosciante, ma di attesa della risurrezione. E la resurrezione per loro era da intendersi in senso fisico: i corpi sepolti nella terra sarebbero ritornati in vita ad opera di Dio. Inizialmente i farisei credevano che la resurrezione avrebbe riguardato solo il popolo ebraico, poi arrivarono alla conclusione che sarebbero risorti anche i gentili. Questo poi senza considerare che le resurrezioni fatte compiere da Gesù sono tutte sulla falsariga di quelle compiute da Elia ed Eliseo.

Piuttosto dovremmo chiederci chi davvero sia questo Lazzaro: infatti non doveva essere una figura secondaria, altrimenti non ci sarebbe stata una damnatio memoriae così completa. Era forse quell’Eleazar, figlio di Dinai (o Dineo), di cui Giuseppe Flavio parla negativamente sia nella Guerra Giudaica sia nelle Antichità Giudaiche? Era stato attivo per un ventennio, protetto dalla montagne della Giudea e sostenuto dai contadini, prima di essere catturato dal procuratore Felice (52-60) nel 54. Se così fosse, bisognerebbe ammettere che nel racconto giovanneo egli non morì, ovviamente non perché Gesù lo risorse dalla tomba, ma perché lo aiutò militarmente. E doveva essere uno zelota giudaico, a testimonianza che esistevano due gruppi di zeloti: uno della Galilea, l’altro della Giudea.

In effetti negli anni 30 e 40 l’attività banditesca cominciò a intensificarsi. Può apparire normale che Lazzaro sia stato uno dei tanti briganti o patrioti (apprezzato anche dai farisei, poiché questi sono presenti nella pericope) che combattevano i Romani e i loro collaborazionisti. Oppure i redattori hanno applicato a lui il nome di un bandito ben noto, per impedire di svelare la sua vera identità, che avrebbe messo in imbarazzo l’immagine stereotipata del Cristo pacifista. Così come han fatto con Barabba.

Nota

1 Nel libro del profeta Ezechiele, risalente all’esilio babilonese (586-539 a.C.), si parla della sua visione delle ossa dei morti e del potere di Dio di farli risorgere e di vuotare i sepolcri.

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