La svolta petrina

Il riconoscimento della messianicità del Cristo, da parte di Pietro (8,27 ss.), a Cesarea di Filippo1, è uno spartiacque nel vangelo di Marco. D’ora in poi, infatti, egli farà dire a Gesù che deve andare a Gerusalemme per morire come un martire.

La questione dei miracoli o delle guarigioni passa in secondo piano, nel senso che se i prodigi non sono serviti per convincere i capi del giudaismo ch’egli era di natura divina e quindi il messia promesso dai profeti, allora bisogna cambiare strategia, bisogna passare alle maniere “forti”, in senso etico, le quali, nel caso di Gesù, pacifista ad oltranza, possono essere soltanto quelle che producono un forte impatto emotivo, come può essere, ad es., la crocifissione e la resurrezione.

Ma se il Cristo deve arrivare a questi livelli di categoricità, allora vuol dire che per Israele è finita, nel senso che hanno concluso il loro ciclo storico la legge mosaica, la tradizione orale, il primato del Tempio, il patto dell’alleanza con Jahvè e così via. D’ora in poi mondo pagano e mondo ebraico saranno posti sullo stesso piano, quello cristiano. Il messia di Marco non vuole tanto la salvezza d’Israele, quanto piuttosto la salvezza dell’umanità e deve fare in modo di dimostrare che Israele non se la merita, o comunque non merita di sentirsi più importante, sul piano etico-religioso, di qualunque altra nazione pagana.

La domanda cruciale che Gesù pone ai Dodici è: “La gente chi dice che io sia?” (8,27). Cioè, dopo aver elargito gratuitamente tante guarigioni straordinarie, la popolazione cosa pensa di lui? Le risposte sono quattro, di cui tre evidentemente sbagliate: per quello ch’egli dice, assomiglia – secondo la gente comune – al Battista o a Elia o a uno dei profeti; invece per quello ch’egli fa ovviamente no, visto che compie prodigi spettacolari.

Tuttavia Pietro vuol far vedere che gli apostoli lo seguono per motivi politici, non terapeutici: ecco perché gli dice apertamente che per loro è il messia che tutti attendono, senza riferimenti espliciti alla divinità (quelli del centurione in 15,39, o di Dio in persona in 1,11; 9,7, o degli spiriti immondi in 3,11; 5,7), anche se ovviamente restano impliciti. In greco è scritto Χρίστος (Chrístos), per cui il lettore, di origine pagana, non ha neanche ben chiaro che questo termine vuol dire “messia” e che questo è un titolo politico, o meglio teologico-politico, secondo la tradizione giudaica. Il “messia” (di stampo davidico) è “Unto del Signore”, cioè re e sacerdote contemporaneamente. Per il credente di origine pagana il titolo di “Cristo” diventa una sorta di soprannome di tipo religioso, totalmente privo di riferimenti politici.

Pietro dunque lo riconosce come messia tradizionale, ma così compie – nell’economia del protovangelo – il quarto errore di identificazione. Gesù infatti non voleva apparire come un messia teologico-politico, ma solo teologico, mentre per l’esegesi laica si dovrebbe dire solo politico. Infatti, per quale motivo Gesù gli dice di non rivelare a nessuno la sua identità? Proprio perché nel vangelo marciano Gesù non ha intenzione di diventare né messia politico (in quanto sostanzialmente il suo vero regno è nei cieli), né messia teologico-politico (poiché egli rifiuta la tradizione giudaica). Gesù ha l’intenzione opposta: quella di diventare “martire”, e questa scelta esistenziale è possibile soltanto a un Cristo meramente teologico. Se proprio si vuol attribuire a tale scelta esistenziale un valore politico, questo non può essere che indiretto, nel senso che il cristianesimo si pone in maniera scismatica nei confronti del giudaismo.

Ma se ha intenzione di diventare “martire”, davvero la gente sbaglia a equipararlo al Battista, a Elia, a uno dei profeti? Non sono forse morti in maniera violenta i profeti veterotestamentari? Quindi chi ha più ragione: Pietro o la gente comune? Nel testo sembra che Gesù voglia dar ragione all’apostolo, in quanto gli dice di non rivelare a nessuno la sua intenzione alla messianicità, ma poi, nei versetti seguenti, cosa scrive Marco? “Poi cominciò a insegnar loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni resuscitasse” (8,31).

Cerchiamo ora di capire. Gesù pare convinto d’essere di più di uno dei profeti (ivi incluso il Battista), non foss’altro perché compie prodigi che nessuno ha mai fatto. Tuttavia, quando Pietro lo riconosce come messia, cioè qualificandolo come un “novello Davide”, quindi rendendolo superiore alle figure dei profeti, ecco che Gesù afferma sì d’essere superiore ai profeti, ma non perché vuole diventare un messia in senso tradizionale, cioè un liberatore nazionale in nome di Jahvè. Dunque Pietro ha ragione nel ritenerlo un messia, ma ha torto nel ritenerlo tale secondo i parametri consueti. Gesù dichiara di voler morire come un profeta (non come un leader politico-religioso), aggiungendo però che dovrà anche risorgere fisicamente.

Naturalmente Pietro non poteva capire queste parole, sicché “lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo” (8,32). Si faccia ora attenzione a come Marco pone la diatriba e a come, attraverso di essa, mistifichi le cose. Per come viene descritta nel suo vangelo la questione è chiara: Pietro (che qui parla da solo, come se fosse più intelligente degli altri Undici o come se questi l’avessero delegato a rappresentarli) è alla sequela di Gesù perché lo vede come messia teologico-politico, che deve fare l’insurrezione armata.

I Dodici lo seguono per questa ragione, non per altro. È anche possibile che per loro la caratterizzazione teologica fosse meno importante di quella politica vera e propria. Senonché Gesù nega la sua vocazione politica e, per come espone le cose, parlando di resurrezione, ne afferma una che è soltanto teologica.

Come saranno andate in realtà le cose? quelle che Marco non può dire perché troppo compromettenti nei rapporti tra impero romano e cristianesimo primitivo? La diatriba sarà avvenuta sul senso della parola “messianicità”. Secondo la tradizione ebraica il messia doveva avere una specificità religiosa, che Cristo però rifiutava; inoltre il messia veterotestamentario era a favore della monarchia, non della democrazia; s’imponeva più che altro con la forza delle armi, non disdegnando il colpo di stato, e sempre era aiutato da un esercito di professionisti.

Gesù invece voleva una rivoluzione popolare, democraticamente intesa, senza la quale sarebbe stato impossibile vincere le legioni romane. Quindi la controversia era tra avventurismo galilaico e realismo intertribale (o interterritoriale): l’insurrezione armata non avrebbe mai potuto prescindere dal contributo decisivo, paritetico, di almeno tre realtà geopolitiche ben distinte: Giudea, Galilea e Samaria. Le altre realtà, in quel frangente, avevano un’importanza secondaria, in quanto meno combattive: Siria, Libano, Decapoli, Idumea ecc., anche se non è da escludere che, vedendo Israele avere la meglio sulle legioni romane, sarebbero potute insorgere.

In ogni caso se davvero Gesù avesse parlato di martirio a tutti i costi, Pietro avrebbe fatto bene a “rimproverarlo” (v. 32). Di chi erano seguaci? di un pazzo autolesionista? L’obiettivo non era forse quello di liberare Israele dall’oppressione romana?

Nel vangelo di Marco le cose vengono sempre rovesciate: il matto è Pietro, il quale non capisce che la missione di Gesù è di tipo etico-religioso, non politico. Quindi è giusto che sia piuttosto lui ad essere rimproverato dal suo maestro: “Vattene da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (v. 33).

È straordinaria questa mistificazione delle cose. Nella realtà sarà stato sicuramente il Cristo a togliere dalla testa dei suoi discepoli il legame tra teologia e politica. Qui invece appare il contrario: Pietro vuol fare il politico e Gesù il teologo, per di più moralista, poiché chiede, come prezzo del discepolato, una cosa che difficilmente avrebbero potuto accettare, in quanto non erano dei grandi proprietari terrieri che, per ritrovare il senso della loro vita, si devono anzitutto spogliare dei loro beni, frustandosi con fare penitenziale e cose del genere (come accadeva in Italia quando i figli della nobiltà o della borghesia medievale diventavano frati o monaci privi di beni, spesso su posizioni ereticali e coi fianchi martoriati dal cilicio).

“Se uno vuol venire dietro di me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (8,34). Il che, sul piano personale, poteva anche starci, in quanto la vita del militante di un movimento eversivo non è certo una passeggiata. Ma che questo dovesse essere considerato l’obiettivo finale del proprio impegno, solo a un depresso poteva venire in mente, a un pessimista di maniera, a una persona sfiduciata sui destini della propria nazione.

Non a caso Gesù parla di “generazione adultera e peccatrice” (v. 38), la quale – si può arguire – non merita certo d’essere liberata dall’oppressione romana. Prima bisogna fare penitenza, e non una ma cento volte, poiché il peccato è sempre dietro l’angolo; poi si vedrà, e il “poi”, per il Cristo di Marco, non è mai alla portata dell’uomo. Infatti Gesù conclude la sua filippica contro Pietro nella maniera più mistica possibile: “Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo coi santi angeli” (v. 38). Il che, in sostanza, voleva dire che gli uomini, da soli, non hanno alcuna possibilità di liberarsi dalle catene dell’oppressione; possono soltanto limitarsi alla penitenza, all’automortificazione (esattamente come chiedeva il Battista), in attesa della parusia trionfale del Cristo (come invece il Battista non avrebbe mai potuto promettere).

Qui siamo solo alla fine del capitolo 8, ma si è già capito molto bene che il messaggio del vangelo di Marco, ovvero di Pietro (ampiamente confermato da Paolo), è altamente revisionistico, rispetto al messaggio originario del Cristo; e fa specie che l’unica risposta antitetica, da parte di qualche testimone oculare della vicenda del Cristo, a questa tendenziosità (ci riferiamo ovviamente al quarto vangelo e all’Apocalisse), sia stata ampiamente manomessa, anzi travisata da redattori obbligati a tener conto della teologia petro-paolina. Praticamente l’unico vero documento in controtendenza rispetto alle falsificazioni di Marco e degli evangelisti che lo imitano, è la Sindone.

La rilettura in chiave ateistica e politicizzata dei vangeli va fatta a partire da questo reperto archeologico. Senonché chi si azzarda a tenerne conto, si preoccupa soltanto di cercare nei vangeli quelle conferme che gli servono per sostenere la tesi petrina della “resurrezione”. Messe le cose in questi termini, la Sindone non serve a nulla, e bene fece Pietro a non prenderla neppure in considerazione come prova per la sua tesi mistica. Noi invece sosteniamo che è sempre meglio sforzarsi di ricomprendere i vangeli alla luce di quel lenzuolo, piuttosto che cimentarsi a capire delle sentenze sibilline messe in bocca da Marco a Gesù, come p. es. la seguente: “In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio venuto in potenza” (9,1).

Sembra una frase di tipo consolatorio: dopo tanto scetticismo, espresso dal Cristo, sulle capacità umane di liberarsi dal male, finalmente una piccola speranza, seppur riservata a pochi eletti. Ma in che senso intenderla? Alcuni non sarebbero morti prima della parusia trionfale del Cristo: voleva forse dire questo?2 Ma che senso ha parlare di “gusto della morte”?3 È una espressione orribile, perlomeno inquietante. Fa venire in mente quella di Paolo quando diceva che, siccome faceva il contrario di ciò che voleva, avrebbe preferito essere liberato dal suo corpo di morte (Rm 7,24). Per non parlare del fatto che egli stesso considerava la morte un “guadagno” (Fil 1,21). In ogni caso, se davvero si pensa che possa esistere una parusia trionfale, non dovrebbe essere maggiore il “gusto” per questo evento positivo?

Questa frase enigmatica assomiglia a un’altra riportata nel vangelo di Giovanni: “Se voglio che lui [l’apostolo Giovanni] rimanga finché io venga, che t’importa? Tu seguimi” (21,22). Una frase ambigua, detta da Gesù a un Pietro che in quel contesto appare come una specie di traditore del messaggio originario del Cristo, tant’è che questi gli chiede di ritornare a seguirlo nei panni di un novizio; una frase che, in teoria, avrebbe voluto dire che di tutti gli apostoli solo Giovanni avrebbe meritato di continuare ad esistere finché egli non fosse tornato per il giorno del giudizio.

Nel contesto di Marco però non si capisce proprio a chi Gesù faccia riferimento, parlando di discepoli nazareni a lui coevi, e certamente non poteva essere Giovanni, visto che fra questi e Pietro i rapporti si guastarono ben presto dopo la scoperta della tomba vuota. Sappiamo però essere una caratteristica di questo vangelo buttare lì delle frasi criptiche, senza offrire alcuna spiegazione, giusto per circonfondere la personalità di Cristo di un’aureola magica. A proposito della quale, col racconto della trasfigurazione (9,2 ss.) siamo addirittura in presenza di una nuvola eterea, anzi empirea, da cui proviene la voce di Dio-padre, il quale sentenzia: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!” (v. 7).

Una pericope, questa, di genere fantastico, sulla quale i teologi mistici hanno speculato a iosa, dicendo che “Dio è tenebra”, per cui nessuno può vederlo, se non appunto il Figlio, il quale ha potuto trasfigurarsi, come molti secoli dopo faranno gli esicasti greci o i russi san Serafino di Sarov e san Sergio di Radonež. Peraltro proprio la trasfigurazione era il primo dipinto in cui gli iconografi dovevano cimentarsi se volevano iniziare la loro attività artistica.

In realtà tale metamorfosi4 venne posta come una sorta di zuccherino a favore degli apostoli prediletti che, più di altri, si sentivano politicamente molto depressi. D’altra parte – si potrebbe parafrasare questa pericope – se la liberazione non si può fare e dobbiamo soltanto punirci per i nostri peccati, come evitare la crisi esistenziale? Ecco quindi la soluzione: la trasfigurazione è un piccolo anticipo di ciò che il Cristo potrebbe davvero fare su questa Terra e che però non vuol fare, affinché gli uomini si abituino a soffrire per le loro colpe, fino a quando non arriveranno a capire che senza la grazia divina non possono far nulla.

Cristo viene collocato in mezzo, tra il più grande legislatore, Mosè, e il profeta immortale Elia, rapito da Jahvè in un carro di fuoco.5 I tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, restano storditi e abbagliati, senza capire minimamente ciò che stava accadendo. Tanto che Pietro arriva a dire, come per voler eternizzare qualcosa che in questo mondo è irrealizzabile: “Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia: (9,5), in cui il primo viene a porsi su un piano superiore al più grande legislatore d’Israele e al maggiore dei suoi profeti.

La cosa ridicola di questo racconto e che Gesù intima ai discepoli di non raccontare nulla di ciò che hanno visto, se non dopo che fosse risorto dai morti (v. 10): come se quest’ultima cosa fosse la più naturale del mondo!

Nel finale non poteva mancare una frecciatina contro gli scribi di Gerusalemme, i quali dicevano che prima del messia doveva arrivare un profeta simile ad Elia, che ne anticipasse la venuta. E Gesù risponde: “Elia è già venuto, ma gli hanno fatto quello che hanno voluto” (v. 13). Si riferiva ovviamente alla tragica fine del Battista, ed è questa, probabilmente, l’unica cosa vera del racconto.

Addendum

Detto questo, il lettore non si aspetterebbe di trovare altre guarigioni nel prosieguo del vangelo. Invece ve ne sono altre due, che forse stanno ad indicare l’immaturità dei postulanti, i quali, pur sapendo che le guarigioni non sono l’opera fondamentale del Cristo, non perdono occasione per continuare a chiedergliene: una riguarda l’epilettico indemoniato e avviene in Galilea, l’altra il cieco Bartimeo ed è l’unica che avviene in Giudea.6 Poi finalmente gli autori del vangelo lo faranno smettere con questi prodigi.

Nel testo appare chiaramente che Gesù ha dovuto fare controvoglia queste ultime due guarigioni: infatti nella prima mostra una particolare insofferenza per i supplici, arrivando a dire: “O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò?” (9,19). Dopodiché cede alla tentazione di esibirsi, anche perché vede un padre che, pentito d’aver fatto il prepotente, lo implora in ginocchio. Nella seconda invece fa finta di non ascoltare la supplica del cieco, anche perché questi lo paragona a un messia davidico; poi però ci ripensa.

La cosa strana nella prima guarigione è che, da un lato, giudica incredula la sua generazione, mentre, dall’altro, quando sente gli apostoli che, di fronte a un caso del genere, si erano dichiarati impotenti, deve ammettere che effettivamente era un caso difficile, per il quale occorreva “pregare” (!) e molto (!!) (9,29).

Il punto nodale della pericope (che ovviamente è tutta inventata, a meno che non si voglia credere in una sorta di psicoterapia) sta nel v. 23, dove Gesù dice al padre del ragazzo epilettico (fatto passare per “indemoniato”): “Ogni cosa è possibile a chi crede”. Quindi, se non erano riusciti a guarire il ragazzo, la ragione stava unicamente nella poca fede di chi lo frequentava o di chi lo assisteva, nella scarsa determinazione a volere la guarigione; e in tale mancanza di volontà rientravano anche gli apostoli.

Ora, quando si leggono i racconti terapeutici del vangelo di Marco, è abbastanza facile capire come siano andate effettivamente le cose. È sufficiente prendere la frase centrale del racconto, che è appunto, in questo caso, quella del v. 23, cercando di ricavarci un insegnamento utile a dar fiducia alla possibilità di una liberazione dall’oppressione romana.

Nel racconto del lebbroso risanato (1,40 ss.) la frase centrale era racchiusa in due versetti: “Se vuoi, puoi guarirmi”; “Lo voglio, sii guarito!”. Il lebbroso in pratica metteva in dubbio che Gesù volesse davvero coinvolgere, nel suo progetto di liberazione, anche le persone più reiette della società, le più isolate ed emarginate.

Qui invece il postulante mette in dubbio che i discepoli di Gesù abbiano davvero le forze per compiere l’insurrezione armata. Al che Gesù risponde che ognuno dovrebbe cercare in se stesso le forze necessarie, senza aspettarsi la manna che cade dal cielo.

Note

1 Da Betsaida (vicino al lago di Genezareth), Gesù sale verso i confini settentrionali d’Israele, ai piedi del monte Ermon, nel territorio governato da Filippo, figlio di Erode il Grande. Questi ricostruì la città di Paneas (poi Baniyas), chiamandola Cesarea, in onore di Tiberio Cesare, e aggiungendo “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Siccome siamo a metà del racconto evangelico di Mc, e la questione dell’identità di Gesù (problema posto a partire da 6,14) deve trovare soluzione, tale localizzazione geografica non è puramente letteraria, ma diventa profetica, cioè Pietro riconoscerà in Gesù il Cristo proprio ai confini con il mondo pagano, quasi a prefigurare la sua strada per Roma, dove andrà a completare la sua “confessione teologica”, prima della quale però ci dovrà essere, in questo vangelo, la testimonianza del Dio-padre nella trasfigurazione del Figlio e quella del centurione ai piedi della croce.

2 Gli esegeti sanno bene che tale promessa di Gesù è stata variamente interpretata nel corso dei secoli: 1) si è adempiuta nella trasfigurazione che seguirà immediatamente, come sostengono i Padri in genere, fino ai grandi scolastici; 2) si è adempiuta con la distruzione di Gerusalemme nel 70, secondo parecchi moderni; 3) si è adempiuta nella resurrezione e nella pentecoste, dando l’avvio alla fondazione della Chiesa, avvenuta con grandi prodigi, secondo il pensiero di Gregorio Magno e di qualche moderno. Difficile credere in queste interpretazioni mistiche. Ciò a testimonianza che quando si affrontano i vangeli in maniera laica, si rischia di perdere del tempo prezioso a leggere i commenti precedenti fatti da esegeti più o meno confessionali.

3 Si noti come questo verbo, “gustare”, possiede un uso metaforico noto anche nella versione biblica dei LXX (cfr. Sal 33,9), però solo nel N. T. viene applicato alla morte. Il che fa del cristianesimo una religione il cui misticismo può anche sconfinare nella follia.

4 Da notare che la traduzione letterale del verbo greco μετεμορφώθη non è “trasfigurato” ma “metamorfizzato”, che è lo stesso verbo tecnico usato per indicare i cambiamenti degli dèi nella mitologia pagana. Luca infatti evita di usarlo per i suoi lettori cristiano-pagani di origine greca, che avrebbero potuto paragonare Gesù a una delle loro divinità.

5 Secondo gli ebrei Elia non è morto ma è stato rapito in cielo (2Re 2,11-12), e ritornerà (Mal 3,23). Quanto a Mosè, nessuno ha mai saputo dove fosse la sua tomba (Dt 34,6), perciò, secondo l’ebraismo, può tornare. Entrambi poi avrebbero incontrato Dio sul monte Sinai (1Re 19,2.8-14; Es 19,16-20,17).

6 In tale pericope è la prima volta che Marco fa chiamare Gesù (in questo caso da Bartimeo) con l’appellativo di “Figlio di Davide”, che Gesù sostanzialmente rifiutava non perché troppo caratterizzato politicamente, quanto perché lo era in senso teologico-politico e in riferimento a modalità autoritarie di gestione del potere. L’evangelista è sempre spaventato all’idea di politicizzare il Cristo. Infatti egli non ha riportato nessuna genealogia e non ha ricordato Betlemme, la città di Davide. Qui Bartimeo torna a vederci semplicemente perché, quando vede Gesù di fronte a sé, lo chiama “Rabbunì”, che significava “Mio grande”, un titolo che si dava a maestri o persone particolarmente dotte o istruite. Tale importante pericope la riprenderemo più avanti.

In che senso il vangelo di Marco può essere definito «vangelo di Pietro»?

Conversione dei primi apostoli (Mc 1)

[16] Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simo­ne, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.

[17] Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».

[18] E subito, lasciate le reti, lo seguirono.

[19] Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti.

[20] Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

*

Nel suo vangelo (1,35-51) Giovanni spiega che la conversione di Pietro non avvenne come viene raccontata da Marco, cioè mentre pescava­no sul lago di Galilea, ma avvenne attraverso Andrea (detto dalla chiesa il «protoclito», «primo chiamato»), ch’era discepolo del Battista: fu lui che, lasciato il movimento del Precursore e avendo deciso di abbracciare la cau­sa del Cristo, convinse il fratello Simone a fare lo stesso. E questi, in quel momento, doveva trovarsi a Gerusalemme, poiché Andrea poté incontrarlo subito e, insieme agli altri primi discepoli di Gesù, è molto probabile che abbia assistito o addirittura partecipato alla cacciata dei mercanti dal Tem­pio, anche se questo episodio, nel vangelo di Marco, ha una collocazione del tutto sbagliata, funzionale a uno schema redazionale di tipo catechetico, non storico. Tra i seguaci del Battista vi era anche Giovanni Zebedeo, che probabilmente convinse il fratello Giacomo a seguire Gesù.

Come risulta dall’elenco marciano dei Dodici, Giovanni conferma che il nome di Pietro (Cefa = pietra) fu dato a Simone dallo stesso Gesù, ma questo nome di battaglia gli venne dato in Giudea, nell’imminenza della rottura col movimento del Battista, che Marco non ha mai voluto mettere in risalto nel suo vangelo, prevalentemente ambientato in Galilea, in polemica con gli ambienti giudaici. Il motivo per cui gli abbia cambiato subito il nome proprio con un altro fittizio probabilmente va legato al fatto che dopo l’epurazione del Tempio, ch’era stata una mezza rivoluzione, anche la sicu­rezza personale di Pietro, seguace di Gesù, rischiava d’essere minacciata, come d’altra parte quella dei Zebedeo. Nel vangelo di Giovanni non sembra affatto che il soprannome gli venga dato per indicare un lato della sua per­sonalità, per quanto Gesù mostri di conoscerlo personalmente o di fama, di­cendogli ch’era «figlio di Giovanni» (1,42): forse Pietro era o era stato un seguace del partito zelota, molto popolare in Galilea.

Il motivo per cui Andrea, Giovanni e Pietro presero a seguirlo, ri­tenendolo il futuro «messia», è poco chiaro, in quanto Gesù non aveva an­cora fatto nulla di politicamente rilevante, almeno stando ai vangeli. Proba­bilmente avevano capito, osservando la posizione titubante del Battista, che era meglio seguire lui, che in quel momento aveva intenzione di compiere un gesto clamoroso nella capitale, non condiviso politicamente dall’aposto­lo degli Esseni.

Giovanni sembra voglia lasciar credere che originariamente Gesù era della Giudea (infatti quando i primi ex-discepoli del Battista gli chiedo­no dove abitasse, egli indica un’abitazione della Giudea) e che solo dopo la cacciata dei mercanti si convinse ad andare a vivere in Galilea, in quanto con quella iniziativa rivoluzionaria, che non aveva ottenuto l’effetto sperato, egli non sarebbe potuto restare in Giudea senza rischiare una ritorsione da parte dell’aristocrazia sacerdotale. Ed infatti portò con sé in Galilea anche la madre, i fratelli e le sorelle, che evidentemente abitavano in Giudea. Di Giuseppe invece (il padre) non si saprà più nulla.

Che Gesù fosse giudeo è confermato dalla prima persona ch’essi incontrano mentre tornavano verso la Galilea: la samaritana al pozzo di Giacobbe, che s’accorge della sua provenienza dalla parlata. Probabilmente se l’acqua da bere le fosse stata chiesta da un galileo non si sarebbe meravi­gliata della richiesta, perché tra samaritani e galilei si sopportavano meglio che non tra samaritani e giudei.

Nel vangelo di Marco invece si vuol far passare Gesù per un gali­leo, essendo fortissima la rivalità tra questo gruppo etnico e quello giudaico (cfr Mc 14,28; 16,7; 15,41), confermata dal fatto che, nel momento cruciale dell’insurrezione a Gerusalemme, saranno i giudei a tradire, consegnando il messia ai romani. Persino nel racconto marciano di resurrezione, l’angelo seduto sul sarcofago dice alle donne di non stare a piangere, in quanto il Cristo avrebbe preceduto i discepoli in Galilea.

Stranamente nel vangelo di Giovanni Gesù mostra di conoscere bene Filippo, ch’era di Betsaida (la città di Andrea e Pietro, non necessaria­mente anche quella dei fratelli Zebedeo) e soprattutto di apprezzare molto la moralità di Natanaele (o Bartolomeo), ch’era galileo, al quale viene detto che Gesù era figlio di Giuseppe di Nazareth, e Natanaele, al sentire questo, mostra d’aver una pessima considerazione di quella località. Ma è probabile che le conversioni di Filippo e Natanaele siano avvenute dopo il trasferi­mento di Gesù in Galilea e comunque nel vangelo di Giovanni vi sono in questo racconto pesanti interpolazioni, in quanto il Cristo appare già come una divinità.

Le interpolazioni possono essere state fatte perché in un altro pun­to del suo vangelo (6,41 s.) Giovanni dice che i giudei conoscevano bene il padre di Gesù: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre».

Giovanni dunque è probabile che non abbia mai potuto dire espli­citamente che Gesù era originario della Giudea, perché ciò avrebbe fatto di­spiacere a Pietro, ch’era fiero d’essere galileo e che fece soprattutto pesare la propria origine dopo la morte del Cristo. Non a caso il vangelo di Gio­vanni è stato manipolato anche su un altro punto, laddove si è inventato il miracolo di Cana in Galilea (fatto passare come il primo prodigio), al fine di dimostrare che i galilei erano superiori ai giudei, le cui giare di pietra per la loro purificazione erano simbolicamente «vuote» (2,6).

Ma la censura più significativa relativa all’origine giudaica di Gesù sta nel fatto che la purificazione del Tempio è stata messa da Marco nel­l’imminenza dell’ultima Pasqua, togliendo ad essa tutto il significato che aveva di rottura politica col movimento battista, senza poi considerare che nel suo vangelo essa appare di natura esclusivamente «etico-religiosa», mentre in quello di Giovanni ha aspetti di natura politica e antireligiosa. D’altra parte Marco, nel suo vangelo, fa iniziare la predicazione di Gesù dopo che Giovanni era stato arrestato (1,14), proprio per far credere ai suoi lettori che la religiosità di matrice «galilaica» del Cristo rappresentava una sorta di compimento della religiosità di matrice «giudaica» di Giovanni, ul­timo profeta veterotestamentario.

Tuttavia non è da escludere che dopo la stesura del vangelo di Marco, cioè dopo la catastrofe del 70, il partito nazareno divenuto «cristia­no», sotto l’egida petro-paolina, abbia accettato di stipulare una sorta d’inte­sa coi battisti, in virtù della quale i cristiani accettavano il rito del battesimo e l’idea che il Battista avesse anticipato con la sua attività la venuta del Cri­sto, mentre i battisti ovviamente dovevano accettare che Gesù fosse stato non solo il messia tanto atteso ma anche il «figlio di dio» morto e risorto: cosa che nel vangelo di Giovanni appare chiarissima là dove il Battista gli riconosce addirittura un’identità divina (come noto una parte dei battisti ri­fiutò tale compromesso).

Nel vangelo (qui interpolato) di Marco (1,9) il Precursore viene così tanto rivalutato che si stabilisce di fargli fare una cosa del tutto assente nel vangelo di Giovanni: quella di battezzare il Cristo. Il movimento batti­sta viene recuperato religiosamente dalla nuova chiesa creata da Pietro e da Paolo proprio perché viene negato come movimento politico, e soprattutto perché vengono negate le motivazioni politiche che avevano portato i primi discepoli di Gesù a staccarsi dal Battista. Da notare che tra questi ex-discepoli del Precursore non vi era stato Pietro, che militava probabilmente tra gli zeloti e che, per questo, non poteva nutrire una grande considerazio­ne per il Battista, ancora troppo legato agli ambienti giudaici e poco pro­penso a togliere al Tempio il suo primato istituzionale.

E viene anzi da pensare che lo stesso Giovanni Zebedeo non fosse affatto della Galilea, ma anche lui della Giudea, al seguito del Battista e co­nosciuto dal sommo sacerdote Anania, il quale probabilmente aveva previ­sto per lui una carriera sacerdotale (Gv 18,15).

La scena marciana della conversione dei pescatori della Galilea si riferisce probabilmente più ai fratelli Pietro e Andrea che non ai fratelli Ze­bedeo. In ogni caso, essa, per come viene descritta, è abbastanza mitologi­ca. Come minimo presuppone che i protagonisti si conoscessero da tempo ed essa forse vuol semplicemente indicare il momento di ripresa dell’attività politica dopo aver lasciato passare dei mesi dal giorno della purificazione del Tempio, che avvenne nel corso della prima «Pasqua politica» narrata da Giovanni.

Guarigione della suocera di Pietro (Mc 1)

[29] E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

[30] La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

[31] Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

*

Questa pericope è stata messa per far vedere che Pietro non crede­va più nell’esigenza farisaica di rispettare il sabato e si poneva in maniera polemica nei confronti della sinagoga di Cafarnao, ove la presenza scribo-farisaica era dominante: infatti chiede a Gesù di guarire sua suocera proprio in questo giorno e quella si mette a servirli a tavola, violando la regola del riposo assoluto.

La cosa strana è che Pietro gli chiede di guarirla con la sicurezza di chi sapeva che l’avrebbe potuto fare e che l’avrebbe fatto violando la proibizione del giorno festivo. Bisogna quindi dare per scontata l’esistenza di una situazione pregressa (in ambito giudaico, come ben risulta nel quarto vangelo) che qui viene taciuta, anche perché nel vangelo di Marco questa guarigione è la prima.

Ritiro di Gesù nel deserto (Mc 1)

[35] Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.

[36] Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

[37] e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».

[38] Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

[39] E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i de­moni.

*

Sia qui che nella pericope precedente della guarigione della suoce­ra di Pietro appare evidente l’atteggiamento strumentale che l’apostolo ave­va nei confronti del Cristo, che vi si sottrae chiedendo di andare a predicare per tutta la Galilea. Il vangelo di Marco, a differenza di quello di Giovanni, fa delle guarigioni un elemento imprescindibile della predicazione di Gesù, una vera e propria dimostrazione di «divino-umanità», anche se esplicita­mente non viene mai detto che le faceva in quanto «figlio di dio». Esse tut­tavia appaiono così straordinarie che quando si scoprirà la tomba vuota e si accetterà la tesi petrina della resurrezione, sarà giocoforza attribuirle a una capacità che non poteva essere semplicemente «umana». È noto tuttavia che le guarigioni o furono delle mistificazioni per coprire eventi di tipo po­litico, oppure vanno considerate come manifestazioni di capacità terapiche che di «divino» non hanno nulla.

Il Cristo può aver compiuto guarigioni indipendentemente dalla missione politica che s’era prefisso (p. es. può averle fatte per ricambiare l’ospitalità che gli avevano riservato i galilei dopo lo smacco della prima in­surrezione). Sarebbe assurdo pensare ch’esse venivano gestite proprio per ottenere più facilmente un consenso o addirittura una sequela al suo movi­mento. Al massimo è possibile credere che le guarigioni venissero utilizzate come pretesto per far credere che più importante della guarigione personale era la liberazione nazionale.

I Dodici (Mc 3)

[16] Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;

[17] poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono…

*

L’elenco dei Dodici, messo in maniera simbolica per richiamare le tribù d’Israele, reca sempre come primo nome quello di Pietro. Ora, anche a prescindere dal fatto che questo «collegio» – come viene chiamato dalla chiesa – non aveva alcuna caratteristica «monarchica» (come invece ha sempre sostenuto la chiesa romana), resta il fatto che nel vangelo di Gio­vanni il discepolo prediletto di Gesù, quello che avrebbe dovuto succedergli dopo la sua morte, non è Pietro ma lo stesso Giovanni, cioè colui che evitò di dire che la morte del Cristo era stata «necessaria», in quanto prevista dai profeti, e che quindi non poteva accettare che «tomba vuota» volesse neces­sariamente dire «resurrezione», e tanto meno che, in virtù di questa ipotesi interpretativa, si dovesse attendere passivamente una «imminente e trionfa­le parusia» del Cristo. Per l’apostolo Giovanni il corpo di Gesù era soltanto «scomparso» e nessuno l’aveva più rivisto.

Il vangelo di Marco, poi preso a modello da Matteo e Luca, non solo ha inventato la tesi della «resurrezione», ma, in conseguenza di ciò, ha fatto passare Pietro per il «campione della fede», distorcendo l’attribuzione di valore e di responsabilità che il Cristo aveva stabilito per i suoi discepoli più stretti e fidati. Da notare però che Luca, che spesso non si rende conto di dire cose non proprio in linea con la mistificazione voluta inizialmente da Pietro, negli Atti degli apostoli (1,13) mette, nel suo elenco dei Dodici, Giovanni subito dopo Pietro, quando in realtà Giovanni non ha alcun ruolo negli Atti.

La figlia di Giairo (Mc 5)

[35] Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?».

[36] Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!».

[37] E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fra­tello di Giacomo.

*

Pietro, Giacomo e Giovanni assistono alla presunta resurrezione della figlia dell’archisinagogo Giairo. È curiosa l’assenza di Andrea, che fu il primo discepolo del Cristo (protoclito). Andrea scomparirà subito anche dagli Atti degli apostoli, esattamente come Giovanni.

A volte si ha persino l’impressione che nel vangelo di Marco il Giacomo messo per secondo, quando si cita questa triade di apostoli, non sia affatto il fratello di Giovanni, ma il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro dopo che questi fu fatto evadere dalle prigioni di Gerusalemme ed espatriare dalla Palestina.

Giovanni qui sembra essere stato messo soltanto perché non si po­teva evitarlo, avendo egli giocato un ruolo di primo piano quando il Cristo era vivo. Resta infatti molto strano che Marco abbia avuto bisogno di preci­sare che il Giovanni in questione fosse «fratello di Giacomo». Non c’erano altri «Giovanni» tra i Dodici (e Marco l’aveva già detto nell’elenco che i due discepoli erano fratelli): qui la precisazione lascia quasi pensare che il «Giacomo» in questione fosse davvero il fratello di Gesù. Ma se è così, perché non dirlo, visto che proprio da questo vangelo (3,31; 6,3) si è potuto sapere che Gesù aveva vari fratelli e sorelle?

Probabilmente il motivo sta nel fatto che il successore di Pietro non ebbe in alcuna simpatia Paolo, che diceva di voler divulgare all’estero le idee petrine sulla «morte necessaria» del Cristo e sulla sua «resur­rezione», facendo di queste idee un motivo per considerare i pagani sullo stesso piano degli ebrei. Il vangelo di Marco infatti si rivolge ai romani, i quali certo non potevano vedere di buon occhio che tra i discepoli più stretti del messia ve ne fossero alcuni che, anche dopo la sua morte, continuavano a sperare in una liberazione d’Israele da Roma. Tra questi discepoli vanno annoverati, molto probabilmente, non solo Giacomo fratello di Gesù, ma anche Andrea e gli stessi fratelli Zebedeo, chiamati da Gesù «Boanerghes» (figli del tuono).

Identità di Gesù (Mc 8)

[27] Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?».

[28] Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti».

[29] Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cri­sto».

[30] E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.

[31] E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed es­sere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.

[32] Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo.

[33] Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

*

Pietro lo riconosce come messia, cioè come leader politico-nazionale e Gesù risponde col «segreto messianico», cioè col divieto di di­vulgare questa verità. Perché?

Gesù sostiene che non possono infondere false aspettative nelle masse, poiché egli dovrà morire come previsto dai profeti, per poi risorgere. Pietro lo critica privatamente, per aver detto cose del tutto impolitiche, ma Gesù lo minaccia di espellerlo dalla comunità. Che senso ha tutto ciò?

Il significato di questi dialoghi è molto semplice: Pietro, dopo la morte del Cristo, si rifiutò di proseguire il suo messaggio rivoluzionario, cioè l’idea di un’insurrezione armata nazionale, e cominciò a predicare l’i­dea di «morte necessaria», ma siccome il movimento messo in piedi dal Cristo aveva una chiara finalità politica eversiva, fu costretto ad aggiungere a quella tesi l’idea della «resurrezione», associandola a quella della «parusia imminente e trionfale», ch’erano tesi sì fataliste ma sempre basate sulla li­berazione nazionale da Roma.

Nel vangelo di Marco Pietro in pratica cerca di mostrare come la concezione della «morte necessaria» e della «resurrezione» non proveniva dalla sua mente ma da quella del Cristo, il quale, ogniqualvolta i discepoli, lui per primo, gli chiedevano di comportarsi come «messia», egli minaccia­va di scomunicarli. I tre preannunci di morte, fatti risalire da Marco diretta­mente a Gesù, sono chiaramente finalizzati a giustificare l’ideologia petrina.

Ma è anche facile immaginare cosa può aver detto Gesù in quel frangente, e cioè che la rivoluzione non doveva basarsi sull’azione di un singolo duce ma sulla volontà popolare. In tal senso essi non avrebbero do­vuto illudere le masse sulle capacità carismatiche dei propri leader, proprio perché erano le masse stesse che avrebbero dovuto organizzarsi per liberar­si dei romani. L’aspettativa di un messia liberatore è sempre un segno di immaturità politica.

La trasfigurazione (Mc 9)

[2] Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro

[3] e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

[4] E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.

[5] Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».

[6] Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.

[9] Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.

[10] Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risu­scitare dai morti.

[11] E lo interrogarono: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?».

[12] Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato.

[13] Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

*

Questo racconto vuol semplicemente mostrare come Gesù venisse concepito dagli apostoli alla stregua di un novello Mosè, con in più delle capacità sovrumane, di cui però egli non si sarebbe potuto avvalere per li­berare Israele, in quanto il suo destino era quello di essere ucciso e di risor­gere, onde mostrare non solo a Israele ma a tutto il mondo ch’egli era figlio di dio.

Pietro, che propone le tre tende, mostra d’avere una concezione po­litica del messia che da questi viene contraddetta. Come si può notare, si tratta di un rovesciamento redazionale della realtà. Pietro non solo non riu­sciva a capire il lato democratico della concezione politica del Cristo (in quanto si aspettava un messia dittatore), ma, dopo la crocifissione, non riu­scirà neppure a capire il lato rivoluzionario di tale concezione, in quanto trasformerà il «suo messia» in un essere dalle capacità divine (o, meglio, «semi-divine», poiché dobbiamo lasciare a Paolo il tentativo della massima spiritualizzazione del Cristo).

Il giovane ricco (Mc 10)

[23] Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficil­mente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

[24] I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio!

[25] È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

[26] Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?».

[27] Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

[28] Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».

[29] Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo,

[30] che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e ma­dri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

[31] E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

*

In questa pericope Pietro risponde a quanti avevano aderito al mo­vimento nazareno per poter avere un riscatto sociale (di emancipazione economica), oltre che politico (di liberazione nazionale).

Ed è costretto a fare soltanto delle promesse rivolte a un futuro im­precisato, poiché nel presente di reale vi sono soltanto le persecuzioni. Pie­tro in sostanza lascia capire che la rivoluzione non poté essere fatta anche perché non fu mai appoggiata dai ceti benestanti. Con ciò egli tradisce la sfiducia che aveva nei confronti della capacità rivoluzionaria dei ceti margi­nali.

Poi Marco farà dire a Gesù che anche i ricchi si salveranno, ma solo perché lo vorrà dio. In questa pericope in sostanza vi è il passaggio dalla liberazione politica alla salvezza religiosa. Pietro vuol far vedere che aveva creduto nella prima, ma che poi le circostanze lo indussero a credere nella seconda.

Il fico seccato (Mc 11)

[20] La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.

[21] Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».

[22] Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio!

[23] In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato.

[24] Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.

[25] Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

*

Il fico seccato è un simbolo della fine d’Israele, che qui viene anti­cipata subito dopo la purificazione del Tempio. Marco, e con lui Pietro, dà per scontato il rifiuto da parte dei giudei di considerare Gesù il liberatore nazionale. Il che, sul piano storico-politico, rende del tutto inspiegabile la decisione di andare proprio a Gerusalemme per far scoppiare l’insurrezione armata.

Ma la stranezza è nello stesso atteggiamento del Cristo, che fa sec­care una pianta che non aveva potuto sfamarlo solo perché non era quella la stagione per fare frutti. Come si può facilmente notare, il brano è stato com­pletamente inventato: solo che qui Pietro vuole entrare in scena lo stesso, mostrando tutto il suo disprezzo per i giudei. E fa fare al Cristo una parte assurda: quella di condannare il proprio popolo per non aver capito ch’egli, avendo capacità divine (p. es., nella fattispecie, seccando all’istante un fi­co), doveva per forza essere il messia atteso.

Ma c’è di peggio. Il Cristo che condanna il proprio popolo per averlo ucciso, lo ricondanna a non avere più alcuna aspettativa politica nei confronti di altri liberatori nazionali, in quanto, d’ora in poi, chiunque vo­glia qualcosa per la propria realizzazione personale non deve fare altro che chiederla nella preghiera.

In questo modo Pietro giustifica la propria trasformazione del Gesù storico nel Cristo della fede.

Le mura del Tempio (Mc 13)

[1] Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!».

[2] Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pie­tra, che non sia distrutta».

[3] Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte:

[4] «Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staran­no per compiersi?».

*

Qui la cosa strana è che quando si parla di «parusia» il nome di Andrea è associato a quello di Giovanni. È l’ultima volta che nel vangelo di Marco compare il suo nome, che, come noto, non poteva essere quello ori­ginario. Secondo la tradizione pare che Andrea, dopo la fine del movimento nazareno, avesse ripreso a battezzare nella Scizia minore (Ucraina meridio­nale col basso Danubio e la Bulgaria), che avesse compiuto viaggi missio­nari lungo il Mar Nero e sul Volga, e che fosse morto martire a Patrasso, in Grecia, nel 60, appeso a gambe divaricate ad una croce a forma di X, la co­siddetta «croce di Sant’Andrea». Costantinopoli, la rivale di Roma per tutto il Medioevo, lo riconoscerà come proprio patrono. Da tempo viene ricono­sciuto come patrono anche da Scozia, Russia, Prussia, Romania, Grecia, Amalfi e Luqa (Malta), risultando di gran lunga più popolare di Pietro.

Il rinnegamento di Pietro (Mc 14)

[28] Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».

[29] Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».

[30] Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».

[31] Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.

[66] Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote

[67] e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».

[68] Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.

[69] E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli».

[70] Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».

[71] Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite».

[72] Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre vol­te». E scoppiò in pianto.

*

È singolare che nel «proprio vangelo» Pietro abbia voluto ricorda­re un episodio così spiacevole per lui. Non è però per questo che lo diamo per assodato, ma semplicemente perché ne parla anche il vangelo di Gio­vanni. Evidentemente a quel tempo doveva essere di dominio pubblico che Pietro «lo spaccone», di fronte all’eventualità di un proprio arresto, avesse preferito rinnegare il suo leader.

Tuttavia mentre nel IV vangelo è solo Giovanni che s’accorge di questa defaillance dell’amico e compagno di lotta (come noto i vv. 13,36 ss., quelli in cui si parla di previsione del rinnegamento, vanno considerati spuri), qui invece Pietro sfrutta quell’episodio per fare l’ennesima apologia della propria concezione fatalistica della politica. Nel senso che qui egli vuol far capire d’aver negato di conoscere Gesù esattamente come lui aveva previsto, sicché andava considerata giusta la tesi della divinità del Cristo.

Il pianto di pentimento di Pietro è in relazione non tanto o non an­zitutto al fatto d’averlo tradito, quanto piuttosto al fatto di non aver compre­so sino in fondo il senso effettivo della morte espiatrice del «figlio di dio». È un pianto che può essere utilizzato per rinnegare Cristo anche dopo mor­to.

Infatti qui Pietro sembra opporsi al fatto che Gesù preannunci che dopo la sua resurrezione li avrebbe aspettati in Galilea. Il procedimento re­dazionale può apparire contorto, ma alla fine la logica è molto semplice: Pietro nel vangelo ha bisogno di apparire come militante politico, di contro alle intenzioni religiose del suo messia, per poter dimostrare al movimento nazareno, quando il Cristo sarà morto, che la decisione di optare per la scel­ta religiosa (con le tesi della «morte necessaria», della «resurrezione» e del­la «parusia imminente») era stata dettata proprio da un’errata interpretazio­ne della volontà del Cristo, la quale era apparsa in tutta la sua chiarezza sol­tanto al momento della scoperta della tomba vuota.

D’altra parte Pietro aveva anche una propria dignità personale, e se qui ha deciso di accettare di apparire come l’unico pavido dei Dodici, a suo favore risultavano due fatti: il primo era che anche gli altri apostoli diceva­no che non l’avrebbero mai rinnegato (Mc 14,31), il secondo ch’egli era sta­to l’unico a seguire da lontano la banda che aveva catturato Gesù (Mc 14,54).

Peccato però che anche in questo caso egli menta, poiché in realtà a seguire Gesù erano stati in due: lui e Giovanni e che solo grazie a que­st’ultimo egli poté entrare nel cortile del sommo sacerdote Anania.

Il motivo per cui Pietro sia stato costretto a non far apparire Gio­vanni in questa circostanza è spiegato dalla differente versione che entram­bi danno del processo davanti al sommo sacerdote: in quella di Marco Gesù viene condannato perché si dichiara «figlio di dio», cioè per motivi religio­si non politici, o comunque per motivi di «politica religiosa» non di «politi­ca rivoluzionaria». Il Sinedrio – secondo Marco – consegnerà Gesù a Pilato soltanto per «invidia» (15,10). Non dimentichiamo che questo vangelo at­tribuirà proprio al centurione romano, ai piedi della croce, la prima affer­mazione consapevole della divinità del Cristo (15,39). È il più grande favo­re che Pietro potesse fare ai carnefici del Cristo, anche perché in questa ma­niera tutte le responsabilità di quella esecuzione ricadevano sui giudei.

Giovanni fa chiaramente capire, nel suo racconto, che Pietro negò di conoscere Gesù, in quanto dava per scontato che, se si fosse tradito, Gio­vanni non avrebbe potuto aiutarlo. Tuttavia in quel momento critico uno avrebbe anche potuto avere buoni motivi per non lasciarsi banalmente cat­turare. Non c’era bisogno di scomodare la «profezia divina» del Cristo sul suo triplice rinnegamento, per giustificare una prudenza o, se si preferisce, una pochezza in fondo così umana.

Sul Getsemani (Mc 14)

[32] Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi disce­poli: «Sedetevi qui, mentre io prego».

[33] Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia.

[37] Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

[38] Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».

[39] Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.

[40] Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.

[41] Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.

[42] Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

*

Perché Marco scrive, a differenza di Giovanni, che sul Getsemani tutti gli apostoli, anche quelli più vicini a Gesù, dormivano profondamente?

Anche qui il motivo è molto semplice: se è vera la tesi della «mor­te necessaria», nessuno avrebbe potuto impedirne la realizzazione se non Gesù stesso, che era dio. Dunque avendola accettata, la versione petrina della tomba vuota diventava quella giusta.

Pietro può dormire sonni tranquilli proprio perché il suo Cristo è un martire volontario della fede, è un uomo-dio che pensa di affermare la verità del proprio vangelo accettando consapevolmente di morire in croce. Se fossero stati svegli per difenderlo avrebbero rischiato di contrastare un piano divino molto più grande di loro. Infatti qui Gesù li rimprovera soltan­to di non avere sufficiente fede nel destino che sta per compiersi. Se fossero stati svegli con lui avrebbero capito la sua necessità di morire e avrebbero evitato di tirare fuori la spada per difenderlo (come appunto farà Pietro, il cui nome qui Marco evita di pronunciare, per non farlo apparire come un violento che andava in giro armato o come un estremista zelota al seguito di Gesù).

La resurrezione (Mc 16)

[7] Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

[8] Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spa­vento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

*

La resurrezione è la conclusione illusoria del vangelo di Marco, ove si conferma che la Galilea veniva contrapposta da Pietro alla Giudea. La conclusione si dipana secondo un ragionamento molto semplice ed effi­cace: le Scritture dovevano essere interpretate in maniera mistificata, facen­do risaltare l’idea di «morte necessaria»; la sindone non aveva alcun valore per la tesi della resurrezione; questa tesi non fu elaborata dalle donne che di fronte al sepolcro vuoto fuggirono terrorizzate, ma da Pietro, che capì che quel sepolcro vuoto era l’inizio di una svolta verso il misticismo. Dopo la croce, né Gesù né gli apostoli avrebbero avuto più nulla da compiere di po­litico in Giudea, per cui potevano tranquillamente tornarsene in Galilea, dove avrebbero potuto iniziare una nuova storia caratterizzata, questa volta, da elementi unicamente religiosi.

Il rinnegamento di Pietro

Gv 18,15-27

[15] Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sa­cerdote e perciò entrò con Gesù nel cor­tile del sommo sacerdote;

[16] Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro.

[17] E la giovane portinaia disse a Pie­tro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».

[18] Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

[25] Intanto Simon Pietro stava là a scal­darsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono».

[26] Ma uno dei servi del sommo sacer­dote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho for­se visto con lui nel giardino?».

[27] Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Mc 14,53-72

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdo­te; e se ne stava seduto tra i servi, scal­dandosi al fuoco.

[66] Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote

[67] e, vedendo Pietro che stava a scal­darsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».

[68] Ma egli negò: «Non so e non capi­sco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.

[69] E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli».

[70] Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Gali­leo».

[71] Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite».

[72] Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte». E scoppiò in pianto.

*

Come si può facilmente notare, Giovanni dà una versione differente sia dell’udienza davanti al sommo sacerdote (che per lui non è Caifa ma Anna o Anania), che del rinnegamento di Pietro. In Mc 14,30 Gesù previde, con una precisione a dir poco impressionante, che Pietro avrebbe negato di co­noscerlo per ben tre volte prima che il gallo avesse cantato due volte. E le cose in Marco risultano inconfutabili, in quanto unico loro testimone fu Pie­tro, che si era messo a seguire in solitudine, senza farsi notare, la turba che aveva catturato Gesù. Nulla di ciò nel quarto vangelo.

Leggendo il solo Marco (la cui fonte è lo stesso Pietro) non si ca­pisce, di primo acchito, il motivo per cui, se le cose sono andate esattamen­te come descritte, il protagonista abbia accettato di apparire in una luce per lui così poco dignitosa, sebbene la decisione di seguirli alla lontana, essen­do esclusiva di lui, faccia pensare a una qualche forma di coraggio. Fortuna però che abbiamo anche la versione di Giovanni, che – come noto – legge Marco, mentre il contrario non è vero.

In effetti, proprio il racconto marciano, ancora una volta, viene ad avvalorare la tesi petrina della «morte necessaria», in quanto solo un Cristo divino avrebbe potuto prevedere, nel dettaglio, un rinnegamento così espli­cito e articolato. Cioè, pur negando la sequela al Cristo per ben tre volte, Pietro ha potuto confermare, con l’associazione arbitraria del suo gesto alla casualità del canto mattutino del gallo, fatto passare come segno di conferma della profe­zia del Cristo, che quest’ultimo era «dio», per cui la morte era «necessaria».1 In tal modo Pietro ha avuto tutto l’interesse ad annullarsi come uomo per autoesaltarsi come prosecutore legittimo di quello che nel proto-vangelo è stato fatto passare come «messaggio redentivo» di Gesù (contro la pretesa giovannea alla successione per la ripresa della strategia politico-rivoluzionaria), un messaggio che da «politico» era diventato «teologico». Rebus sic stantibus la conseguenza diventa paradossale: il rinnegamento di Pietro, di fronte al fatto «divino» che il Cristo «doveva morire», non appare neanche tanto grave dal punto di vista «umano».

L’interpretazione del fatto, data dal quarto vangelo, risulta specu­larmente opposta. Il confronto delle versioni di questi episodi (l’udienza e il rinnegamento) induce a fare riflessioni critiche nei confronti di Pietro, che non è soltanto – come sappiamo – la fonte principale di Marco, ma anche, come ideologia vincente, alla base delle manipolazioni compiute ai danni dell’ultimo vangelo, la prima delle quali, in questo specifico e drammatico contesto, è stata quella di eliminare un testimone scomodo come Giovanni, il cui nome non appare mai (in Marco neppure come persona): una volta eliminato Giovanni dal racconto sull’udienza processuale giu­daica, Marco ha avuto buon gioco nel costruire un resoconto quasi del tutto fanta­sioso sul rinnegamento di Pietro.

Qui non si deve pensare solo a una sorta di irriconoscenza da parte di un leader, Pietro, che non ha voluto ammettere il suo debito di gratitudine nei confronti di un proprio compagno di lotta, il quale, facendolo entrare nel cortile di casa Anania, gli aveva in un certo senso offerto l’opportunità di stare molto vicino alle primissime e informali fasi processuali a carico di Gesù. Le que­stioni che dividono, anche in queste pericopi, i due protagonisti sono di na­tura non tanto umana, quanto ideologica e politica.

Nel quarto vangelo Giovanni era potuto entrare nel cortile di casa di Anania perché conosciuto dagli ambienti del sommo sacerdote, e poté far entrare anche Pietro, ch’era rimasto fuori, contattando la portinaia, che ap­pena lo vide subodorò ch’egli fosse, al pari di Giovanni, un seguace del messia, e lui qui, per la prima volta, negò di esserlo. Da notare che solo nel­la versione marciana Pietro viene riconosciuto dalle guardie anche per la sua parlata galilaica (Mc 14,70), mentre in Giovanni ciò risulta del tutto irrilevante.2

Nel racconto giovanneo, diversamente da quello marciano, la por­tinaia non dà affatto l’impressione di voler denunciare Pietro, proprio per­ché conosceva Giovanni e forse simpatizzava per la causa del Cristo. Con la domanda posta a Pietro essa probabilmente si aspettava una risposta af­fermativa, altrimenti non sarebbe riuscita a spiegarsi il motivo per cui, di notte, Giovanni avesse portato con sé un compagno al seguito del messia in stato d’arresto: la domanda in un certo senso era retorica, una sorta di banale curio­sità, cui lo stesso Giovanni, in quel momento, non dovette dare particolare peso. Al massimo si può pensare, visto che la donna era al servizio di un nemico dei nazareni, che la domanda avesse un tono un po’ beffardo, di be­nevola derisione, senza avere però un fine che potesse minacciare l’incolu­mità di Pietro, altrimenti dovremmo considerare Giovanni uno scriteriato, un imperdonabile ingenuo.

Nel vangelo di Marco la donna non ha affatto un comportamento discreto o semplicemente curioso, ma alquanto minaccioso, anzi accusatorio. Infatti lei si dirige verso di lui, intento a scaldarsi presso un fuoco, e, dopo averlo guardato bene in faccia, gli dice, con molta sicurezza, d’averlo riconosciuto come un seguace del Cristo. Pietro nega ed esce dal cortile, poi però il brano prosegue con una incongruenza. Infatti la donna, vedutolo uscire, cominciò di nuovo a dire a quelli ch’erano lì presenti che Pietro andava catturato. Quindi evidentemente non era uscito del tutto da quella abitazione, che per lui si stava facendo molto pericolosa. Lui continua a negare, finché sono gli stessi soldati che lo riconoscono a motivo della sua parlata galilaica. Eppure, nonostante tutti questi plateali mascheramenti, nessuno lo cattura, sicché egli può uscire in maniera relativamente tranquilla da quella «maledetta» abitazione, andandosene a piangere fuori a causa del proprio comportamento.

Nel vangelo giovanneo le cose non vengono descritte in maniera così inverosimile, essendo tutto più sfumato e realistico, anche se appare molto strano che Pietro non si sia reso conto che una risposta ne­gativa circa il proprio discepolato, invece di rassicurare la portinaia l’avrebbe insospettita. Evidente­mente egli non aveva capito bene quali fossero i rapporti tra lei e Giovan­ni.

Di sicuro nel proto-vangelo di Marco si è cercato di mischiare le carte in tavola per giustificare in qualche modo il rinnegamento di Pietro. In questo vange­lo infatti Pietro si trova da solo a seguire a Gesù e riesce a entrare, non si sa come, nel cortile della casa del sommo sacerdote, il cui nome non viene detto ma si deve dare per scontato sia Caifa, poiché la versione marciana dell’udienza si riferisce a lui, un’udienza – ci preme qui ribadirlo – che in Marco appare pubblica e del tutto regolare (benché di notte!), proprio perché si vuol far rica­dere esclusivamente sui giudei l’intenzione di eliminare Gesù. Pietro si è servito dell’idea di apparire come unico testimone nel cortile del sommo sa­cerdote Caifa per dare una versione (teologica) del tutto fantasiosa del processo e per dimostrare che Gesù, prevedendo il rinnegamento, era effettivamente il «fi­glio di dio».

In altre parole, egli accettò di apparire in una veste così poco dignitosa per un apostolo prestigioso come lui, perché, sapendo bene che, insieme a lui, vi era stato anche Giovanni, che avrebbe potuto smentirlo, ha preferito accentuare la drammaticità del lato umano del suo carattere, pur di far passare come vera l’interpretazione ch’egli aveva dato della tomba vuota. Pietro fa passare Gesù per un preveggente, in grado di anticipare il triplice rinnegamento, e così toglie alla sua predicazione qualunque connotazione politica (soprattutto rimuove da questa predicazione i suoi addentellati eversivi).

A dir il vero anche in Gv 13,36 ss. si parla della medesima predizione, ma in termini così mistici da risultare del tutto inattendibile, anche perché Gesù pronuncia una frase che Pietro non avrebbe potuto capire in alcun modo: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora, ma mi seguirai più tardi». Il che, nelle intenzioni mistificanti dei manipolatori di questo vangelo, voleva dire: «Adesso non puoi condividere i miei ideali perché sei mosso da esigenze politiche, ma, dopo che sarò morto e risorto, capirai che i miei obiettivi erano solo religiosi». Inoltre nel racconto del rinnegamento non si fa alcun cenno a questa predizione, cosa che invece risulta di capitale importanza nei Sinottici per dimostrare la divinità del Cristo.

In entrambe le pericopi, di Marco e di Giovanni (quelle di Matteo e Luca dipendono in toto da quella marciana), Pietro dà l’impressione, al cospetto della portinaia, di rispondere in maniera affrettata e prevenuta a una domanda che gli era sembrata eccessiva, pericolosa, come se già nel percorso che lo separava dal Gesù tradotto nel palazzo del potere giudaico (o forse sarebbe meglio dire nell’abitazione privata di Caifa) avesse pensato di reagire così nel caso in cui gli avessero chiesto di identifi­carsi.

Un atteggiamento del genere, alla luce delle versioni a nostra di­sposizione, si può spiegare solo in due modi: in Marco si vuol far vedere che il rischio d’essere catturato era reale, in quanto la portinaia (definita «serva» dall’evangelista) accusa esplicitamente Pietro d’essere un nazareno (lo «fissa» addirittura con lo sguardo davanti alle guardie), per cui il rinne­gamento andava considerato umanamente comprensibile, anche se religio­samente non giustificabile, poiché qui l’apostolo aveva addirittura negato di riconoscere Gesù come «dio» (il che però, dopo aver constatata la tomba vuota, interpretata arbitrariamente come «resurrezione», gli servirà poi per dimostrare che effettivamente Gesù era «dio»); in Giovanni invece Pietro non vuole essere da meno del suo compagno di lotta e chiede di entrare an­che lui nel cortile, cioè chiede di poter beneficiare dello stesso privilegio di Giovanni, conosciuto dagli ambienti del sommo sacerdote Anania.

L’idea di far assistere Pietro «nel cortile del sommo sacerdote» (Gv 18,15) non doveva essere partita da Giovanni, il quale si era già reso conto che l’aver cercato di uccidere Malco sul Getsemani poneva l’apostolo in una si­tuazione molto rischiosa. Sarà stata probabilmente l’insistenza di Pietro a con­vincerlo a contattare la portinaia. Ed è impossibile pensare che Giovanni, potendolo far entrare, non avesse detto o fatto capire a Pietro che poteva stare tranquillo, nel momento in cui la portinaia l’avesse visto di persona. Quindi perché negare d’essere un nazareno? Qui si ha l’impressione che Pie­tro non mostri alcuna fiducia nei confronti del suo compagno di lotta o co­munque nei confronti delle sue amicizie, in questo caso la portinaia e sicu­ramente altri che l’avranno visto entrare o gli avranno dato il permesso di farlo. Per quale motivo Pietro ha pensato che, in caso di problemi, Giovanni non avrebbe fatto di tutto per farlo «uscire» da quel cortile?

Il rinnegamento – come si può notare – fu la conseguenza di un at­teggiamento impulsivo, lo stesso con cui Pietro si era eccessivamente espo­sto sul Monte degli Ulivi mentre tentava di sottrarre Gesù alla cattura. Nei confronti della portinaia egli non aveva alcun vero motivo politico e, se vogliamo neppure umano, per mentire. Un motivo semmai avrebbe potuto esserci quando le guardie di Anania, vedendolo intento a riscaldarsi attorno al fuoco (in aprile, di notte, a Gerusalemme, a 800 metri sul livello del mare, fa freddo), e non ricono­scendolo come uno di loro, gli avevano chiesto qualcosa circa la sua pre­senza in quel luogo e a quell’ora (e dall’accento della sua parlata s’erano ac­corte che proveniva dalla Galilea), e soprattutto quando era stato smasche­rato in maniera decisa da parte del parente di Malco, che sosteneva d’averlo visto proprio sul Getsemani, mentre Pietro con la spada sguainata cercava di difendere Gesù dall’arresto. Circostanze, come si può notare, molto con­crete e che fanno capire bene quanto fosse stato sciocco Pietro a pretendere di entrare in quel cortile: non a caso esse, nel vangelo di Marco, risultano del tutto assenti, in quanto si evita sia di citare il nome di Malco che di fare riferimento al suo parente. Il fatto che lo faccia Giovanni è una conferma ch’egli doveva conoscere, almeno in parte, gli ambienti legati al sommo sacerdote Anania.

La cosa strana, nel resoconto giovanneo, è che nonostante l’esplici­to riconoscimento da parte del parente di Malco, non sembra affatto che vi sia stato un qualche tentativo di denunciare o si catturare immediatamente anche Pietro: tutto sembra limitarsi a una sorta di atteggiamento di biasimo e ri­provazione a motivo delle sue ripetute negazioni. Vien da chiedersi, a que­sto punto, se le guardie non abbiano pensato a un qualche particolare per­messo che giustificasse la sua presenza in quel luogo e in quel momento, ché, in caso contrario, sarebbe parsa assai poco comprensibile la sua pre­senza, per nulla accorta, attorno al loro stesso fuoco. Se infatti avessero vo­luto prenderlo, dopo la testimonianza inoppugnabile del parente di Malco, non si sarebbero certo fermati davanti alle sue imprecazioni e ai suoi sper­giuri. Forse non fecero nulla o perché Giovanni, in qualche modo, riuscì a toglierlo da quell’impiccio, oppure perché la parola d’ordine in quel mo­mento era un’altra: «Conviene che uno solo muoia per tutto il popolo» (Gv 18,14), e i militari spesso non fanno più di quanto venga loro comandato. In fondo sul Getsemani la turba armata aveva accettato molto tranquillamente la proposta di Gesù di lasciare andare i suoi discepoli in cambio di una sua immediata e volontaria consegna.

Noi comunque non sapremo mai se Pietro negò con così tanta insi­stenza d’essere un nazareno semplicemente perché era un vile che voleva restare vivo a tutti i costi (in tal caso potrebbe anche essere umanamente scusabile), o perché non avrebbe mai accettato di morire in maniera così banale, scoperto dalle guardie attorno a un fuoco (sul Getsemani, in fondo, aveva dato prova di voler difendere a tutti i costi il messia). Certo non si può pensare che lui abbia scelto il rinnegamento nella convinzione che, nel caso in cui l’avessero preso, il movimento nazareno si sarebbe inevitabil­mente sbandato. Pietro era forse così egocentrico da ritenersi insostituibile? Noi in realtà peccheremmo di superficialità se non pensassimo che il rinne­gamento (che qualunque membro del movimento nazareno avrebbe giustifi­cato) poteva servire anche per lanciare la controffensiva insurrezionale in un secondo mo­mento. Non si può rimproverare a Pietro di non essere stato sufficientemen­te coraggioso quando, in quel frangente, il coraggio sarebbe potuto apparire una forma di inutile autoimmolazione. È irrazionalistico cercare il martirio a tutti i costi.

Il suo torto semmai sta nel fatto che, quando si vuole dimostrare d’essere audaci e risoluti (sul Getsemani, tirando fuori la spada di fronte a un nemico troppo forte da vincere, e ora seguendo Gesù fin dentro il perico­loso cortile del sommo sacerdote), si deve poi prevedere che possono esser­ci conseguenze spiacevoli per la propria e per l’altrui sicurezza. Non solo, ma, di fronte a tali conseguenze, le reazioni che si assumono possono appa­rire giustificate solo ai propri occhi, non a quelli degli altri, che si aspettano sempre una maggiore coerenza. Anche perché nessuno poteva certo dare a Pietro la sicurezza matematica che, entrando nel giardino di Anania, non sarebbe stato riconosciuto da alcuna guardia. Proprio il suo tentativo di vo­ler uccidere Malco avrebbe dovuto metterlo sull’avviso. La fretta stessa con cui ave­va risposto alla portinaia stava ad indicare ch’egli aveva messo in conto la possibilità d’essere scoperto.

Dopo l’ultimo rinnegamento Giovanni scrive che «un gallo cantò» (18,27), ma il legame tra rinnegamento e canto fu assolutamente casuale, messo più che altro per chiarire la scansione cronologica degli eventi, ovve­ro la durata minima delle udienze giudaiche presso i due sommi sacerdoti. In tal senso l’espressione del Cristo, riportata nel suo vangelo: «non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte» (13,38), va considera­ta del tutto spuria, utilizzata da qualche redattore proprio per avvalorare la versione marciana sull’episodio del rinnegamento.

Ma se il nesso è casuale, la pericope giovannea diventa significati­va, poiché raggiunge due obiettivi: negare valore politico alla tesi petrina della «morte necessaria», negare valore soprannaturale al Cristo, che nei Si­nottici viene presentato in maniera «divina» (in Lc 22,61 addirittura Gesù, nel momento preciso dell’ultimo rinnegamento, si volta verso Pietro con sguardo di commiserazione). Il Cristo in realtà non ha mai fatto nulla che potesse far sorgere il sospetto ch’egli avesse una natura più che umana, e tutto quanto di miracoloso gli viene attribuito va considerato una falsifica­zione.

*

Ma su questo racconto bisogna spendere altre parole, poiché contiene aspetti abbastanza sconcertanti. Qui infatti si ha a che fare con due versioni nettamente contrapposte di un medesimo evento. La contrapposizione sta proprio nel fatto che nella prima versione il redattore Marco, che scrive quasi sotto dettatura di Pietro e che risente non poco dell’influenza di Paolo (almeno nelle parti più strettamente teologiche e che probabilmente sono state aggiunte in una successiva redazione), ha omesso del tutto la presenza di Giovanni; nella seconda, scritta dallo stesso Giovanni e poi manomessa da qualcuno che dipende dalla teologia petro-paolina, si parla di due testimoni oculari. In entrambe il protagonista principale è Pietro.

La versione giovannea è stata manipolata non solo là dove si è omesso il nome dell’apostolo, ma anche dove viene detto (per due volte!) che l’anonimo compagno di Pietro poté entrare nel cortile e assistere all’interrogatorio di Gesù da parte di Anania perché era conosciuto negli ambienti di quest’ultimo. Cioè era conosciuto dai nemici più irriducibili del suo maestro! E che tali fossero lo si evince dallo stesso quarto vangelo, ove viene detto che Caifa aveva convinto i sinedriti ad arrestare Gesù prima che i Romani reagissero peggiorando le condizioni dell’oppressione nazionale. Infatti, secondo il sommo sacerdote, se avessero consegnato Gesù a Pilato, questi, in cambio dell’insperato favore, avrebbe avuto un occhio di riguardo per la Giudea. Quanto al primo interrogatorio, Anania interpella Gesù come se questi fosse un pericoloso terrorista che, nella propria clandestinità, stava fomentando il popolo non solo contro i Romani, ma anche contro la stessa classe sacerdotale. Al che Gesù sembra meravigliarsi alquanto che non si conosca la sua attività, avendo egli scelto di agire pubblicamente, almeno finché gli era possibile non compromettere l’incolumità dei suoi seguaci.

Si può quindi arguire o che Giovanni non fosse un seguace prestigioso del Cristo, o che Anania non fosse così convinto, come Caifa, a eliminare chi stava per compiere un’insurrezione antiromana, visto che dimostra di non conoscerlo in maniera adeguata, oppure che Giovanni avesse frequentato gli ambienti di Anania prima di diventare un discepolo del Cristo, sicché poteva ancora servirsi di alcune conoscenze. In quest’ultimo caso si deve dare per scontato ch’egli fosse un giudeo di Gerusalemme, come, d’altra parte, dimostrano molti brani del suo vangelo.

Ovviamente non si può scartare a priori l’ipotesi che la presenza dello stesso apostolo Giovanni vada vista in questo racconto come una forma d’interpolazione da parte di qualche redattore a lui ideologicamente vicino. Tuttavia su questo i dubbi sono molto forti, nel senso che è più naturale pensare che questo episodio sia già stato raccontato nel vangelo originario di Giovanni. Cioè la comunità cristiana doveva necessariamente sapere che il testo era stato scritto proprio da lui, testimone oculare del triplice rinnegamento di Pietro, e che la sua versione dei fatti (da cui non si poteva prescindere, a motivo del ruolo molto importante ch’egli aveva avuto quando Gesù era in vita) era piuttosto diversa da quella registrata dall’evangelista Marco, discepolo di un altro testimone oculare.

Quindi si può tranquillamente presumere che nel vangelo di Giovanni la manipolazione redazionale non sia intervenuta soltanto là dove si è censurato il nome dell’autore del racconto, ma anche là dove si è deciso di calunniare la figura dell’apostolo. Ora, siccome la censura sulla sua identità è una costante in tutto il suo vangelo (a meno che non si voglia pensare che l’apostolo si era volontariamente autocensurato per poter essere meglio accettato nella comunità petro-paolina), qui ci limiteremo ad analizzare il motivo per cui lo si è voluto mettere in cattiva luce.

Non ci vuole un particolare acume psicologico per capire che i manipolatori del quarto vangelo, sapendo bene che la posizione politica di Giovanni era antitetica a quella di Pietro, avevano tutto l’interesse a far credere che l’apostolo non aveva mai rotto i ponti col giudaismo ufficiale e che, per questa ragione, era finito col fare, in un certo senso, il doppio gioco, per cui andava addebitata anche a lui la morte del Cristo.

È un racconto davvero strano, questo. Se si basa su un ricordo personale di Giovanni, non si capisce perché sia stato da lui inserito nel suo vangelo, in quanto dal dialogo tra Gesù e Anania non emerge alcunché di veramente significativo (meno che mai poi se lo si confronta col dialogo, del tutto inventato, tra Gesù e Caifa riportato nel vangelo marciano), né si comprende perché il suo nome sia stato tolto dai manipolatori del suo vangelo, visto ch’era nel loro interesse far apparire piuttosto sospetta la sua presenza in quel frangente. Sotto questo aspetto è molto probabile che i manipolatori abbiano voluto estendere la semplice conoscenza della portinaia da parte di Giovanni (che gli garantì di entrare furtivamente nel cortile e di conservare una certa riservatezza) a una vera e propria affiliazione dell’apostolo agli ambienti di quel sommo sacerdote. Se questa cosa fosse davvero stata scritta da Giovanni, avrebbe dovuto quanto meno essere spiegata, così come egli aveva già chiarito, all’inizio del suo vangelo, che prima di abbracciare la causa del Cristo era stato discepolo del Battista.

È poco realistica l’ipotesi di chi pensa che Giovanni abbia scelto di apparire come un doppiogiochista per avere la possibilità che il proprio vangelo venisse approvato dalla tradizione petro-paolina, a lui ostile, la quale così avrebbe considerato il rinnegamento di Pietro maggiormente comprensibile. Anche perché il fatto ch’egli fosse conosciuto in quegli ambienti non sembra aver comportato la fruizione di un privilegio particolare. Appare evidente infatti che la casa di Anania era una semplice abitazione privata con tanto di giardino. Le guardie lì presenti erano quelle ebraiche che avevano catturato Gesù nel Getsemani: se vi erano anche quelle romane, come risulta nel quarto vangelo, al momento dell’arresto di Gesù, esse stavano attendendo al di fuori di quella abitazione, o forse non erano neppure presenti, visto che il leader nazareno era saldamente nelle mani delle guardie giudaiche e che i suoi discepoli erano tutti fuggiti. Se Giovanni poté assistere all’interrogatorio di Gesù, questo deve per forza essere avvenuto al di fuori della casa di Anania, alla presenza di molteplici persone, e deve essere stato molto breve. Gesù era legato e al suo fianco aveva una guardia, la stessa che lo schiaffeggiò quando quegli disse di voler essere considerato un uomo pubblico e non un terrorista.

Se l’interrogatorio è avvenuto dentro la casa, solo la portinaia può averlo riferito a Giovanni. La cosa strana è che Pietro sembra trovarsi in un punto d’osservazione diverso da quello di Giovanni, intento a riscaldarsi con altri soldati presso un fuoco: il che non esclude che anch’egli avesse potuto ascoltare il dialogo tra Gesù e Anania. Quel che di sicuro sappiamo è che Giovanni, pur essendo conosciuto negli ambienti di Anania, non è in grado di dire la minima parola relativamente al dialogo tra Gesù e Caifa. Viceversa nel vangelo di Marco sembra essere Pietro ad avere la possibilità di accedere alla casa di Caifa e di assistere, alla presenza dell’intero Sinedrio (sic!), con una inspiegabile sicurezza, a un dialogo molto teatrale e drammatico, molto più importante del precedente.

Soltanto dopo aver assistito a questo dialogo, Pietro comincia a essere sospettato d’essere un seguace di Gesù. Infatti nel vangelo di Marco si voleva mostrare che la massima responsabilità della morte di Gesù doveva ricadere sui sommi sacerdoti e su tutti i membri del Sinedrio. La presenza del solo Pietro nel cortile della casa di Caifa stava appunto a testimoniare che la sua versione dei fatti doveva apparire inconfutabile. I Romani non c’entravano nulla: se fosse dipeso interamente da loro, non l’avrebbero giustiziato. I capi giudei lo consegnarono a Pilato semplicemente perché del Cristo non accettavano la sua divinità, la sua figliolanza divina e lo condannarono perché si faceva come Dio e quindi appariva come un ateo. La condanna era quindi per motivi religiosi e la politica c’entrava solo indirettamente, e comunque non riguardava lo Stato romano. Gesù viene consegnato ai Romani perché con la sua predicazione minacciava l’establishment religioso della Giudea e di tutta la Palestina. Questa è l’interpretazione falsata dei fatti data dal proto-vangelo marciano.

A priori non si può negare che prima ancora di diventare un seguace del Battista, Giovanni avesse frequentato gli ambienti teologico-politici di Anania. Si può anzi presumere ch’egli fosse consapevole di non poter nascondere a nessuno il suo background giovanile e che quindi abbia scelto qui di parlarne in maniera del tutto distaccata, senza preoccuparsi delle conseguenze di ciò che stava dicendo. Ma se questa ipotesi è attendibile, se davvero egli ha accettato, in maniera così disinvolta, che una terribile ombra di sospetto infangasse la sua personalità, si può anche presumere ch’egli in realtà volesse parlare d’altro, di qualcosa di molto più grave. E qui la domanda non può essere che la seguente: il racconto di Giovanni voleva forse far vedere di quale pasta era fatto l’apostolo che, dopo la morte di Gesù, aveva convinto il movimento nazareno a rinunciare all’insurrezione armata? Siamo forse in presenza di un racconto contro la spavalderia, la meschineria e la falsa concezione della politica che aveva Pietro, ovvero la cattiva interpretazione che aveva dato della morte del Cristo? Doveva forse servire per dimostrare che Pietro in realtà non era affatto quell’uomo coraggioso che voleva far credere?

È vero, anche nel vangelo marciano si parla di un triplice rinnegamento di Pietro, ma Giovanni, che è un politico di razza, vuol far vedere altro. Egli ha intenzione di dirci non tanto che Pietro era un uomo dalla personalità contraddittoria, quanto piuttosto che non era capace di interpretare i fatti per quello che effettivamente erano.

Anche nel quarto vangelo egli nega di conoscere Gesù per tre volte: alla portinaia, a un soldato e a un parente di Malco, la guardia che Pietro avrebbe voluto uccidere spaccandole la testa con la spada, alla quale però, scansandosi quella in tempo, avuto soltanto reciso l’orecchio. In quel momento Pietro non si era reso conto dell’enorme disparità delle forze in campo e aveva rischiato di far ammazzare tutti i discepoli a causa della sua impulsività. E così di nuovo, nel giardino di Anania nega di essere un seguace del Cristo proprio perché pensava che, senza di lui, il movimento nazareno si sarebbe sbandato (benché nel contesto semantico del racconto il rinnegamento sembra essere dovuto al fatto che Pietro, se fosse stato arrestato, non avrebbe potuto contare sull’aiuto di uno che frequentava gli ambienti del nemico).

Non è da escludere che il racconto sia servito per dimostrare che i rapporti tra i due, ad un certo punto, si ruppero in maniera irreparabile, e non tanto perché Giovanni fosse un traditore (come invece i manipolatori vogliono far credere), quanto perché Pietro era un pusillanime, il vero traditore del suo maestro. Se questo è vero, allora è stato del tutto naturale che sia stato omesso il nome di Giovanni: i manipolatori non volevano far sapere che il testimone dell’opportunismo di Pietro era stato proprio quell’apostolo che, dopo la morte del Cristo, era diventato suo nemico, in quanto non aveva accettato l’idea della resurrezione usata come rinuncia alla lotta di liberazione nazionale.

Note

1 Necessaria in un duplice senso: 1) la liberazione umana e politica nel mondo (e quindi anche in Palestina) è impossibile a causa del peccato originale, che rende gli uomini impotenti; 2) per riscattarsi agli occhi di dio-padre dall’incapacità di compiere il bene, e quindi dal rischio di autodistruggersi o di essere definitivamente abbandonati dallo stesso dio-creatore, occorreva il supremo sacrificio del dio-figlio, prototipo dello stesso genere umano. Questa teologia ovviamente è più paolina che petrina, ma solo perché s’innesta e si sviluppa in quella «teologia della necessità» elaborata da Pietro l’indomani della morte del Cristo (usata anche al fine di dimostrare che i giudei non erano migliori dei galilei). Lo stesso vangelo di Marco va considerato espressione di una teologia che è insieme petrina e paolina.

2 Giovanni, a differenza di Pietro, non poteva essere riconosciuto dal suo idioma come proveniente dalla Galilea, poiché era di origine giudaica. È infatti noto che il racconto di Marco (1,16 ss.) sulla chiamata dei primi discepoli, intenti a pescare, va considerato del tutto inventato. Non a caso è nel quarto vangelo che si insiste così tanto sui luoghi giudaici della missione di Gesù.

Il rinnegamento di Pietro

Gv 13,33-38

[33] Figlioli, anco­ra per poco sono con voi; voi mi cer­cherete, ma come ho già detto ai Giu­dei, lo dico ora an­che a voi: dove vado io voi non po­tete venire.

[34] Vi do un co­mandamento nuo­vo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho ama­to, così amatevi an­che voi gli uni gli altri.

[35] Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

[36] Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli ri­spose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tar­di».

[37] Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!».

[38] Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Mc 14,26-31

[26] E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

[27] Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto:

Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.

[28] Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.

[29] Allora Pietro gli disse: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò”.

[30] Gesù gli disse: “In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”.

[31] Ma egli, con grande insistenza, diceva: “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

Mt 26,30-35

[30] E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

[31] Allora Gesù disse loro: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:

Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge,

[32] ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.

[33] E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”.

[34] Gli disse Gesù: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”.

[35] E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

Lc 22,24-34

[24] Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.

[25] Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.

[26] Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.

[27] Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

[28] Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;

[29] e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,

[30] perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

[31] Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;

[32] ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

[33] E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”.

[34] Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”.

*

Stando al vangelo attribuito a Giovanni (13,36 ss.), non si capisce, a differenza che in quello di Marco (14,26 ss.), che Gesù, mentre profetizzava a Pietro che l’avrebbe rinnegato tre volte, si trovava con gli apostoli nel Getse­mani. Tale contesto, se si vuole, è abbastanza logico, in quanto, pur essendo quella previsione del tutto fantasiosa, il sospetto di essere traditi aveva già indotto la comitiva ad andarsene dal luogo del pasto in comune e a rifugiarsi nel luogo segreto, utilizzato altre volte. In quell’orto degli ulivi può apparire del tutto naturale che Gesù abbia messo gli apostoli sull’avviso di una loro possibile cattura, o quanto meno di un duro scontro armato con esito fatale per loro, in quanto sicuramente, se vi era stato un tradimento tale per cui era stato rivelato il loro luogo segreto, sarebbero venuti a cercarli in massa e ben armati. È stato di fronte a queste parole che Pietro deve aver detto che non sarebbe mai fuggito, anche a costo di affrontare il nemico col rischio di morire.

Nel vangelo di Marco la descrizione di Cristo, in quel frangente, è – come spesso succede quando si vogliono mistificare religiosamente le cose – quella di un dio in grado di prevedere esattamente gli eventi futuri. In altre parole, lui sarebbe stato catturato e loro, disperati, sarebbero fuggiti, ma tutti si sarebbero ritrovati in Galilea dopo la sua resurrezione. Si noti che al v. 28 si parla proprio di «resurrezione», dando per scontato che il loro leader sarebbe stato ucciso o giustiziato. Non si tratta di una semplice rassicurazione che chiunque può fare, nei momenti più difficili, per scongiurare il peggio o allentare la tensione. Non a caso il vangelo di Marco si chiuderà con le parole che l’angelo dirà alle donne sbigottite davanti al sepolcro vuoto: «Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro ch’egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (16,7).

La descrizione marciana dei fatti appare piuttosto bizzarra, persino illogica dal punto di vista teologico. Infatti l’evangelista fa dire a Pietro che non si sarebbe «scandalizzato» della cattura di Gesù, e non sarebbe quindi fuggito. Il che però potrebbe anche essere interpretato nel senso che l’apostolo sapeva bene che il Cristo sarebbe risorto!1

In realtà si riesce a intuire ugualmente che Pietro intendeva dire che avrebbe difeso il Cristo rischiando di persona. E tutti gli altri dicono la stessa cosa, dimostrando così di non aver capito le parole di Gesù relative alla resurrezione o addirittura di non averle accettate.

La cosa strana, nel vangelo di Marco, è che il rinnegamento di Pietro viene previsto da Gesù esattamente come il tradimento di Giuda.2 Ora, chiunque si rende facilmente conto che quando le cose sono preannunciate e si verificano puntualmente, la responsabilità di chi le compie, nel bene o nel male, è notevolmente ridotta. Qui l’evangelista, pur di mistificare quel particolare momento politico, in cui tutto era in gioco, è stato costretto a concedere alla teologia uno spazio enorme, con cui alla fine può giustificare tutto e tutti: il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e la crocifissione del Cristo (o meglio, la sua autoimmolazione). Nessuno ha davvero una «colpa» o un «merito» di ciò che è accaduto, in quanto tutto era debitamente previsto dalla insondabile prescienza divina (quella di cui parlerà espressamente Pietro in At 2,23).3 Dunque Gesù non si era rifugiato, coi suoi discepoli, nel Getse­mani per sottrarsi alla cattura, ma soltanto per fare in modo che loro si salvassero (d’altra parte di fronte al supremo sacrificio di un dio, per il bene dell’umanità, a cosa sarebbe servito quello di pochi uomini?).

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La versione di Luca contiene degli aspetti ancora più sconcertanti. Ovviamente anche lui deve mettere, come cappello introduttivo, la sua dose di misticismo, sicché fa dire a Gesù, rivolto a Pietro: «Quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli» (22,32). Il che voleva dire che quando egli avrà capito la necessità della morte in croce, dovrà poi spiegarla agli apostoli, usando il concetto di «resurrezione».

A parte questo, resta assai poco spiegabile, in Luca, il motivo per cui, in quel contesto, Gesù abbia detto ai suoi discepoli più stretti (o ai discepoli in generale) di vendere il mantello e di comprare una spada (v. 36). Stando all’impostazione teologica del racconto in oggetto e, in fondo, di tutto il suo vangelo, in quel momento le spade avrebbero dovuto semmai deporle, non barattarle coi loro mantelli. Se il Cristo «doveva» essere catturato, a che pro difenderlo?

Il bello è che tutti gli apostoli, in quel momento, non avevano affatto bisogno di vendere i loro mantelli, in quanto – secondo Luca – erano già tutti armati. Infatti presentano a Gesù due spade, come se stessero obbedendo a un ordine militare. Al che lui risponde, perentorio: «Basta!» (v. 38). E non dimentichiamo che Pietro cercò di uccidere Malco, il servo del sommo sacerdote (Lc 22,50; Gv 18,10).

Questo modo di presentare le cose è davvero strano. Luca dà l’impressione di essere a conoscenza di un lato militaresco nell’ambito dei Dodici, che negli altri vangeli è stato accuratamente rimosso. Stando alla sua versione, gli apostoli sarebbero stati disposti a morire per Gesù, senza rendersi conto che se Giuda avesse rivelato il nascondiglio segreto, sarebbe giunta una massa di uomini armati di tutto punto, nei cui confronti non vi sarebbe stata alcuna possibilità di vincere. Non saper valutare le forze in campo e volersi difendere a tutti i costi, senza accettare l’idea della resa, significa essere degli irresponsabili. Cosa che Gesù comprese perfettamente quando al momento della trattativa per la sua cattura, chiese di lasciare andare i suoi discepoli, consegnandosi spontaneamente: in questo modo nessuno ci avrebbe rimesso la vita.

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Ora però vediamo la versione di Giovanni. Anche la piccola pericope in cui Gesù preannuncia a Pietro il rinnegamento, vi sono mistificazioni a non finire, anche se condotte a un livello superiore. Si faccia attenzione ai sottintesi.

– Simone gli domandò: «Dove vai?». Cioè: «Perché vuoi rinunciare all’insurrezione armata?». Oppure: «Perché vuoi farti ammazzare come un agnello sacrificale? Che senso ha essere venuti qui a Gerusalemme?». Ovviamente queste parole vanno collegate al v. 33: «Per poco sono ancora con voi. Dove vado io, voi non potete venire», che hanno un chiaro riferimento redazionale alla morte e resurrezione.

– Gesù rispose: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora; ma mi seguirai più tardi». Il che significa, in altre parole: «Il motivo per cui voglio sacrificarmi ora non puoi capirlo, ma lo capirai dopo che sarò risorto».

– Pietro gli disse: «Perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Cioè: «Se hai deciso di sacrificarti, consegnandoti al nemico, lo farò anch’io». In sostanza gli autori hanno trasformato il Cristo da politico a religioso, e Pietro, che viene presentato come un politico, non può capirlo. È infatti da escludere che qui si voglia presentarlo come uno che aveva capito il motivo religioso dell’autoimmolazione del Cristo e che chiedeva d’imitare il suo maestro.

– Gesù gli rispose: «In verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte». Cioè non è questione di viltà, ma proprio del fatto che Pietro, se sapesse sino in fondo il motivo per cui Cristo si lascia giustiziare, non accetterebbe tanto facilmente di seguirlo. Quindi il motivo del rinnegamento è abbastanza evidente: l’avrebbe fatto in quanto «politico», non essendo ancora pronto ad accettare, sino in fondo, la motivazione «religiosa» sottesa al martirio.

Tuttavia c’è qualcosa che non quadra. Pietro qui viene sminuito da una comunità post-pasquale, che ha già accettato la tesi fondamentale dello stesso Pietro, secondo cui la tomba vuota andava interpretata come «resurrezione». Ma allora perché sminuirlo? Perché tacciarlo di pavidità? Qui la risposta non è semplice, ma si fa fatica a trovarne un’altra: il torto di Pietro starebbe nel fatto che volle gestire l’idea di «resurrezione» in maniera regressiva, rinunciando a qualunque lotta armata. Pietro aveva detto che, se Cristo era risorto, bisognava attendere passivamente il suo ritorno, che sicuramente sarebbe stato trionfale.

Qui la critica che i redattori fanno a Pietro non è tanto quella di non aver capito in tempo la natura divina del Cristo, quanto piuttosto quella di aver rinnegato i suoi ideali politici, in quanto avrebbe potuto tranquillamente proseguire il progetto insurrezionale del Cristo, pur non escludendo l’idea di una misteriosa scomparsa del corpo di Gesù dalla tomba. Cioè avrebbe dovuto proseguire ciò che insieme si era deciso e non inventarsi qualcosa di nuovo, che avrebbe mandato tutto all’aria. Questa, infatti, era la posizione di Giovanni, che aveva rifiutato – come risulta dall’Apocalisse – di fare della scoperta della tomba vuota un motivo per rinunciare all’insurrezione. Di qui peraltro la sua improvvisa scomparsa dai racconti degli Atti degli apostoli.

Note

1 Nel IV vangelo Gesù usa un linguaggio più sfumato, ancorché non meno mistico: «Dove vado io, voi non potete venire» (13,33).

2 L’altra stranezza sta nel fatto che Marco sembra parlare di «monte degli ulivi» (v. 26) e di «Getsemani» (v. 32) come di due luoghi diversi.

3 Vengono qui in mente taluni miti pagani, in cui i padri chiedono ai figli di sacrificarsi per il bene dell’umanità, di quell’umanità che gli stessi figli hanno voluto e che i padri hanno concesso malvolentieri, sapendo già in anticipo come sarebbe andata a finire.