Caratteristiche dell’ebraismo

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Formazione del Canone

Il testo-base degli ebrei, l’unico che, nella forma di rotoli manoscritti, si trova in ogni armadio sinagogale, è la Torah (legge), ovvero i primi cinque libri dell’Antico Testamento (o Pentateuco), il più importante dei quali è ritenuto l’Esodo. Libri che gli ebrei attribuiscono a Mosè, ma che già con Hobbes e Spinoza si scoprì essere stati scritti in un’epoca di molto posteriore agli episodi ivi narrati.

La Bibbia d’Israele è divisa in tre parti: Torah, Neviim (Profeti) e Ketuvim (Scritti). Non sbagliano, tuttavia, coloro che in seno all’ebraismo, considerando tutta la loro Bibbia “ispirata”, definiscono le parti scritte col nome collettivo di Torah e pongono quindi una semplice distinzione fra Torah scritta e Torah orale. Per la prima Torah vennero usati l’ebraico e l’aramaico: la versione greca dei Settanta (non sempre all’altezza del testo masoretico) risale ai secoli III-II a.C. e venne fatta per gli ebrei della diaspora. Con questa traduzione, come noto, si favorì il dialogo fra ebraismo ed ellenismo e quindi l’elaborazione di sistemi sincretici religioso-idealistici, come quello di Filone Alessandrino o quello dello gnosticismo.

La Bibbia fu copiata e ricopiata per centinaia di anni, per cui è impossibile risalire all’originale. In essa si possono trovare tracce egiziane, babilonesi, ugaritiche, persiane e greche. I testi più antichi risalgono ai secoli XII-XI a.C. e sono il canto della profetessa Deborah (Gdc 5) e quello di Davide per la morte di Saul (2 Sam 1,19-27).

Alla base della Torah vi sono almeno quattro diverse fonti: Jahvista (composta in Giudea verso il IX sec. a.C.), Elohista (composta in Efraim, fra le tribù settentrionali della Palestina, forse nell’VIII sec. a.C.), Deuteronomista (che risale al regno di Giosia, allorché il sacerdote Ilchia, nel 621 a.C., finse di aver ritrovato, durante i restauri del Tempio di Gerusalemme, il testo originale della Torah, per giustificare una riforma politico-religiosa sgradita al popolo: rigido monoteismo, forte centralizzazione del culto nella capitale, canonizzazione di testi biblici. Tutto ciò nella speranza, risultata poi vana, d’impedire che la Giudea crollasse come il regno d’Israele nel 721 a.C. Nel 560 a.C. vi fu una rielaborazione ulteriore del Deuteronomio). Infine vi è la fonte Sacerdotale, legata ai nomi di Esdra e Neemia, e composta verso il 444 a.C., grazie alla quale il clero di Gerusalemme poté ribadire le esigenze della fonte deuteronomista, accentuando l’autoisolamento nazionale del popolo ebraico e riconoscendo alla legge uno stretto valore normativo per la vita socio-religiosa: si veda ad es. il divieto assoluto di contrarre matrimoni misti o la radicalizzazione del concetto di “popolo eletto”.

Sino al periodo della monarchia si considerarono sacri solo i libri della Torah. Fu dopo l’esilio di Babilonia che vennero inseriti nel canone anche i libri dei Profeti (Neviim): la canonizzazione di questa raccolta era già a buon punto verso il II sec. a.C. Mentre durante la dominazione ellenistica dei Tolomei e dei Seleucidi si accettarono alcuni scritti ispirati (Ketuvim), come ad es. quelli di Giobbe, Daniele, Qohelet ecc. La canonizzazione di questi scritti, già iniziata con il re di Giuda, Ezechia (716-687 a.C.), si andò sviluppando molto lentamente.

Al tempo di Cristo vi era discussione fra le comunità ebraiche sul numero dei libri profetici e degli scritti da considerarsi sacri: i farisei prediligevano solo i libri scritti in ebraico e quelli conformi alla Legge; i sadducei accettavano solo il Pentateuco; nella diaspora alessandrina e a Qumran si aveva invece un atteggiamento più flessibile. Si pensa quindi che a Jamnia (costa-sud del Mediterraneo), in un sinodo tenuto verso l’80 d.C., la comunità ebraica abbia deciso di fissare definitivamente l’elenco ufficiale dei libri canonici (Canone Palestinese). In particolare, furono scartati sette libri che molti ebrei della diaspora (specie quelli filo-ellenisti) consideravano sacri, e che furono chiamati Deuterocanonici (facenti cioè parte del secondo canone, quello di Alessandria d’Egitto). Essi sono: Tobia, I-II Maccabei, Giuditta, Baruc, Sapienza e Siracide (libri inclusi sia nella versione dei Settanta che in quella cristiana).

La censura fu probabilmente dovuta all’opposizione che i farisei nutrivano nei confronti dei conservatori sadducei, usciti sconfitti dalla distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. e addirittura scomparsi, con la fine del Tempio, come casta religiosa. I due libri dei Maccabei vennero esclusi dall’uso sinagogale semplicemente perché i discendenti di Simone Maccabeo (l’eroe antiellenista) avevano parteggiato per i sadducei.

Da notare che gli ebrei raccolgono sotto il nome di Libri profetici sia i testi storici (Profeti anteriori) che quelli edificanti (Profeti posteriori ovvero i 12 minori agiografi): ciò in quanto essi ritengono che solo un profeta (un uomo ispirato) può scrivere in modo corretto la storia.

Le Bibbie rabbiniche non riproducono mai solo i libri cosiddetti “rivelati”, poiché questi sono sempre attorniati da una serie di altri testi, come ad es. i Targùm, parafrasi aramaica della Scrittura, o da commenti tradizionali, come quelli di Rashi o Ibn Ezra. In generale, la vastissima area dei commenti ebraici alla Scrittura, redatti tra il IV e il XII sec. d.C., è definita col termine di Midrash. L’esegesi di scuole rabbiniche è di tipo allegorico, quindi ben poco attendibile.

La versione più antica della Bibbia ebraica è quella dei Rotoli di Qumran, una serie di manoscritti di quasi tutto il Vecchio Testamento, copiati da monaci esseni fra il II sec. a.C. e il I sec. d.C., rinvenuti casualmente nel 1947.

L’interpretazione della legge

Con la Torah scritta è stata trasmessa di generazione in generazione una cospicua tradizione orale, che ad un certo punto venne redatta e ordinata per timore che andasse perduta.

La prima codificazione della Torah orale si chiama Mishnah e raccoglie le principali opinioni degli scribi e dei rabbini sui problemi della legge. Iniziata nel II sec. d.C. e frutto di almeno quattro secoli d’interpretazione della Torah, essa fu caratterizzata soprattutto dall’insegnamento di una delle scuole del fariseismo, quella di Hillel. Gli argomenti che tratta sono agricoltura, feste, proprietà e affari legali, ruolo della donna, Tempio e impurità. Famoso, nel giudaismo medievale, il commento di Maimonide alla Mishnah.

Le discussioni sulla Mishnah originarono la formazione di due raccolte: il Talmùd palestinese (IV sec. d.C.) e il Talmùd babilonese (più ampio, dei secoli VII-VIII d.C.). Sono praticamente due modi paralleli di affrontare le stesse questioni da parte delle due più grandi scuole rabbiniche. Essendo frequente lo scambio dei rabbini, spesso si citano l’un l’altro. Le differenze sono in talune interpretazioni e nelle conclusioni.

In origine il Talmùd aveva per tema solo lo studio della Mishnah, poi però si è arricchito di elementi folcloristici e sociali, nonché di pedanti disquisizioni di carattere giuridico, teologico, rituale e morale, che anticipano i sofismi e le astruserie – come vuole Donini – di gran parte della Scolastica cattolica.

Per i rabbini le affermazioni della Mishnah sono inconfutabili: il loro compito è quello di cercare di chiarire quale testo sia applicabile al caso concreto. A tale scopo di servono di tutto il repertorio della conoscenza rabbinica: detti popolari, favole, leggende, aneddoti, giochi di parole, sogni, conoscenze scientifiche del tempo. L’impressione è quella di un’enciclopedia senza indice analitico, del tutto in disordine e praticamente inaccessibile a chi non l’ha memorizzata. Solo di recente si sono cominciati a usare dei sussidi occidentali, ovvero indici e concordanze. L’odierna edizione comprende 19 volumi e contiene alcuni commenti rabbinici raccolti nella Ghemara, la quale quindi, insieme alla Mishnah, forma il Talmùd. Ne esiste una versione più pratica, ancora in uso, del rabbi J. Karo (sec. XVI).

Per sapere se un’opinione del Talmùd è “dottrina del giudaismo”, bisogna conoscere l’autorità di chi l’ha formulata, se la sua opinione è stata condivisa da altre autorità e cosa hanno detto i commenti posteriori. Evidentemente sono una persona molto erudita può cimentarsi in un’impresa del genere. Dei due Talmùd, quello babilonese si sviluppò potentemente nell’impero musulmano; quello palestinese s’impose di più in Italia e in Egitto.

L’ostilità cattolica contro il Talmùd si scatenò violenta nel XIII sec., allorché la fiorente cultura ebraica si diffuse dalla Spagna in occidente. La prima condanna, sotto l’accusa di immoralità e di ingiurie al cristianesimo1, e il conseguente pubblico rogo, risale al 1244. Condanne, roghi, divieti di stampa e lettura continuarono almeno sino alla fine del XVIII sec.

Il Talmùd oggi è secondo solo alla Torah in fatto di autorità. Esso è la sintesi di tutte le tradizioni interpretative del Midrash (tradizione orale), Halakah (applicazione pratica del diritto), Haggadah (interpretazione non giuridica o riflessione sapienziale) e Mishnah (codice definito della legge orale). Altre forme interpretative di tipo mistico, esistenziale o devozionale che derivano dal Talmùd sono: Kabbala, Chassidismo, Lurianesimo e Frankismo.

L’altro libro sacro degli ebrei è lo Zohar, scritto all’inizio del XIV sec., in Spagna, da un mistico erudito, Mosé de Léon. In esso si parla della natura divina e del mistero dei nomi divini, dell’insegnamento della Torah sul messia e in genere si commenta in chiave allegorica il Pentateuco. È il libro spirituale dei mistici ebrei. Pico della Mirandola, traducendolo in latino, ne permise la diffusione al di fuori degli ambienti ebraici. Può anche essere considerato il testo-base della Kabbala, quel complesso di dottrine occulte, teosofiche e mistiche, di origine gnostica e neoplatonica, sorte in seno al giudaismo medievale, a partire dal X-XI sec., come reazione al diffondersi del razionalismo aristotelico ad opera della cultura araba. Nella scia della Kabbala, ma su una linea che pone l’accento sulla pietà quotidiana piuttosto che sulla gnosi iniziatica, sorge il Chassidismo (sec. XVIII), che in un certo modo si oppone al Talmùd, considerato troppo intellettuale.

Le feste principali

Le feste ebraiche si svolgono al ritmo delle stagioni, specialmente in primavera e autunno. Hanno un carattere storico, agricolo e religioso. Le più importanti sono quelle di origine biblica. Tra quelle austere e solenni anzitutto il Capodanno, che cade in autunno e ricorda la creazione e il giudizio di Dio sul mondo. Nella sinagoga, ove per l’occasione prevale il colore bianco, si suona un corno di montone (shofar), a ricordo del sacrificio di Isacco, che per gli ebrei è il massimo segno umano di dedizione alla divinità. È usanza mangiare mele immerse nel miele e augurare un felice anno nuovo agli altri.

I dieci giorni successivi vengono dedicati al silenzio, alla riflessione sul proprio passato e quindi al pentimento, fino al momento del Kippur (o espiazione), che è il più sacro del calendario ebraico, in cui si celebra il perdono di Dio per il peccato del vitello d’oro. Coperto di una veste bianca, il fedele passa tutto il giorno nella sinagoga a confessare i propri peccati e a chiedere d’essere liberato dagli impegni o dai voti non rispettati l’anno precedente: normalmente resta a digiuno per almeno 25 ore. A volte, in quest’occasione, anche i meno praticanti si ritrovano in sinagoga.

Un’altra festa molto importante è la Pasqua, che si celebra per 7-8 giorni in marzo-aprile, a ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Alla vigilia si fanno grandi pulizie nelle case e si distrugge qualunque sostanza lievitata. Il significato agricolo di questa festa era quello dell’inizio della mietitura dell’orzo, di cui si portavano le primizie al Tempio: festa degli azzimi, si chiamava. Vi si offrivano anche i primogeniti delle greggi. Oggi tende a prevalere il significato storico-religioso (nei kibbuz2 la si celebra ricordando anche la rivolta del ghetto di Varsavia e la guerra d’indipendenza d’Israele).

Sulla tavola viene preparato un vassoio con tre pani azzimi, una zampa di agnello in ricordo del sacrificio pasquale, un uovo sodo, segno di lutto per la distruzione del Tempio, erbe amare intinte nell’aceto, in memoria della vita di stenti sotto il faraone, la marmellata di frutta, che ricorda la paglia mescolata all’argilla per fare i mattoni. La cerimonia, che ha pure un valore didattico, in quanto i genitori rispondono alle domande rituali dei bambini sul significato di queste pietanze, incomincia con la benedizione del vino e si chiude con la recitazione di alcuni salmi. È tradizione lasciare un posto vuoto a tavola, la porta aperta e mettere da parte un bicchiere di vino per il profeta Elia, di cui si attende il ritorno in qualità di precursore del messia.

Alla Pasqua segue un periodo di 7 settimane di lutto, associato al fallimento della rivolta ebraica contro Roma nel II sec. d.C. Dopodiché si celebra la Pentecoste, festa agricola delle primizie e festa religiosa che commemora l’istituzione della legge sul Sinai. Le case e le sinagoghe (qui si leggono i Dieci comandamenti e il libro di Ruth) sono decorate con fiori e piante. Si consumano pasti a base di latticini.

Il ringraziamento per il raccolto avviene in settembre-ottobre con la festa delle Capanne (o Tabernacoli), in memoria dell’esodo nel deserto, allorché gli ebrei vivevano in capanne di frasche e tende, oggi ricostruite, per l’occasione, sui balconi delle case o nei cortili. In sinagoga si cantano inni di lode, agitando verso i quattro punti cardinali dei rametti di palma, salice, mirto e cedro. Per quattro giorni si percorrono circa 40 km nei dintorni di Gerusalemme per ritrovarsi poi nelle vie del centro.

Allo scadere dell’ottavo giorno si celebra l’Esultanza della legge, una festa in cui, dopo aver preso i rotoli dal tabernacolo, si balla e si canta portandoli in processione. In questo giorno finisce la lettura annuale del Pentateuco e si ricomincia coi primi versetti del Genesi.

Tra le feste minori meritano d’essere ricordate i Purim (significa “sorte”), che cade in febbraio-marzo e che commemora il trionfo di Ester e Mardocheo su Aman. In sinagoga si legge il libro di Ester e ogni volta che ricorre il nome di Aman i ragazzi fanno rumore o giocano. Per i travestimenti usati la festa somiglia al nostro carnevale. Vi si scambiano doni e si fanno elemosine ai poveri.

Infine la festa delle Luci (o Dedicazione), che si celebra in dicembre, a ricordo sia della vittoria di Giuda Maccabeo sui siriani che della conseguente purificazione del Tempio. È d’uso farsi dei regali e accendere su un candelabro con otto bracci una candela ogni sera, fino all’ottava, a immagine della fedeltà ebraica alla legge.

Importantissima è anche la festività del sabato, che inizia il venerdì al tramonto. Con essa si commemora il riposo divino del settimo giorno nella creazione dell’universo e la liberazione dalla schiavitù egizia. È un giorno di meditazione e di riflessione sulla propria vita. Occorre astenersi da qualunque attività lavorativa (professionale, manuale, commerciale, ecc.), al punto che non si può neppure trasportare qualcosa o attivare circuiti elettrici o intraprendere lunghi viaggi. In casa si accendono candele, si recitano preghiere, si benedicono il vino e i pani rituali, che simboleggiano la manna del deserto. È d’obbligo consumare carne.

Fra le nuove tradizioni la più importante è quella dell’Indipendenza d’Israele, che si festeggia circa 15 giorni dopo pasqua. Si fanno balli popolari, sfilate militari e la veglia sulla tomba di T. Herzl (creatore del movimento sionista e “padre” dello Stato d’Israele). Giornate celebrative sono dedicate ai martiri del nazismo e ai combattenti per l’indipendenza. A partire dal giugno 1967 nello spiazzo del muro del Tempio i cadetti dell’esercito vengono a prestare giuramento all’atto della loro promozione.

Preghiere, riti e vita quotidiana

Secondo la legge ortodossa ebraica, ebreo è chi nasce da madre ebraica, anche se è possibile diventarlo mediante la conversione: la discendenza per via maschile non ha mai avuto per l’ebraismo alcun significato, né giuridico né morale. Ciò che conta è il legame di sangue. L’ottavo giorno dopo la nascita (può cadere anche di sabato), il maschio dev’essere circonciso (anche l’adulto che si converte). Qui gli viene imposto il nome. Il rituale purificatorio durerà di meno di quello riservato alla femmina, per la quale non sono previsti riti analoghi, tipo infibulazione o clitoridectomia.

Verso i cinque anni il bambino viene inviato a scuola di religione nella sinagoga, ove studierà l’ebraico e i testi sacri. All’età di 13 anni diventa “responsabile”: il sabato successivo al compleanno leggerà per la prima volta in sinagoga un brano del rotolo della Torah. D’ora in poi dovrà adempiere tutti i doveri di un ebreo e potrà essere uno dei dieci uomini adulti richiesti per la recita di una preghiera pubblica. Le ragazze invece diventano maggiorenni a 12 anni e la loro educazione religiosa è più sommaria.

I precetti religiosi che gli ebrei dovrebbero seguire sono 613, provenienti dalla Torah scritta e orale: 248 in positivo (ciò che si deve fare) e 365 in negativo. Naturalmente nessuno li può rispettare in toto, per cui si suppone che sia il popolo nel suo complesso a farlo.

L’ebreo devoto prega tre volte al giorno: mattino, pomeriggio e sera, a casa o in sinagoga, in piedi o in ginocchio o prostrato col viso a terra, rivolto verso est (e, se è uomo, col capo coperto). L’atto di fede, ovvero il primo e unico articolo della fede giudaica è lo Shemà, che inizia con le parole: “Ascolta Israele, l’Eterno è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (cfr Dt 6,4-9). Preghiera, questa, recitata ogni giorno dagli ebrei praticanti.

La preghiera pubblica, in sinagoga, è presieduta dal rabbino, che ha un’autorità magisteriale e giuridica, ma può essere diretta da un ministro officiante che abbia superato i 13 anni, che sappia leggere l’ebraico e che sia possibilmente intonato. La lettura della Torah, divisa in sezioni settimanali, viene fatta di lunedì, giovedì e sabato.

I rabbini sono dei maestri incaricati dell’insegnamento e della predicazione, possono anche spiegare, interpretare e reintegrare la legge, ma non hanno carattere sacerdotale. Da quasi duemila anni gli ebrei non hanno intermediari fra loro e Dio: la confessione dei peccati, in questo senso, è simile a quella del mondo protestante. D’altra parte prima della diaspora avevano sacerdoti solo al Tempio, con funzioni relative ai riti, alla cura dell’edificio, riscossione delle tasse e benedizione dei fedeli.

L’avvenimento più importante della vita familiare, visto quasi come un atto obbligatorio, è il matrimonio. Già il fidanzamento ha un valore legale o civile. Lo scioglimento unilaterale ingiustificato del fidanzamento è punito con durezza. La cerimonia del matrimonio prevede prima la firma del contratto, in cui lo sposo s’impegna nei confronti della sposa, poi il rito religioso vero e proprio, durante il quale viene rotto un bicchiere di cristallo, per rievocare la distruzione del Tempio (anche in un giorno così felice non bisogna mai dimenticare la sciagura che provocò la grande diaspora). Il divorzio è ammesso e consiste in un documento scritto e firmato da due testimoni che il marito consegna alla moglie liberandola da ogni obbligo coniugale verso di lui. Nella maggior parte dei Paesi bisogna prima ottenere il divorzio civile. L’ebraismo impedisce alla donna di prendere l’iniziativa del divorzio, ma i tribunali tendono a condannare l’uomo che rifiuta un giustificato consenso alla separazione.

Ultimo rito nella vita dell’ebreo è quello funebre. I parenti iniziano il lutto facendo l’atto di stracciarsi i vestiti e astenendosi dal culto pubblico. Dopo essere stata deposta sul pavimento, lavata e avvolta in un abito speciale, col volto coperto, la salma viene seppellita, entro 24 ore dalla morte, nella terra: vietati la cremazione, i loculi e le sepolture temporanee. Dopo un anno cessa il lutto e si pone la lapide sulla tomba. Il lutto stretto dura una settimana, durante la quale i parenti siedono su sedie basse o anche sul pavimento. Poco significativa nell’ebraismo la dottrina dell’immortalità dell’anima o della resurrezione dei corpi. Scarsissimi i riferimenti alla vita ultraterrena.

Il ruolo della donna

L’ebraismo non concepisce la donna in sé, ma nel suo ruolo di moglie e madre, soprattutto in quello di madre. La sterilità è considerata una maledizione, la castità un valore negativo. I rapporti prematrimoniali e la convivenza non formalizzata nel matrimonio sono malvisti. Vietati la prostituzione e l’uso commerciale del corpo femminile.

La Torah permette alla donna di consacrarsi al suo ruolo di madre, dispensandola da un certo numero di obblighi rituali. L’educazione morale dei figli e la protezione della famiglia intesa come ambiente sacro, sono affidate interamente a lei. Suo dovere è quello di salvaguardare la purezza religiosa della casa, garantendo ad es. che il cibo consumato sia conforme alle leggi alimentari. Nelle famiglie osservanti è sempre la donna ad accendere e benedire le candele del sabato. Il dovere della procreazione è maschile non femminile, ovvero l’iniziativa dei rapporti fisici è soggetta alla volontà della donna.

La tradizione biblica assicura alla donna diritti di proprietà e posizione sociale: essa fu banchiera nel Trecento, medico e artista nel Cinquecento, esploratrice e letterata nell’Ottocento. In Italia ha militato nelle file dei carbonari e dei partigiani. Dal 1969 al 1974 Israele ha avuto come primo ministro Golda Meir. A Tel Aviv, dal 1985, c’era un rabbino donna. La stessa Assemblea rabbinica d’America, che pur è una corrente conservatrice, ha deciso, dopo un sondaggio, di aprire il rabbinato alle donne. Da notare che l’ebraismo non ha mai conosciuto roghi e caccia alle streghe come l’occidente cattolico e protestante.

Prescrizioni alimentari

Le prescrizioni e i riti alimentari sono abbastanza complicati. L’ebreo osservante ha l’obbligo di mangiare carne solo di animali “puri”, cioè di quelli dal piede biforcuto o, se mammiferi, che siano ruminanti. I pesci debbono avere scaglie e pinne (crostacei e frutti di mare sono proibiti). Assolutamente vietati il maiale, il cinghiale, il cammello, il cavallo, il cane, il gatto, la lepre, gli insetti…, il loro latte e/o le loro uova, nonché verdura e frutta ch’essi hanno toccato (elenco e disposizioni complete in Levitico 11 e Deuteronomio 14).

Gli animali “puri” (agnello, carne bovina e pollame) devono essere macellati con il taglio dell’esofago e della trachea: il sangue, il sevo e l’intera parte posteriore non vanno consumati. Dopo la macellazione, la carne viene immersa in acqua fredda e salata per eliminare il sangue rimasto. Il salame d’oca è fra gli alimenti più usati. È vietato anche il consumo contemporaneo di carne e formaggio, latte e caffè. Il miele è consentito perché considerato sostanza vegetale che le api si limitano a trasformare. Il vino dev’essere a fermentazione naturale, non mescolato ad altro vino o altre sostanze. Regole severissime vigono anche al momento della preparazione e del lavaggio dei piatti.

Gli ebrei si diversificano tra loro soprattutto nell’osservanza di queste leggi alimentari: alcuni non le seguono per niente; altri si astengono dal cibo espressamente proibito, ma non si preoccupano di avere in cucina due servizi distinti di piatti (per la carne e per i prodotti caseari) e i due rispettivi lavandini. Solo gli ebrei ortodossi sono meticolosi anche in questo campo.

Il calendario

È di tipo lunisolare, basandosi sia sulle fasi lunari (mesi) che sul ciclo solare (anni). L’anno ebraico può essere di due tipi: “comune”, cioè di 12 mesi per un totale di 353-4-5 giorni, a seconda che sia corto, regolare, lungo; oppure “embolismico”, cioè di 13 mesi, per un totale di 383-4-5 giorni. Dodici anni “comuni” s’intercalano con sette “embolismici”, formando un ciclo di 19 anni che si ripete con le stesse alternanze. In pratica, per far cadere le feste nella stagione giusta si aggiunge ogni 19 mesi un mese supplementare. Il primo degli anni lunisolari corrisponde al 3760 a.C., era israelitica della creazione del mondo. Così, ad es., il 5747 è iniziato sabato 4 ottobre 1986.

Diffusione degli ebrei nel mondo

A fine Ottocento, nonostante fosse già iniziata una poderosa migrazione verso gli USA, la massima concentrazione ebraica mondiale era nell’Europa orientale, che fin dal tardo Medioevo fu l’area d’insediamento più rigogliosa della diaspora, mentre una significativa presenza si registrava in alcune regioni dell’impero ottomano e del Nord Africa.

Nel 1940, all’inizio della seconda Guerra Mondiale, la consistenza della diaspora ebraica, nel mondo, era stimata in 16,5 milioni di persone, di cui 10 milioni vivevano in Europa, un milione in Asia (la metà in Palestina), mezzo milione in Africa del Nord, e i restanti cinque milioni in America.

Dopo la seconda Guerra Mondiale, che ha comportato in Europa la morte di 5,5-6 milioni di ebrei, i nuclei sopravvissuti sono emigrati verso Israele e il Nord America. A partire dal 1948, con la nascita dello Stato d’Israele, si è ridotta la presenza ebraica negli altri Paesi mediorientali. Israele ha accolto ebrei provenienti da 102 diverse nazioni. Negli ultimi anni però si è verificata un’inversione di tendenza, a causa del regime oppressivo di Tel Aviv e della guerra coi palestinesi.

Dopo il 1989 molti ebrei hanno rapidamente abbandonato i territori dell’ex-URSS, dirigendosi verso Israele. All’inizio del 2019, i 9/10 dei 14,7 milioni di ebrei del mondo vivevano, in parti quasi uguali, in Israele (6,5 milioni) e in America settentrionale (5,7 milioni).

Scomparse le comunità in Asia e in Africa (salvo il Sudafrica, dove sono in 69.000), comunità di una qualche consistenza sono rimaste in Francia (453.000), Canada (390.000), Regno Unito (290.000), Argentina (180.000), Russia (172.000), Germania (116.000), Australia (113.000), Brasile (93.000), Ucraina (50.000), Ungheria (47.000), Messico (40.000), Olanda (30.000). Belgio (29.000), Svizzera (18.600). In Italia gli ebrei sono circa 27.500 e si concentrano soprattutto a Roma e Milano.

Correnti del giudaismo

La maggior parte degli ebrei odierni discendono dagli Ashkenaziti o dai Sefarditi. “Ashkenaz” significa Germania ed è soprattutto da qui, oltre che dalla Francia e da altri Paesi eurocentrali, che provengono quegli ebrei in seguito trasferitisi in Polonia e URSS. Questo gruppo ha sviluppato la lingua yiddish (dialetto tedesco medievale) e ha prodotto una ricca cultura artistica, letteraria e musicale. Gli ebrei sefarditi provengono invece dalla Spagna (Sepharad) e qui hanno elaborato la lingua ladina (uno spagnolo popolare), allacciando stretti rapporti, prima dell’espulsione del 1492, col mondo musulmano.

Il fatto di discendere da questo o quel gruppo etno-culturale oggi non ha molto significato, perché il popolo ebraico è da duemila anni sparso in tutto il mondo. Le differenze culturali da un gruppo all’altro oggi sono enormi: si pensi al divario che separa gli ebrei falasha neri dell’Etiopia dagli ebrei indiani del Messico. È quindi più costruttivo fare riferimento alle differenze politico-religiose. In questo senso le principali sono tre: ortodossia, riformismo e conservatorismo, tutte radicate nel giudaismo rabbinico o talmudico.

Il giudaismo ortodosso si considera l’unico vero giudaismo. Durante la prima metà del sec. XIX era già un movimento ben definito, deciso a preservare il giudaismo tradizionale (classico) contro l’emergente movimento riformistico est-europeo. Praticamente è l’ala integrista del giudaismo contemporaneo. Essa accetta il rapporto col mondo laico o non ebreo solo nella misura in cui la Torah rimane salvaguardata nella sua interezza. Inutile dire che questo atteggiamento estremistico spesso copre interessi tutt’altro che religiosi. Politicamente appoggiano i sionisti e il governo di Tel Aviv. Curano molto gli aspetti scolastico-educativi. L’ala ultraortodossa è costituita dai Chassidim, che per voler restare fedeli alla “lettera” della Torah sono costretti a isolarsi quasi completamente dal mondo.

Il giudaismo liberal-riformistico (sviluppatosi soprattutto negli USA) mosse i primi passi in Germania, coll’Illuminismo, e puntò a modificare le leggi rituali, cultuali e alimentari della Torah. Tradusse le preghiere ebraiche in lingua moderna, introdusse l’uso dell’organo nelle sinagoghe, abbreviò le funzioni religiose, abolì il matroneo e dal 1970 ha istituito il rabbinato femminile. Alcuni gruppi cominciano addirittura a svolgere il culto di domenica. Questa corrente è la più progressista, sia perché considera la “rivelazione” come un processo evolutivo, sia perché dà più peso agli insegnamenti etici dei profeti che non alla legge rituale, sia perché si preoccupa di cercare un rapporto col mondo moderno e con le altre religioni. Il ramo più giovane di questa corrente è il Ricostruzionismo, che considera la religione un fenomeno culturale.

Il giudaismo conservatore sorge alla fine del XIX sec. (sempre negli USA) come reazione ai mutamenti introdotti da quello riformistico. Esso in pratica si sforza di conciliare le esigenze dei riformisti con quelle degli ortodossi. Politicamente è sionista, ma sul piano etico-religioso è più flessibile, lasciando ai singoli gruppi una relativa autonomia.

Negli USA la corrente riformista o liberale ammette l’uso di strumenti musicali nelle funzioni religiose, la lettura dei brani biblici in inglese e ha abolito il matroneo in sinagoga. Oggi in Israele i più religiosi sono gli ebrei immigrati dal Nord Africa, seguiti dagli asiatici. Nelle categorie professionali i meno praticanti sono le classi meglio qualificate (dirigenti, tecnici, liberi professionisti, ecc.).

Israele oggi

Israele è per molti aspetti uno Stato teocratico. Il ruolo dei partiti religiosi è esorbitante rispetto ai suffragi raccolti e al seguito che hanno nel Paese. In Parlamento i compromessi fra i partiti di governo e quelli religiosi sono assai frequenti. Tuttavia, l’unica attività dei partiti religiosi, che non hanno alcun programma politico-sociale, è quella di contrattare il loro appoggio in cambio di provvedimenti legislativi clericali. In questo modo si possono imporre leggi religiose a una popolazione tendenzialmente laicista.

Il rabbinato quindi ha un potere sproporzionato. La sua più pesante interferenza nella vita pubblica riguarda la trascrizione dei matrimoni, poiché esso dispone dei registri di stato civile. Si può quindi facilmente immaginare a quali ostacoli va incontro un matrimonio misto. I rabbini pongono addirittura come condizione del rito la conversione del non-ebreo: cosa che richiede, onde evitare ogni sospetto, almeno due anni di preparazione. Ecco perché molti vanno a sposarsi in Europa col solo rito civile.

L’Intesa ebraica con lo Stato italiano

Il 27 febbraio del 1987 (entrata in vigore nel 1989) è stata firmata, dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dalla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi, l’Intesa tra la Repubblica Italiana e l’Unione delle Comunità israelitiche (definita in seguito Unione delle Comunità ebraiche italiane secondo la nuova denominazione assunta ex art. 1 L. 101/1989), a coronamento di un lungo dibattito trascinatosi per più di un decennio.

I punti salienti sono i seguenti: 1) all’ebraismo è riconosciuto il carattere di ordinamento originario della nazione italiana (l’ebraismo è la più antica confessione esistente in Italia, precedente al cristianesimo); 2) gli si riconosce piena autonomia normativa, statutaria e finanziaria, piena libertà di culto (che lo Stato s’impegna a tutelare anche in sede penale) e possibilità di partecipare alla formulazione di norme che hanno efficacia “erga omnes”; 3) l’estensione del divieto delle manifestazioni di intolleranza e pregiudizio razziale alle ipotesi di discriminazione religiosa; 4) l’affermazione del principio secondo cui l’appartenenza alle forze armate, polizia, ecc., la degenza in ospedali, case di cura, ecc., la permanenza in istituti di prevenzione e di pena, non possono dar luogo a impedimenti di sorta nelle pratiche religiose; 5) infine l’obbligo di affermare il rispetto della libertà di religione in ogni disciplina scolastica, nonché il diritto degli studenti ebrei di poter studiare la loro religione nell’ambito scolastico.

In sostanza l’intesa riconosce che quella ebraica è una confessione religiosa ma che le Comunità ebraiche hanno anche la natura di formazione sociale, in quanto “istituzioni tradizionali dell’ebraismo in Italia” (art. 17). Questo consente di considerare nell’intesa anche la dimensione culturale, assistenziale, sociale e solidaristica delle Comunità ebraiche, seppure non concedendo alle relative attività i benefici propri di quelli di religione e di culto (art. 25).

La grandezza degli ebrei

La grandezza degli ebrei sta nell’aver saputo ereditare in maniera intelligente tutte le religioni più importanti della loro epoca (in particolare quelle assiro-babilonesi ed egizie), modellandole secondo le loro esigenze monoteistiche e tribali.

Da queste religioni essi hanno preso molte pratiche rituali e cultuali, rivestendole però di un significato etico-sociale del tutto inedito (si veda p.es. il concetto di “patto” tra popolo e Dio, o quello di “terra promessa” ove vivere la fine della schiavitù, o quello di “eden” come luogo originario in cui la schiavitù non esisteva).

Questi aspetti “popolari”, nel senso di “a favore del popolo in quanto tale” e non nel senso di “a favore dei potenti nell’illusione di favorire il popolo”, erano aspetti assolutamente sconosciuti alle religioni delle civiltà basate sullo schiavismo.

Gli Egizi p.es. consideravano il faraone un simbolo della divinità, autorizzato, solo per questa ragione, a schiavizzare interi popoli. Lo schiavismo, in fondo, per queste religioni altro non era che il rovescio sociale dell’accentramento politico dei poteri nelle mani del monarca assoluto.

Che Mosè fosse o non fosse ebreo ha ben poca importanza. Di fatto, egli seppe venire incontro alle esigenze del mondo ebraico in cattività e si comportò come un leader politico-religioso di cultura ebraica.

Naturalmente non è neanche il caso di paragonare l’organizzazione schiavistica dei Romani, la più efficiente a quell’epoca, con quella degli Egizi, che si manifestava solo nei confronti di determinate etnie (sconfitte nelle guerre) e che non aveva un carattere così sistematico né conosceva forme di sfruttamento particolarmente feroci.

Non dobbiamo dimenticare che il libro dell’Esodo inizia descrivendo una situazione di relativo benessere da parte degli ebrei e che il capovolgimento in direzione di una dura schiavitù fu determinato da un faraone che temeva l’eccessivo diffondersi in Egitto dell’etnia ebraica.

Quando gli ebrei decisero di andarsene dall’Egitto, quest’ultimo era già caratterizzato da una fase di crisi involutiva. Sembrava essere irrimediabilmente finita l’epoca dei grandi faraoni e delle loro forme di idolatria.

Note

1 Il Talmùd chiama Gesù “figlio di Pantera”, un vicino di casa che possedette con l’inganno Maria, la quale non riusciva ad avere figli da Giuseppe. Oltre al Talmùd, gli ebrei potevano leggere (e l’hanno fatto sino al XIX sec.) alcune notizie satiriche sulla vita di Gesù in quei romanzi popolari diffusi nella diaspora, chiamati Toledoh, nei quali si narra che il mago-Gesù venne sconfitto da Giuda e consegnato alla giustizia; poi dei discepoli ne avrebbero trafugato il cadavere facendo credere ch’era risorto. Nel 1985 un documento del Vaticano ha cancellato la condanna bimillenaria degli ebrei da parte dei cattolici.

2 Kibbuz: è un centro agricolo in cui tutti i beni sono di proprietà comune, retto da una forma di democrazia semplice. L’assemblea generale (organo sovrano) istituisce varie commissioni per i diversi servizi della comunità: scuola, asili nido, attività ricreative, produzione agro-industriale e artigianale, ecc. Il primo kibbuz è stato fondato nel 1909 presso il lago di Tiberiade. Oggi il 2-3% degli israeliani appartiene a un kibbuz, laico o religioso. Spesso il governo di Tel Aviv li usa per colonizzare le terre dei palestinesi: qui infatti al ragazzo tredicenne (che ha cioè appena raggiunto la maggiore età religiosa) si consegna una Bibbia e un fucile. Il Moshav invece è un villaggio agricolo ove ogni famiglia lavora la propria terra come meglio crede, ma che al momento della vendita si affida a una cooperativa. Alcuni strumenti di lavoro e le macchine agricole sono di comune proprietà.

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