Breve cronistoria del moderno Stato d’Israele

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Com’è noto, gli ebrei sono sparsi in tutto il mondo soprattutto a causa della grande diaspora del 70 d.C., iniziata quando l’imperatore Tito conquistò Gerusalemme, poi completamente distrutta dall’imperatore Adriano nel 135. Già prima di queste date moltissimi ebrei vivevano lontani dalla Palestina, ma solo coi Romani persero il diritto di vivere a Gerusalemme, che infatti fu chiamata Aelia Capitolina.

Gli ebrei sono stati criminalizzati per due millenni dal cristianesimo, che li ha considerati un popolo deicida, accusa eliminata solo col Concilio Vaticano II negli anni ’60. In Europa gli ebrei sono stati costretti a vivere nei ghetti e obbligati a svolgere solo certe attività, sono stati oggetto di pregiudizi e di false accuse, sono stati linciati e uccisi in massa nei pogrom. Con l’avvento del nazifascismo, che promulgò le leggi razziali e affermò la supremazia dell’inesistente razza ariana, ebbe luogo la Shoah.1

Nel Medioevo gli ebrei furono particolarmente vessati dall’Inquisizione e costretti a convertirsi al cattolicesimo, per essere poi cacciati nel 1492 dal regno di Castiglia e Aragona, nel 1496 dal Portogallo, nel 1540 dal regno di Napoli e così via. Nella Russia meridionale gli ebrei Cazari arrivarono a costituire un principato durato fino all’invasione mongola del XII sec.

Secondo molti storici nei domini arabi e islamici gli ebrei si trovavano in condizioni migliori rispetto a quelle nelle nazioni europee, benché fossero obbligati a pagare una tassa speciale e non potessero muoversi liberamente.

A partire dal 1870 in Europa gli ebrei cominciarono a prendere coscienza dei loro diritti e a organizzarsi per ottenere il pieno riconoscimento politico e civile. In Russia solo col potere sovietico furono equiparati agli altri cittadini.

È in questo contesto che sorge il sionismo (da Sion, altura su cui fu fondata Gerusalemme), una corrente politico-religiosa che sostiene la costituzione di uno Stato ebraico autonomo con lo scopo di allontanare gli ebrei da persecuzioni e pregiudizi. Alla fine del XIX sec. comincia la migrazione ebraica verso la Palestina.

I sionisti ottengono buona parte della Palestina dai britannici, i quali però contemporaneamente l’avevano promessa, falsamente, agli arabi in cambio del sostegno dato da questi ultimi alla sconfitta dell’impero ottomano, che la occupava. Infatti nel 1916 gli inglesi, segretamente, avevano stipulato coi francesi l’accordo di Sykes-Picot con cui spartirsi tutto il Medio Oriente. Dalla fine della I guerra mondiale al 1948 la Palestina rimase sotto il mandato britannico: ne aveva bisogno perché il petrolio rubato all’Iraq veniva trasferito in occidente e in Africa passando per il Mar Rosso.

Un passo importante per i sionisti fu fatto con la dichiarazione Balfour del 1917, in cui è delineata la spartizione dell’impero ottomano alla fine della I guerra mondiale. Si tratta di una lettera, scritta dal ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour e inviata a Lord Lionel Rotschild (significativo esponente della comunità ebraica inglese e del movimento sionista), in cui si sostiene che il governo britannico non avrebbe ostacolato la creazione di una sede nazionale per il popolo ebraico in Palestina, se fossero stati garantiti i diritti delle altre minoranze ivi stanziate da secoli.

Tuttavia già negli anni ’20 la situazione in Palestina si era fatta esplosiva, poiché i sionisti lì trasferiti costituirono gruppi militari che organizzavano attacchi e sabotaggi contro i palestinesi residenti e contro gli stessi amministratori britannici, al fine di accelerare l’emigrazione ebraica, altrimenti sarebbe stato impossibile creare un vero e proprio Stato ebraico.

Gli stessi colonialisti britannici immaginavano che per mezzo dei sionisti avrebbero potuto continuare a controllare quella regione importantissima dal punto di vista strategico e delle risorse energetiche. Ma la situazione per loro divenne ben presto ingestibile, per cui rinunciarono al mandato colonialistico.

E così il 29 novembre 1947 con la risoluzione n. 181 l’ONU decise la spartizione della Palestina, disegnata da una commissione speciale, col voto favorevole di 33 Stati, quello contrario di 13 (tra cui la Jugoslavia che prevedeva una soluzione federativa) e 10 astensioni. Allo Stato ebraico fu assegnato il 56% del territorio, benché in molti casi gli ebrei restassero una minoranza, nonché ampie regioni disabitate e desertiche per fare spazio a quelli che sarebbero arrivati successivamente.

Ai palestinesi veniva attribuita la parte restante della regione, in cui avrebbero dovuto istituire il loro Stato. Gerusalemme sarebbe stata posta sotto il controllo delle Nazioni Unite. I britannici dovevano andarsene entro il 1° agosto del 1948.

Non solo nessun Paese islamico accettò tale soluzione, ma neppure una parte dei sionisti, poiché non volevano che si costituisse uno Stato palestinese in una terra che apparteneva, secondo loro, da tempi ancestrali agli ebrei.

Ecco perché è nata una strategia espansionistica da parte dei sionisti, che sta provocando il genocidio dei palestinesi e creando una situazione di cronica instabilità in Medio Oriente.

Lo Stato ebraico ricevette anche l’appoggio dell’URSS, che gli fornì armamenti e dette impulso all’emigrazione degli ebrei dall’Europa orientale, che in pochi anni in 300.000 raggiunsero quelle terre. La prima conseguenza di questa crescita demografica fu l’espulsione di circa 700.000 palestinesi, cui è sempre stato rifiutato il diritto a tornare nella loro patria. Dal 1948 ad oggi i palestinesi han perso tutte le guerre e sommosse varie, con conseguenze catastrofiche per la loro libertà di movimento e la loro sopravvivenza materiale.

È stato indubbiamente un grave errore da parte dell’ONU far pagare ai palestinesi, senza nemmeno consultarli, l’onere dei misfatti e delle violenze compiuti dall’occidente nei confronti degli ebrei. Semmai avrebbe dovuto essere la Germania a donare loro un lembo della sua terra a scopo di risarcimento.

Resta comunque un fatto che Israele non ha mai riconosciuto le risoluzioni delle Nazioni Unite prese a difesa dei palestinesi, per cui continua a violare in maniera arrogante il diritto internazionale, privando gli arabi delle loro case, i cui titoli di proprietà risalgono all’epoca dell’impero ottomano. E lo fa senza rispettare alcuna proporzione tra gli attacchi palestinesi e le sue reazioni militari, ampiamente sostenute dagli Stati Uniti, che si sono praticamente sostituiti al Regno Unito.

Oggi la popolazione di Gaza vive nel più grande carcere a cielo aperto del mondo. Altri palestinesi vivono in Cisgiordania. Ed entrambi i gruppi sono collocati in una sorta di bantustan tra loro incomunicabili. Creare uno Stato in queste condizioni è impossibile. Nel complesso circa 5 milioni di palestinesi vivono separati tra loro, sono privati della gestione autonoma delle loro risorse e sono controllati da uno degli eserciti più potenti al mondo.

Nella Striscia di Gaza non abitano cittadini israeliani. È stata occupata da Israele durante la Guerra dei Sei giorni (1967), sottraendola al controllo egiziano, e tenuta in stato di occupazione fino al 2005, quando Israele decise unilateralmente di smobilitare le sue colonie e ritirare i militari. Il che non vuol dire che non la controlli in modo asfissiante.

La Cisgiordania, che si estende da Gerusalemme fino alla sponda occidentale del fiume Giordano, fu anch’essa occupata da Israele nel 1967 (poi parzialmente ceduta ai palestinesi con gli accordi di Oslo del 1993). Prima della guerra era sotto il controllo del governo giordano e abitata per lo più da persone di etnia araba. Invece dopo la guerra Israele cominciò a fondarvi senza sosta insediamenti civili di coloni ebrei. Formalmente è governata dall’Autorità Palestinese, in cui prevale il partito moderato Fatah, ma Israele mantiene diversi importanti poteri, tra cui il controllo militare di buona parte del territorio.

Anche Gerusalemme est è occupata in gran parte militarmente da Israele dal 1967, ed è separata dal resto della Cisgiordania da un muro di 730 km, costruito dagli israeliani per proteggere i propri insediamenti. È militarizzata come poche metropoli al mondo (d’altra parte Israele è uno dei rarissimi Paesi occidentali ad avere un servizio di leva obbligatorio). Nella parte ovest è sede delle principali istituzioni israeliane come la Knesset (il parlamento), e di vari ministeri. Nessun governo al mondo ha qui la propria ambasciata, eccetto gli USA.

Infine è bene ricordare che Israele è uno Stato teocratico, che si è dotato di una Legge fondamentale nel 2018 secondo cui Israele è “Stato nazionale del popolo ebraico e di nessun altro”: è il luogo deputato all’autodeterminazione solo degli ebrei. I due milioni di arabo-israeliani che vivono in Israele sono cittadini di seconda categoria.

Nota

1 Spesso ci si dimentica che altre mostruosità sono accadute in quella macelleria sociale chiamata “storia umana”: lo sterminio di amerindi, aborigeni australiani, tasmaniani, la tratta degli africani, il reclutamento forzato dei coolies in Cina ecc.

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