L’ateismo di Giobbe

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Nel libro biblico di Giobbe, scritto forse nel V sec. a.C., il protagonista è un ricchissimo agrario con dieci figli, i quali conducevano una vita spensierata, a volte licenziosa.

Quest’uomo, che passava per “timorato di Dio”, moralmente integro e retto, viene messo alla prova da Satana, col permesso di Dio, al fine di verificare la credibilità della sua fede e della sua morale, che nel libro coincidono: chi “crede” è anche “buono”.

La prima prova è quella della povertà. I popoli pagani dei Caldei e dei Sabei, privano Giobbe di tutti i suoi beni. A tale catastrofe si aggiungono anche eventi atmosferici molto sfavorevoli, che portano a morte i suoi stessi figli.

Giobbe però continua ad aver fede in Dio. “Nudo uscì dal ventre di mia madre e nudo vi ritornerò”, così diceva, pensando di dover morire povero.

La seconda prova da superare fu una grave malattia della pelle, che riempie Giobbe di pustole e foruncoli, tanto da costringerlo a vivere separatamente dagli altri. Al vederlo così, la moglie si meraviglia che continui a credere in Dio; ma Giobbe le risponde, fatalisticamente: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”.

A quel punto tre suoi amici vanno da lui per consolarlo: Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita. Non pronunciano una parola per una settimana, limitandosi a piangere.

Poi Giobbe viene fuori con un discorso. Comincia a dire che sarebbe stato meglio non essere mai nato o essere morto subito dopo, piuttosto che vivere una sofferenza del genere, a lui del tutto inspiegabile.

Il primo a rispondergli è Elifaz il Temanita. Cerca di consolarlo in maniera ingenua, dicendogli che Dio premia i buoni e castiga i cattivi già su questa Terra. E siccome lui è l’unico essere buono, è giusto che faccia ciò che vuole: di fronte a Dio nessun mortale può essere completamente giusto. Quindi fa capire a Giobbe che qualcosa di negativo deve aver fatto, anche se non ne ha consapevolezza. È solo nell’ignoranza del male compiuto che Giobbe, inevitabilmente, avverte come inspiegabile quanto gli è accaduto. Dio quindi l’avrebbe punito solo per correggerlo. Prima o poi, se gli resterà fedele, lo premierà.

Rispondendo a Elifaz, Giobbe fa capire che se anche avesse compiuto qualcosa di sbagliato, quanto sta soffrendo in quel momento gli appare del tutto sproporzionato, per cui avrebbe sperato di ottenere, da parte di Elifaz, un aiuto consolatorio, non una richiesta di pentimento. Infatti, se proprio deve pentirsi di qualcosa, gli si deve prima dire in che cosa ha peccato, altrimenti sarà costretto ad attribuire al caso le sue disgrazie. (Si noti come qui già s’intravvede un principio di ateismo).

Resosi conto della incongruità tra colpa e pena, Bildad il Suchita non chiede a Giobbe di pentirsi per una colpa personale, ma per una colpa che possono aver compiuto i suoi figli. E questa per lui non può che essere quella dell’ateismo. I suoi figli non avevano il suo stesso “timor di Dio”. Dopodiché aggiunge che se lui, nonostante questa grande disgrazia di cui soffre, continuerà a rimanere fedele a Dio, otterrà di sicuro più di quanto gli è stato tolto, poiché Dio non può negare se stesso e punire chi gli è riconoscente. Non l’ha mai fatto nella storia delle generazioni precedenti alla nascita di Giobbe. Bisogna quindi aver solo pazienza.

Giobbe fa capire subito a Bildad che confrontarsi con un Dio come quello che loro gli hanno dipingendo, è impossibile: si finirebbe con l’avere sempre torto. Questo Dio è per lui troppo misterioso, troppo potente, troppo incomprensibile per poterlo conoscere o frequentare.

Infatti – questo è quanto lui dice di un eventuale rapporto dialettico con tale Dio: “Se avessi anche ragione, non risponderei”, proprio perché sarebbe naturale temere spiacevoli conseguenze. Non se la sentirebbe, di fronte a un’entità così onnipotente, di mostrare saggezza o giustezza in qualcosa. Ecco perché aggiunge: “Al mio giudice dovrei domandare pietà”, facendo quindi la parte del colpevole, anche se in coscienza ritiene di non esserlo.

Di fronte a un Dio del genere, che in fondo gli appare abbastanza assurdo, Giobbe dichiara di non essere sicuro di niente: “Se io lo invocassi e mi rispondesse, non crederei che voglia ascoltare la mia voce”. Quando, in effetti, si ha a che fare con un’entità così imprevedibile, non val neppure la pena avere un confronto. “Egli con una tempesta mi schiaccia, moltiplica le mie piaghe senza ragione…”.

Per Giobbe sarebbe come avere a che fare con un sovrano assoluto e capriccioso, padrone di un potere così grande che lo autorizza a considerare gli esseri umani dei semplici sudditi da manipolare, nella convinzione di avere anche tutte le ragioni per comportarsi così. Infatti egli constata amareggiato: “Se avessi ragione, il mio parlare mi condannerebbe”, nel senso che per un uomo sarebbe meglio tacere, visto che Dio conosce i pensieri di tutti e nessuno conosce i suoi. “Se fossi innocente, egli proverebbe che sono colpevole”, proprio perché il diritto, quando è in gioco la figura di Dio, appartiene alla forza di chi comanda, che è infinitamente superiore a quella di chi ubbidisce.

Alla fine di questa riflessione Giobbe è costretto a chiedersi: “Sono innocente? Non lo so neppure io”. Solo un’entità esterna, onnipotente e onnisciente, può davvero sapere se lui è colpevole o innocente. A questo punto però, per un uomo così ferito e angosciato, in balìa di una volontà nei cui confronti è del tutto impotente, non è neppure importante sapere la verità. Infatti è Dio che “fa perire l’innocente e il colpevole”, e in una maniera che all’uomo comune pare del tutto casuale o arbitraria.

Quindi non è affatto vero che Dio salva sempre l’innocente o condanna sempre il colpevole. Nel percorso della vita, nella storia del genere umano colpevoli e innocenti vivono o muoiono senza riferimenti a questioni di giustizia o di diritto. “Se un flagello arriva all’improvviso, della sciagura degli innocenti Dio ride”, dice a Bildad, non senza apparire cinico e quindi, sul piano religioso, blasfemo. Giobbe manifesta chiaramente una concezione della divinità del tutto diversa, in quanto rifiuta l’idea che la divinità non potrebbe mai fare del male, o comunque permetterlo. Anzi, per lui Dio sembra essere un’entità che va al di là del bene e del male, proprio in quanto bene e male sono soltanto categorie umane.

Giobbe aggiunge ancora, per far vedere che gli uomini sono degli inetti, del tutto incapaci di voler il bene, di essere razionali, che Dio non ha alcuna difficoltà a permettere che “la Terra venga lasciata in balìa del malfattore”. In balìa nel senso che chi dovrebbe giudicare il malfattore non è in grado di farlo: “Dio vela il volto dei suoi giudici”. Altro che “giustizia divina”! Altro che “storia maestra di vita”! Altro che “tribunale della storia”! Le società, le civiltà sono più che altro amministrate da uomini dissoluti, corrotti, irresponsabili.

Dunque (ecco un’altra conclusione efficace nei ragionamenti disincantati di Giobbe): “Se sono colpevole, perché affaticarmi invano?”. Qui va sottintesa la necessità di dover pentirsi di qualcosa, di dover chiedere perdono, o anche di trovare delle giustificazioni alla propria condotta. Giobbe sembra essere propenso ad assumere un atteggiamento rassegnato, cioè a lasciar fare al destino. D’altronde è inutile mettersi a discutere con uno “che non è un uomo come me, cui io possa rispondere: ‘Presentiamoci alla pari in giudizio’. Non c’è fra noi due un arbitro che ponga la mano su noi due”.

Sono parole, queste, di una profondità eccezionale. In effetti, che senso ha credere in un Dio con cui è impossibile confrontarsi? Se questa non è una forma incipiente di ateismo, che cos’è? Se un Dio ha la facoltà di terrorizzare, è impossibile che l’uomo possa essere sincero, onesto con se stesso. È come essere sotto tortura: si è disposti a dire qualunque cosa per far smettere il carnefice. O, al contrario, si dà per scontato che col carnefice non vi sia alcuna possibilità d’intesa, per cui ci si lascia morire. Se Dio non rinuncia alla sua capacità reale di terrorizzare, sarà sempre impossibile parlarci senza temerlo. Si dovrà per forza subire o essere ipocriti, ambigui nel parlare, doppi nelle intenzioni.

Soltanto s’egli si metterà allo stesso livello dell’uomo, Giobbe si sentirà in dovere di chiedergli: “È forse bene per te opprimermi… e favorire i progetti dei malvagi?”. Cioè il povero sventurato, ignaro delle cause di ciò che lo opprime profondamente, si sentirà autorizzato a porre un dubbio sulla giustezza dell’operato di Dio. Potrà chiedergli il motivo di così tanto accanimento, che apparentemente sembra insensato. Questo perché Giobbe ha l’impressione che Dio si comporti proprio come gli uomini che non hanno rispetto di niente, in quanto vogliono esercitare unicamente il loro potere. “Hai tu forse occhi di carne, o anche tu vedi come l’uomo?”: questo il rimprovero che gli muoverebbe, se potesse discutere con lui alla pari, senza timore d’essere incenerito. L’importante è chiarirsi sul perché delle cose, altrimenti l’uomo potrebbe arrivare a dire che la vita non ha alcun senso.

Quindi delle due l’una: “Se sono colpevole, guai a me! Se giusto, non oso sollevare la testa…”. Non la solleverà perché comunque di fronte a un Dio così, qualunque reazione è impossibile. Ma per lo meno egli avrà la soddisfazione di sapere che non stava pagando il prezzo di qualche specifica colpa. Se poi Dio vorrà lo stesso punire Giobbe, per una colpa che solo lui, in virtù della sua onniscienza, conosce, lo faccia pure. Resta tuttavia il fatto che i suoi interlocutori, umani come lui, non hanno il diritto di chiedergli di accettare la pena come se dovesse meritarla. Infatti, per quanto lo riguarda, l’incoerenza, finché manca un confronto alla pari, è tutta del Creatore, nel senso che se egli deve essere punito senza valide ragioni, tanto valeva non averlo mai fatto nascere. “Perché tu mi hai tratto dal seno materno?”, si chiede Giobbe. E si dà anche una risposta: “Lasciami ritornare nelle tenebre”, tanto la vita su questa Terra non ha alcun senso.

Detto questo, interviene Zofar il Naamatita, che è sulla posizione degli altri due, dando per scontato che Giobbe abbia peccato in qualcosa, altrimenti l’azione di Dio sarebbe folle.

Gli fa però capire due cose: 1) se Dio voleva toglierlo di mezzo, a causa della sua iniquità, l’avrebbe già fatto, per cui, se si limita a farlo soffrire, vuol dire che ha intenzione di perdonarlo, ovvero che gli ha già condonato almeno una parte della colpa; 2) sapendo questo, Giobbe non dovrebbe avere difficoltà a pentirsi, nel senso che gli basta poco per tornare ad essere felice come un tempo, anche se in una condizione materiale molto diversa.

Giobbe gli risponde assumendo un tono critico: la sapienza non appartiene solo agli amici che sono venuti a trovarlo, ma anche a lui stesso, in grado di fare i medesimi ragionamenti. Non accetta l’idea che vi siano intermediari tra lui e Dio, dei mediatori che pretendono d’essere più sapienti di lui, più capaci d’interpretare la volontà divina.

Ciò che Giobbe continua a rifiutare è l’idea di doversi pentire a priori per una colpa che ignora e che, secondo i saggi, deve per forza aver compiuto (o devono aver compiuto i suoi parenti). Infatti, se egli si sentisse davvero colpevole di qualcosa, non avrebbe l’ardire di misurarsi con un’entità dai poteri straordinari. Giobbe rivendica l’autonomia dell’uomo, il diritto a non farsi calpestare senza reagire.

Egli non rifiuta d’essere processato per qualche colpa che ha commesso. Rifiuta però che nella procedura processuale lui si debba sentire schiacciato come un verme da una realtà onnipotente. Vuol sentirsi libero di parlare, di difendersi, persino d’interrogare chi lo accusa.

Poi fa una rimostranza contro lo stesso Dio, dal sapore irriverente: l’uomo non è come la natura, che, nonostante le avversità, può sempre riprendersi; l’uomo è mortale, in maniera irreversibile, e nessuno sa che fine farà dopo morto; dunque a che pro ridurgli così duramente il tempo della sua esistenza, senza dargli modo di rimediare a qualche errore compiuto? Che razza di Dio è quello che considera un albero più importante dell’uomo?

A partire dal cap. 15 inizia il secondo ciclo di discorsi. Parla Elifaz il Temanita. Ora il saggio non pone più delle domande a Giobbe, ma formula delle precise accuse. “Tu distruggi la religione e abolisci la preghiera innanzi a Dio”.

Elifaz ha capito che Giobbe tende seriamente, convintamente all’ateismo, per cui sta per pronunciare un’invettiva contro tutti coloro che non riconoscono l’Onnipotente. Ora attribuisce all’ateismo di Giobbe la colpa morale che gli ha meritato il castigo, nel senso che Giobbe si condanna da solo proprio mentre cerca di difendersi. Arriva a dire che gli atei, anche se sono dei grandi condottieri armati di spada, periranno miserevolmente. Il fatto che gli empi muoiano in maniera rovinosa, dimostra appunto, secondo lui, l’esistenza di un Dio giusto giudice.

Giobbe però non s’intimorisce affatto, anzi, comincia a inveire contro i suoi interlocutori, dicendo loro che se le parti fossero invertite, anche lui sarebbe in grado di fare dei gran bei discorsi moralistici o religiosi. Proprio non riesce ad accettare l’idea che si debba sopportare il dolore a causa di una qualche colpa commessa, di cui non si ha contezza. Non vuol credere in una inspiegabile fatalità, né vuole abbassare la testa di fronte a una imperscrutabile volontà divina. Lui non si sente colpevole di nulla, a meno che qualcuno non glielo dimostri concretamente. E non accetta prediche morali per le quali dovrebbe sentirsi colpevole a priori, in virtù del fatto che il Creatore ha “sempre” ragione.

Attorno a sé non vede alcun aiuto, ma solo nemici che vogliono approfittare della sua debolezza. Non ama essere giudicato da un senso schematico della giustizia, da chi non mette mai in discussione i valori dominanti. Piuttosto che adeguarsi passivamente alla concezione che lo obbliga a pentirsi senza saperne la ragione, preferisce morire. In nome dell’ateismo Giobbe ha il coraggio di dire che il sepolcro è “suo padre”, e i vermi che lo mangeranno sua madre e le sue sorelle.

Ecco che Bildad il Suchita riprende a parlare. E gli dice soltanto che tutte le giustificazioni che fino a quel momento ha ascoltato, sono soltanto inutili chiacchiere. Se continua così, Giobbe è destinato a far la fine degli empi che non credono in Dio. Non c’è scampo per lui. E lo rimprovera di aver fatto passare i suoi amici per bestie insensibili.

Di nuovo Giobbe replica, e questa volta con tono minaccioso, invitandoli ad andarsene. È stufo d’essere insultato, maltrattato. Rivendica la giustezza del suo comportamento; e loro non possono pensare d’aver ragione solo perché lui, in quel momento, si trova in uno stato di abiezione.

“Grido contro la violenza, ma non ho risposta; chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!”. Gli amici moralisti gli fanno ribrezzo come i nemici che gli hanno portato via tutto. Per lui non ha più senso credere in un Dio che lo considera alla stregua di un nemico. Non ha più voglia di discutere coi sapienti moralisti. Si affida soltanto alla speranza che, dopo la sua morte, qualcuno lo vendicherà, o quanto meno si assumerà l’onere di dimostrare ch’egli era nel giusto.

Spera insomma che venga smascherata l’ipocrisia di chi lo giudica negativamente solo perché lui è andato materialmente in rovina. Giobbe rifiuta recisamente l’idea che lui sia tenuto a pagare il prezzo di una qualche grave mancanza, di cui per fondati motivi non avverte alcuna responsabilità.

Ora a contestarlo è Zofar il Naamatita, ma lo fa ribadendo cose già dette. Gli atei sono destinati a scomparire dalla faccia della terra. Non c’è futuro per l’ateismo, poiché già nel passato, nel suo confronto con la fede religiosa, ha sempre perso la partita. Gli atei cercano la ricchezza, poiché sono immorali, non hanno rispetto di alcun valore; ma i loro figli dovranno restituire tutti i beni sottratti alle popolazioni affamate.

Zofar vuole spaventare Giobbe con immagini terrificanti, come tutte le religioni han sempre fatto usando la raffigurazione dell’inferno ultraterreno. L’ebraismo ha però questo di diverso: gli empi devono vivere l’inferno già in questo mondo, poiché saranno le persone pie e devote a ribellarsi alla loro malvagità.

Ma Giobbe non si fa impressionare e al cap. 21 reagisce così. Smentisce Zofar su tutta la linea: non concede nulla di ciò che gli ha detto. Infatti ritiene che sia sotto gli occhi di tutti che gli atei se la passano molto bene e non sono affatto puniti da Dio.

Le considerazioni di Zofar sono un falso storico, anzi ideologico, in quanto viziate da un pregiudizio di fondo, quello appunto religioso. Gli atei – spiega Giobbe – “finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli negli inferi”. È proprio la loro condotta a dimostrare l’inesistenza di Dio. E di fronte alla morte credenti e non credenti verranno trattati nella stessa maniera: solo che gli uni in vita avranno goduto, gli altri no, avendo avuto il timore di trasgredire i precetti divini. “Uno muore in piena salute, tutto tranquillo e prospero… Un altro muore con l’amarezza in cuore, senza aver mai gustato il bene”. Poi “nella polvere giacciono insieme e i vermi li ricoprono”. Insomma non esiste alcuna giustizia divina: gli uomini se la devono fare per conto loro.

Di nuovo interviene Elifaz il Temanita, che non demorde, anche se ha capito di avere a che fare con un intellettuale che sprovveduto non è. Questa volta però le accuse sono gravissime, e stupisce che per i primi 21 capitoli nessuno ne abbia fatto cenno. Ci si sarebbe risparmiati tante illazioni, o vuote supposizioni, o inutili lamentele, o frasi retoriche e moralistiche… Vien da pensare che questo terzo ciclo di discorsi sia stato aggiunto da qualche altro autore, resosi conto che la logica di Giobbe era tutt’altro che peregrina.

Infatti Elifaz non ha dubbi nel sostenere che se Giobbe fosse stato una persona giusta, le pene inflitte da Dio non avrebbero avuto alcun senso, ma esse acquistano tutta la loro giustificazione alla luce del fatto che Giobbe era stato in realtà profondamente ingiusto.

Nel mostrare le sue prove Elifaz è un fiume in piena. Fa la parte di un fanatico della religione che non si rassegna a credere che un ateo possa essere una persona eticamente irreprensibile. Di qui una sfilza incredibile di accuse. Giobbe possiede una “grande malvagità”, una “iniquità senza limite”, ha “spogliato gli ignudi”, non ha dato “da bere all’assetato”, ha rifiutato “il pane all’affamato”, ha dato “la terra al suo favorito”, ha rimandato “la vedova a mani vuote”, ha addirittura “rotto le braccia agli orfani”.

Elifaz attribuisce tutte queste iniquità all’empietà di Giobbe, che viene fatta coincidere con l’egoismo. Non entra nel merito delle singole scelleratezze, non le circostanzia nel tempo e nello spazio, non cita luoghi e persone, ma le elenca come se fossero a tutti note. È sì costretto ad ammettere che gli empi possono avere immense ricchezze, nei cui confronti Dio non può far nulla. Ma poi aggiunge che anche gli empi, prima o poi, andranno in rovina, per cui l’unico modo di riconciliarsi con Dio è pentirsi di ciò che si è fatto. E per farlo in maniera convincente, Giobbe deve anzitutto “stimare l’oro come polvere”.

Insomma l’accusa è quella di essere stato un “materialista volgare”, attaccato tenacemente ai beni materiali. Ora, come potrà Giobbe scagionarsi di fronte ad accuse così gravi? Riuscirà a trovare argomenti davvero convincenti?

Due interi capitoli (23 e 24) sono riservati alla replica di Giobbe. Ma, per quanto incredibile possa apparire, egli non risponde a tono. Non prende in considerazione neanche una delle accuse di Elifaz. Pertanto ci si chiede: non ha argomenti per obiettare alcunché, in quanto le colpe sono terribilmente evidenti, oppure considera le accuse tutte false, per cui non meritano alcuna attenzione? Sono insomma le farneticazioni grossolane di un impostore, oppure Giobbe vorrebbe mettersi a discutere solo col diretto interessato, cioè Dio in persona?

Da quel che afferma, sembra che la sua posizione non sia cambiata di una virgola, per cui vien da pensare che questi due capitoli non forniscano informazioni in più. Giobbe si sente innocente su tutti i fronti, a tutti i livelli, e vorrebbe poterlo dimostrare non a chi, stando davanti a lui, lo accusa spietatamente, ma direttamente a Dio, che però egli non vede da nessuna parte. Non vuole essere giudicato dagli uomini, ma da un’entità superiore.

“Ma se vado avanti, egli non c’è; se vado indietro, non lo sento. A sinistra lo cerco e non lo scorgo; mi volgo a destra e non lo vedo” – così Giobbe si sente autorizzato a constatare. Non vuole discutere coi suoi interlocutori, poiché li disprezza, li reputa degli ipocriti. Vorrebbe farlo col Dio in cui loro dicono di credere, ma non lo vede da nessuna parte. E, per quanto gli riguarda, egli ribadisce la sua rettitudine, la sua onestà di fondo, la sua fedeltà alla legge. Sente di non meritare quelle disgrazie. Sente di essere vittima di circostanze fortuite e inspiegabili. Nessuno può paragonarlo a un malvagio che “sposta i confini” del proprio territorio, che “ruba le greggi altrui”, che porta via “l’asino degli orfani”, o “prende in pegno il bue della vedova”, o “spinge i poveri fuori strada”. E così via.

Sino alla fine Giobbe continua a dire che le sue azioni non possono essere equiparate a quelle che compiono i malvagi, di giorno e di notte. Continua soprattutto a sostenere che i malvagi fanno quello che vogliono e non c’è alcun Dio che possa impedirglielo. E quando loro vanno in rovina, è perché vengono sostituiti da altri nemici peggiori di loro, non tanto perché chi ha sofferto le loro angherie ha ottenuto giustizia. I malvagi possono andare in rovina come le persone rette e oneste, ma non perché esiste un Dio che li punisce. “Non è forse così? Chi può smentirmi e ridurre a nulla le mie parole? – si chiede, rassegnato, il povero Giobbe.

Al che Bildad il Suchita sembra rispondere, non meno sconsolato, che se anche Giobbe avesse ragione, resta il fatto che, in ultima istanza, l’uomo, di per sé, solo per il fatto d’essere nato, non può in alcuna maniera paragonarsi a Dio. Questo perché di fronte a Dio l’uomo ha sempre torto, che abbia peccato o no.

Ora, da qui in poi, altri due capitoli l’autore li riserva a Giobbe, che schernisce Bildad senza pietà. “Quanto aiuto hai dato al debole e come hai soccorso il braccio senza forza!”, gli risponde seccato. Soprattutto non sopporta che gli si venga a dire di non conoscere Dio, che per lui, in sostanza, coincide con la Natura.

Giobbe è così convinto di ciò che dice, è così convinto di dire la verità che rifiuta di riconoscere ai suoi interlocutori qualunque ragione. “Lungi da me che io mai vi dia ragione; fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità”. E poi ancora: “La mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni”.

Possiamo forse dire che qui Giobbe si comportava come un arrogante, totalmente incapace di autocritica? Da quel che afferma, appariva piuttosto un saggio che non sopportava accuse senza fondamento, critiche fuori luogo, pregiudizi di fondo, e soprattutto le frasi fatte. Avvertiva chiaramente che i suoi interlocutori non erano in grado di capirlo.

Ora è Zofar il Naamatita che interviene. Da un lato conferma quanto già detto dagli altri due sapienti. Non è vero che il malvagio può godere indisturbato. Prima o poi la giustizia colpirà anche lui. Dall’altro giustifica questa certezza dicendo che la sapienza e l’intelligenza non appartengono al genere umano ma solo a Dio. L’uomo può trasformare la natura, può produrre mezzi di lavoro, strumenti tecnologici, cercare il benessere materiale e arricchirsi a dismisura; ma la vera sapienza e la vera intelligenza delle cose gli restano inaccessibili. L’uomo è arrogante, non è capace di temere Dio, e in questa sua presunzione, in questo suo orgoglio sconsiderato è destinato a perdersi.

Il terzo ciclo di dialoghi si conclude con la lunga e sofferta apologia di Giobbe. Smentisce categoricamente che non abbia offerto tutto l’aiuto possibile al povero, al cieco e allo zoppo quando glielo chiedevano. Rompeva invece la “mascella” al perverso. Si sentiva un’autorità rispettata per il suo senso di equità e giustizia.

Ora però si sente perduto. Tutti lo deridono, soprattutto i giovani. Invece di consolarlo, se ne approfittano. Quando lo vedono, gli sputano in faccia. Da quando non è più un’autorità, lo disprezzano. Egli chiede aiuto, ma nessuno glielo dà. E lui si lamenta, poiché, se avesse incontrato uno nella sua condizione, non si sarebbe comportato così, non avrebbe infierito, anzi, avrebbe pianto con lui.

Giobbe vuole assicurare tutti coloro che lo guardano, che non è colpevole né di frode né di adulterio. Non ha abusato di nessuna vergine. Non ha privato gli schiavi dei loro diritti. Non ha torto un capello alle persone innocenti. Non ha mai imprecato contro i suoi nemici, perché sapeva tenere a freno la lingua. Non ha mai gioito delle disgrazie altrui. Ha sempre ospitato lo straniero e il viandante, consolato le vedove, assistito gli orfani. Ha sempre ammesso in pubblico, davanti all’assemblea del villaggio, le proprie colpe. Non ha mai rifiutato d’essere castigato. Non ha fatto nulla di cui pentirsi o vergognarsi, perché al cospetto di Dio voleva presentarsi, dopo morto, con una coscienza pulita.

È a questo punto che un altro autore introduce i discorsi di un nuovo protagonista, Eliu, figlio di Barachele il Buzita, della tribù di Ram, i cui discorsi, molti lunghi, riempiono i capitoli dal 32 al 37.

Eliu inveisce contro Giobbe, perché ha la pretesa d’aver ragione di fronte a Dio, ma se la prende anche coi tre interlocutori, perché non hanno saputo tenergli testa come avrebbero dovuto, essendo convinti della sua colpevolezza. In realtà i tre saggi non avevano mai smesso di contestare le argomentazioni di Giobbe. Ma vediamo se ora Eliu sostiene qualcosa di nuovo.

Anzitutto si scusa di non essere intervenuto prima: è che dei quattro saggi lui era il più giovane ed era convinto che la saggezza riposasse nella mente dei più anziani. Ma, a quanto pare, si è dovuto ricredere.

In pratica fa questo ragionamento introduttivo: i tre saggi erano convinti d’essere nel giusto, ma ritenevano che solo Dio potesse convincere Giobbe del suo peccato. Eliu invece è convinto che non c’è bisogno di scomodare Dio per contestare Giobbe: basta una riflessione umana più approfondita.

La prima cosa che dice è che Dio non è mai obbligato a giustificare davanti agli uomini il senso delle proprie azioni, cioè non è obbligato a rispondere alle domande dell’uomo; e, in ogni caso, se anche volesse farlo, potrebbe usare varie forme e modi, che non necessariamente dovrebbero coincidere con quanto l’uomo può attendersi: per es. può farlo attraverso i sogni, quando meno l’uomo se l’aspetta, oppure attraverso il dolore, senza far corrispondere necessariamente o immediatamente una pena a una determinata colpa, e questo dolore può essere causato da fenomeni naturali. Le azioni di Dio non è detto che debbano essere strettamente inerenti alla vita dei singoli individui.

Eliu ha una concezione di Dio come di un’entità totalmente altra, a capo non solo della Terra, ma dell’intero universo. Le sue leggi sono assolutamente oggettive, imprescindibili, in grado di coinvolgere la vita di qualunque essere vivente.

A Giobbe viene rimproverato d’aver fatto di Dio una realtà a sua immagine e somiglianza: in questo sta il suo ateismo. Non si rende conto della grandezza di chi gli sta di fronte. Pensa che con Dio si possa discutere come da uomo a uomo, quando di fatto Dio va oltre qualunque pensiero umano. È così onnipotente e onnisciente che non si fa intimorire in alcuna maniera da ciò che gli uomini possono pensare, dire, fare contro di lui. La sua giustizia non può incontrare ostacoli di sorta, e il tempo in cui essa si realizza non può certo essere stabilito dagli uomini. Mettersi a discutere con un’entità del genere è fatica sprecata. Se nella storia esiste un tribunale, l’unico giusto giudice è lui. Gli esseri umani potranno solo ascoltarlo, anche perché i termini esatti della giustizia e dell’equità solo lui può conoscerli.

Di sicuro un Dio siffatto si farà beffe degli atei, li sbugiarderà, non ne avrà molta pietà. Cercare di comprenderlo è insensato, poiché noi siamo mortali, mentre lui è eterno. Le nostre conoscenze sono limitate. È impossibile comprendere un’entità da cui ogni cosa dipende. Egli può fare della natura ciò che vuole, senza subire alcuna conseguenza. Anzi, in genere si serve di sconvolgimenti naturali per dimostrare all’uomo la propria grandezza. Proprio la dipendenza nei confronti della natura dovrebbe indurre l’uomo a sentirsi sottomesso alla divinità. “L’Onnipotente noi non lo possiamo raggiungere… egli non ha da rispondere. Perciò gli uomini lo temono…”.

Giobbe non fa alcuna replica a Eliu, anche se avrebbe potuto dirgli almeno due cose: se Dio è Natura, allora la Natura è Dio, e non c’è bisogno di altro; e se Dio è “totalmente altro”, allora può anche non esistere, in quanto la comunicazione è impossibile. Ciò che è troppo inaccessibile all’uomo, in fondo è come se non esistesse. E se la percezione di questa entità inattingibile ci viene offerta dalla natura, allora bisogna aggiungere che ciò resterà vero solo fino a quando l’uomo non sarà in grado di conoscere tutti i segreti della stessa natura.

I discorsi tra Giobbe e Dio si situano sulla scia di quanto già detto da Eliu. Quindi si può presumere che siano dello stesso autore.

Jahvè, infatti, manifestandosi con un fenomeno naturale, critica immediatamente Giobbe, e non sembra affatto disposto a mettersi a discutere. Fa valere d’imperio la propria autorità. “Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?”, così esordisce.

È un Dio che schiaccia completamente l’uomo. È un Dio che, essendo padrone di tutta la natura, non ha bisogno di addomesticare alcun animale selvatico, in quanto tutti spontaneamente lo riconoscono. Né permette alle forze della natura di agire oltre certi limiti.

Dunque come può esistere l’ateismo di fronte all’assoluta onnipotenza divina? L’autore dà per scontato che la natura sia infinitamente superiore all’uomo e che tale sia destinata a rimanere. Finché la natura resta inaccessibile, è impossibile per l’uomo non credere nell’onnipotenza e onniscienza divina. L’autore non può accettare minimamente né che la natura sia eterna e quindi increata come Dio, né che l’essere umano possa conoscere la natura nelle sue leggi più recondite.

Al cospetto di un Dio del genere Giobbe si sente impotente e rifiuta di discutere. Può soltanto ammettere la propria limitatezza, di aver proferito parole insensate, di aver avuto di Dio una rappresentazione antropomorfica, cioè completamente sbagliata. “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento…”.

Ma che cosa “vede” Giobbe se non la magnificenza, la grandiosità della natura? Un qualunque esegeta cristiano avrebbe detto ch’egli passa dal proprio ateismo a una sorta di panteismo, per il quale Dio è tutto in tutto. In lui manca la consapevolezza di un Dio “personale”.

Un qualunque esegeta ebraico invece avrebbe dovuto constatare che Giobbe non ha neppure l’idea di un Dio degli “eserciti”, quello che stringe un patto d’alleanza con un determinato popolo e lo porta alla vittoria contro i nemici comuni (del mondo pagano).

Giobbe non sembra neppure un vero ebreo, ma un uomo che vive ai margini della civiltà ebraica (nel Paese dell’Ausitide, ai confini dell’Idumea e dell’Arabia?), e che diventa un vero “ebreo” solo successivamente, stando appunto in contatto con tale civiltà, qui rappresentata da Eliu e non dagli altri suoi interlocutori. Infatti Jahvè redarguisce anche loro: “non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe”. Strano però che dica questo, sia perché la mentalità di Elifaz, Bildad e Zofar non era molto diversa da quella dell’ebraismo tradizionale; sia perché Jahvè, sin dall’inizio dei suoi discorsi, aveva rimproverato Giobbe d’essere un insensato.

Il fatto che i tre interlocutori non avessero detto che di fronte a un Dio onnipotente e onnisciente qualunque discussione, in ultima istanza, è inutile, anzi pretestuosa, non stava di per sé a significare che quanto loro dicevano a Giobbe non rientrasse nella mentalità o nella cultura ebraica. L’associazione di malattia e colpa sarà una costante per molto tempo. Ancora oggi, quando non si trovano spiegazioni razionali, si attribuisce la causa di certi fenomeni a qualche remota colpa (seconda una sorta di “teoria retributiva”).

In ogni caso il libro si conclude col reintegro della fortuna di Giobbe, anzi, questa aumentò del doppio. Ebbe anche sette figli e tre figlie. E lui morì “sazio di giorni”, cioè molto vecchio.

Venne premiato perché in fondo l’autore non poteva dimostrare che Giobbe avesse avuto torto nei suoi ragionamenti. Infatti l’azione di Dio viene giudicata accettabile anche se non è umanamente comprensibile. Nessuna persona religiosa può dimostrare che l’ateismo in sé sia falso.

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