Cristo in Facebook. Conclusione

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Il lettore si sarà facilmente accorto che non si può pensare di avere a che fare in Facebook con degli esegeti specialisti.

Tuttavia il livello del dibattito non può essere considerato scarso. Molti iscritti a questi gruppi han studiato parecchio nella loro vita sui testi del Nuovo Testamento. Lo si vede anche dal fatto che le risposte sono spesso immediate, per cui si va a memoria. E noi qui non abbiamo perso tempo a controllare la citazione o il versetto esatto, a meno che non sorgesse qualche grave dubbio.

Con questo libro si è cercato di dare dignità a un social network che spesso viene considerato una inutile perdita di tempo, soprattutto quando lo scambio di idee trascende il contenuto in sé dei post e si perde in battibecchi che non portano a nulla, se non addirittura in violenze verbali prive di senso.

Nei social la distanza è un grande handicap. Bisogna assolutamente che i messaggi siano privi di ironie fuori luogo, di sottintesi che possono essere interpretati negativamente. È sbagliatissimo, p.es., esordire dicendo: “Tu non hai capito niente”. A leggere frasi del genere uno, se è un po’ permaloso, si demoralizza e rinuncia a discutere o esce dal gruppo, perché lo ritiene troppo offensivo. Ci si deve limitare a esporre il proprio pensiero, nella maniera più distaccata possibile, lasciando che siano altri lettori a giudicare. Sarà il tempo a decidere chi avrà ragione. La verità non è mai un’evidenza che si autoimpone. Tutto è soggetto a interpretazione. Non esiste la verità assoluta, inconfutabile. Fa fatica a esistere persino la verità oggettiva, basata su dati concreti. Dobbiamo accontentarci di una verità relativa, non dogmatica.

È sbagliato anche evitare il dialogo dicendo: “Le tue sono solo congetture, ipotesi, illazioni, prive di riscontri storici o documentali”. Il Nuovo Testamento non è composto da documenti incontrovertibili. Anzi, si tratta per lo più di invenzioni, falsificazioni, mistificazioni, dovute al fatto che l’insieme di questi testi aveva due finalità. La prima era quella di affermare una verità insostenibile o comunque indimostrabile, e cioè che Cristo fosse risorto: per dire che uno è “risorto”, cioè si è “ridestato da morte”, si deve poterlo rivedere vivo, e di sicuro questo non può essere avvenuto, proprio perché la coscienza va lasciata libera di credere o di non credere.

Il secondo scopo era quello di cercare un’intesa politica col mondo romano, visto che col mondo giudaico ortodosso non era stata possibile alcuna intesa religiosa sulla tesi della resurrezione del Cristo. L’intesa con Roma divenne ancora più inevitabile dopo la definitiva sconfitta di Israele nella prima guerra giudaica. I termini del compromesso erano sostanzialmente i seguenti: i cristiani avrebbero smesso di fare politica antiromana se i Romani non li avessero obbligati a considerare l’imperatore una divinità o a partecipare ai riti pagani o ad essere arruolati nelle legioni. Stato e Chiesa per la teologia paolina dovevano restare separati. Questo però per i Romani, abituati a considerare la religione un instrumentum regni, era sufficiente per perseguitarli, e infatti fino a Costantino escluso lo fecero.

Ecco, questo libro ha unicamente la finalità di superare qualunque esegesi di tipo confessionale, ma anche di ridimensionare il valore delle tesi mitologistiche, che negano qualunque valore storico, etico o politico ai documenti del cristianesimo primitivo e persino un’esistenza a Gesù Cristo.

In un post non mio ho scritto questo commento: “Le interpretazioni complessive dell’evento Gesù non sono infinite. Si tratta di scegliere. Al giorno d’oggi quelle più interessanti non sono certo quelle confessionali o mistiche, che han dominato fino all’Illuminismo. L’esegesi laica o critica, iniziata a partire da Reimarus, dovrebbe essere considerata il perimetro naturale (euristico, epistemologico) in cui muoversi per compiere una scelta razionale, sufficientemente motivata. Se tutti ci comportassimo così, il confronto sarebbe molto più facile, poiché rinunceremmo in via preliminare a tutto ciò che non possiamo considerare umanamente accettabile. Certo è che se uno parte dal presupposto che le fonti, prese in sé e per sé, non sono attendibili, che Gesù Cristo non è mai esistito o è un mito pagano, che dietro taluni nomi dei personaggi del NT si celano altri nomi e cose del genere, il confronto fa presto a interrompersi. In tal senso non dobbiamo trovare una visione comune sull’evento Gesù, ma semplicemente una semantica che meriti d’essere presa in considerazione”.

Insomma, noi, in quanto atei, siamo disposti a fare le più ampie concessioni ai credenti, ma fino a un certo punto. Ci piace l’idea di supporre che Gesù abbia una “natura divinoumana”, previa naturalmente l’inesistenza di qualunque Dio onnipotente e onnisciente. Non è però venuto – come dice il cristianesimo – a riconciliarci col Padreterno, che avrebbe voluto sterminarci a causa dei nostri peccati, come fece col diluvio universale. Preferiamo immaginare che sia venuto a farci capire come riconciliarci con noi stessi, cioè come esseri autenticamente umani, superando i rapporti schiavistici e tornando alla vita comunitaria delle nostre origini, rappresentate dal racconto edenico.

Tuttavia gli uomini han rifiutato la sua proposta di liberazione. Nel migliore dei casi l’abbiamo ridotta a un’esortazione morale, a una lezione di tipo religioso. E da allora sono passati 2000 anni. Siamo stati capaci di trasformare lo schiavismo fisico delle prime civiltà in una forma di servaggio feudale, dopodiché siamo passati al lavoro salariato, che è una forma di schiavitù più subdola, in quanto formalmente libera sul piano giuridico. Il massimo che siamo riusciti a fare, col socialismo statale, è stata una schiavitù di tipo ideologico e politico.

Ora, ha senso ricordarsi di quanto ha fatto il Cristo? Sì perché non vogliamo perdere una delle possibilità che la storia ci ha offerto per tornare ad essere noi stessi.

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