La nascita del cristianesimo

Introduzione

Il
cristianesimo ha perso negli ultimi decenni buona parte del suo
ascendente presso le masse oppresse di tutto il mondo. Anche nei
paesi tradizionalmente osservanti esso non riesce a regolare i
comportamenti se non di una piccola porzione di adepti, e una
religione che non governi la morale è irrilevante. Allo stesso tempo
si tratta di una dottrina che nei suoi mille cambiamenti ha saputo
attraversare la storia dell’umanità dall’impero romano a oggi ed
è comunque un faro d’attrazione per milioni e milioni di
proletari.

È
dunque importante analizzarne la nascita e lo sviluppo. In questo
scritto non ci occuperemo delle posizioni attuali delle diverse
confessioni cristiane, né della religione in quanto istituzione.
Tratteremo invece del tema della sua nascita. Su questo argomento non
sono molti i testi validi, ma vi è un’eccezione, il libro di
Kautsky, L’origine del cristianesimo.
Si tratta di un testo eccellente da cui abbiamo attinto diffusamente
per questo breve saggio. La dimostrazione migliore del fatto che
Kautsky avesse ben compreso la natura della situazione della
Palestina dell’epoca sta nel fatto che il libro precede la scoperta
dei manoscritti della setta essena (i manoscritti di Qumran nel Mar
Morto) di decenni, eppure ne incorpora il significato storico.
Kautsky suggerisce addirittura dove cercare i resti della setta
sottolineando come Plinio, nella sua Storia
Naturale,
parlasse del loro monastero
vicino al Mar Morto.

Non
è un tema facile. Infatti, lo sviluppo storico e dottrinario del
cristianesimo può assimilarsi per certi versi allo stalinismo,
essendo l’ideologia di una formazione rivoluzionaria sconfitta
dalla reazione che, nel tempo, venne snaturata, fino a fondersi con
la reazione stessa. La storia del cristianesimo è la storia della
corruzione del suo messaggio originale e poiché i testi originali
sono quasi totalmente andati perduti, non possiamo che cercare di
ricostruirne il senso attraverso quello che abbiamo, ben consapevoli
che la dottrina cristiana giunta fino a noi è in totale
contraddizione con quella originale, come vedremo.

Nell’analizzare
il cristianesimo, occorre partire dal presupposto che sebbene per il
marxismo le ideologie siano il riflesso distorto, fantastico, delle
condizioni in cui l’uomo vive e dunque, nell’epoca moderna, della
lotta di classe, la loro evoluzione ha una dinamica autonoma.
Nell’analisi della religione bisogna tener presente sia le sue
radici materiali, sia il suo sviluppo autonomo. Come nota Donini:

«Nella
coscienza dell’uomo, nessuna ideologia si presenta direttamente
legata ai dati materiali dello sviluppo storico e sociale che la
condizionano; ma resta il fatto che senza un esame accurato, e ben
documentato, di quelle basi obiettive, nessuna ideologia, e tanto
meno quella religiosa, potrebbe trovare una sua spiegazione.»1

Le
idee religiose sono connesse non solo alla società che le produce
direttamente, ma a tutte le epoche attraversate dall’uomo. In
particolare, la nascita dello Stato e delle classi, lo sviluppo del
lavoro schiavile e dell’oppressione nazionale lasciano in ogni
popolo la coscienza della perdita dell’uguaglianza sociale
originaria. Ecco perché ogni civiltà passata per queste fasi
storiche possiede un racconto di un’età dell’oro in cui la terra
era un paradiso.2

Che
siano le famose epoche esiodee, riprese da Virgilio, che sia la
cacciata dall’eden, mito che gli ebrei acquisirono dalle
popolazioni mesopotamiche, ogni popolo conserva il ricordo di una
perdita incolmabile, quella della libertà, dell’uguaglianza.
Ovviamente queste leggende non sanno spiegarsi la radice materiale di
tale perdita e devono ricorrere a cause mistiche, la prima delle
quali è l’ira divina.
Non a caso, al mito del paradiso terrestre si accompagna sempre
quello della distruzione del mondo, riflesso della ripulsa verso il
dominio di classe ormai instaurato.

Sotto
il profilo storico, la parte sconfitta si attribuisce la colpa della
sconfitta stessa, nel rielaborarne culturalmente e ideologicamente le
cause, secondo un processo psicologico di rovesciamento che è
tuttora operante nella mente umana. La razionalizzazione
intellettuale del processo è poi opera di élite culturali alle
quali risulta conveniente addossare la colpa della sconfitta al
popolo o alla classe perdenti, schierandosi dalla parte del
vincitore. Lo fecero gli intellettuali ai tempi di Paolo di Tarso,
come vedremo, lo fanno gli intellettuali «di sinistra» dopo ogni
sconfitta della classe operaia, dalla quale prendono le distanze
accusandola di ogni nefandezza.

Non
solo al fondo di ogni idea religiosa c’è il rimpianto di una
società senza classi, di un’età dell’oro, proiettata in modo
alienato in una vita ultraterrena, ma non appena sorge una setta
religiosa radicale, essa si pone per così dire in contatto con le
origini storiche dell’umanità, il comunismo
primitivo
. La comunione dei beni,
l’uguaglianza sociale e spesso di genere, la democrazia
assembleare, sono tratti comuni di questi movimenti religiosi, dai
tempi dell’impero romano fino alle eresie cristiane del Medioevo e,
per certi versi, fino ad alcune delle sette cristiane che
colonizzarono il Nord America.

In
questo contesto, dove la leggenda dell’eden è come il rumore di
fondo che pervade ogni cultura storica, si pone il messaggio del
cristianesimo, un messaggio che attraversa diverse fasi storiche e
diverse intonazioni ideologiche.

La
religione cristiana, in quanto frutto di un movimento rivoluzionario
sconfitto, ha due componenti ineliminabili: i) una condanna morale
dell’oppressione sociale, con una descrizione più o meno incisiva
della realtà dello sfruttamento; ii) una politica di rassegnazione,
di spostamento della lotta per la felicità e la giustizia in una
dimensione extra-storica. Come osserva Marx in
Per la critica della filosofia del diritto di Hegel
:
«la miseria religiosa esprime la miseria reale quanto la protesta
contro questa miseria reale». Essa affonda le sue radici nella
storia del popolo ebraico.

La
Palestina prima di Cristo

Le
tribù semitiche che hanno composto Israele vivevano circondate da
potenti società asiatiche cui sono sempre state sottomesse. Da
questi ingombranti vicini hanno ripreso il quadro concettuale delle
proprie leggende nazionali (non a caso Abramo è Caldeo, Mosè è
egiziano, così come i miti della Genesi
vengono dalla Mesopotamia, il monoteismo viene dall’Egitto e così
via).

In
una situazione di disperante subordinazione, la cultura ebraica si
viene forgiando come una cultura chiusa, in cui giocano un ruolo
centrale il riscatto nazionale e l’unità di fronte all’oppressore.
Sebbene la nascita dello Stato porti a una violenta guerra civile,
descritta con crudezza nell’Esodo,
questo conflitto sociale perde presto il suo significato di fronte
alle nuove invasioni della Palestina.

Come
di fronte alle precedenti invasioni o deportazioni, si sviluppano
correnti messianiche che legano la possibilità di riscatto nazionale
alla venuta di un salvatore attorno cui tutto il popolo ebraico si
sarebbe raccolto in battaglia. Queste dottrine escatologiche si
strutturavano in formazioni combattenti che si scontravano con gli
eserciti invasori seguendo le indicazioni di un leader, di solito
capo religioso e profeta. Così, già molto prima dell’arrivo dei
romani, gli ebrei avevano prodotto sette messianico-guerrigliere.

Verso
la fine del regno dei Seleucidi (nel II secolo a.C.), di cui Israele
era vassallo, si sviluppò una setta messianico-guerrigliera (gli
Assidei) il cui testo sacro (il libro del profeta Daniele, scritto
attorno al 165 a.C.) profetizzava la venuta del Messia e incitava
alla lotta per la liberazione di Israele. Le condizioni di
oppressione e il fatto che questo movimento fosse legato alle fasce
più povere del popolo ebraico conferivano un carattere democratico e
rivoluzionario alle loro credenze come si evince dal loro libro
sacro. La setta incontrò un successo crescente finché, guidata da
Giuda Maccabeo, fu in grado di affrontare in campo aperto le truppe
siriane, sconfiggerle e liberare Gerusalemme e tutta la Giudea, ma la
libertà si dimostrò di breve durata. Ben presto giunse un nemico
assai più temibile: Roma.

Le
lotte che insanguinavano la Palestina produssero una differenziazione
politica nella società ebraica. Giuseppe Flavio ci descrive bene
questo processo parlando di tre correnti in cui si divideva all’epoca
il popolo ebraico: farisei, sadducei ed esseni, a cui, come vedremo,
si aggiunsero poi gli zeloti.

I
sadducei rappresentavano la nobiltà terriera e clericale. I farisei
rappresentavano il «terzo stato», ovvero il popolo non ancora
distinto nella sua struttura sociale e ideologica. In tempi normali,
i sadducei dirigevano la società e i farisei costituivano la
naturale opposizione popolare al potere. Ma di tempi normali in quei
secoli ce ne furono pochi.

Gli
esseni nacquero come setta separata attorno al 150 a.C. e
proseguirono il loro insegnamento fino alla distruzione di
Gerusalemme nel 70 d.C. Dopo, non se ne seppe più nulla, segno che i
monaci avevano lasciato il posto ai guerrieri. La comunità essena
era un elemento di completa rottura nell’atmosfera di continui e
sanguinosi conflitti che agitavano la Palestina dell’epoca. La loro
ideologia di rifiuto dell’oppressione ma anche della battaglia
aperta può considerarsi come un riflesso delle sconfitte subite dai
movimenti anti-romani. Di fronte all’oppressione dei legionari, gli
esseni si ritirarono dalle città e crearono una o più comunità con
tratti che ricordano il villaggio rurale tipico del modo di
produzione asiatico, basato su una struttura sociale gentilizia.

Le
testimonianze che abbiamo sulla loro vita sono di un rigoroso
comunismo basato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e di
consumo. Filone racconta che non solo il cibo ma anche i vestiti
erano in comune e usa un’espressione felicissima «quello che uno
possiede tutti lo considerano loro, quello che tutti possiedono
ognuno lo considera proprio». Gli esseni rifiutavano la schiavitù e
vivevano della terra e di artigianato. Gli era vietata la produzione
di oggetti di lusso e di armi, così come il commercio.

Filone
ci descrive la loro comunità in questi termini.

«Prima
di tutto non v’è alcuna casa che sia di proprietà di una persona:
ogni casa è di tutti. Giacché oltre al fatto che abitano insieme in
confraternite, la loro casa è aperta a tutti i visitatori, da
qualsiasi parte giungano, che condividono le loro convinzioni. In
secondo luogo, hanno un’unica cassa per tutti e le spese sono
comuni: in comune sono i vestiti, in comune è preso il vitto, avendo
essi adottato l’uso dei pasti in comune. Una maggiore realizzazione
dello stesso tetto, dello stesso genere di vita e della stessa mensa
invano la si cercherebbe altrove. Giacché tutto ciò che ricevono
come salario giornaliero del lavoro non lo conservano in proprio, ma
lo depongono nel fondo comune, affinché sia impiegato a beneficio di
tutti quanti desiderano servirsene. Non sono trascurati i malati per
il fatto che non possono produrre nulla. Infatti, quanto occorre per
curarli è a loro disposizione grazie ai fondi comuni e non temono di
fare larghe spese attingendo a ricchezze sicure. I vecchi sono
circondati di rispetto e cure come genitori assistiti nella loro
vecchiaia da veri figli con larghezza generosa, aiutandoli con
innumerevoli mani e circondandoli di premurosa attenzione…»3.

Questa
descrizione può essere paragonata solo a una società socialista
realizzata, e lega idealmente il passato dell’uomo, nel comunismo
tribale, al suo futuro, basato sul socialismo scientifico.
Ovviamente,
mancando il livello di sviluppo economico e sociale sufficiente, il
comunismo esseno presentava diversi punti deboli e, in ultima
analisi, non superava le comunità rurali di stampo asiatico. Allo
stesso modo, faceva parte dell’ideologia essena l’odio per la
famiglia patriarcale e per il matrimonio, visti come pratiche
corrompitrici dell’ordine gentilizio. Ritroviamo in parte questa
avversione anche nei Vangeli,
come quando Gesù spiega «chi ama suo padre e sua madre più di me
non è degno di me»4.

Le
masse oppresse della Palestina non trovavano risposte ai loro
problemi nella passività dei notabili farisei e il processo di
concentrazione fondiaria andava nel senso di aumentare l’inurbazione
dei contadini poveri a cui l’appello esseno di ritirarsi in
montagna doveva suonare quanto meno inefficace.

Il
processo di differenziazione ideologica tra gli ebrei andò avanti
soprattutto in Galilea, dove i contadini poveri cominciarono ad
appoggiare idee sempre più radicali. Il centro del conflitto
risiedeva nel rifiuto di pagare le tasse e i debiti, strumenti di
concentrazione della ricchezza nelle mani dei proprietari terrieri.
Molti contadini rovinati dai grandi proprietari, piuttosto che finire
schiavi per debiti si davano al banditismo e alla guerriglia. Aiutava
anche la vicinanza del deserto, tradizionale luogo di rifugio dei
ribelli anche per la presenza di tribù beduine ostili a ogni potere
urbano.

Da
questo processo turbolento nacque una corrente organizzata, quella
degli zeloti, che cominciò un’opera di propaganda e di azioni di
guerriglia contro i re vassalli dei romani. La
storia di questo gruppo inizia con un certo Giuda, figlio
di Ezechiele, capo guerrigliero fatto uccidere nel 47 a.C. quale
bandito.
Egli era un intransigente difensore della ortodossia religiosa
ebraica che non tollerava la presenza dei dominatori romani e nemmeno
l’atteggiamento di connivenza opportunistica con gli stranieri,
mostrato da alcune componenti della società giudaica. Ovviamente,
Giuda si era proclamato re dei giudei e veniva considerato un messia
dai suoi seguaci. Sebbene la setta fosse originaria di Gamala, nel
Golan, i suoi seguaci venivano definiti i «galilei», in quanto il
loro teatro di operazioni era appunto la Galilea. Oggi sappiamo che i
termini romani galilaei,
latrones,
sicarii,
sono sinonimi dei termini greci zelotes,
lestes,
e dei termini ebraici qannaim,
barjonim,
tutti riferiti ai rivoluzionari messianisti.

Nei
decenni precedenti alla tradizionale data di nascita di Gesù, gli
zeloti erano penetrati in città e vi avevano riscosso un certo
successo, tanto da tentare una rivolta contro Erode, repressa nel
sangue nel 4 a.C.
Alla
morte di Erode la rivolta scoppia di nuovo e la repressione è ancora
più brutale. Alla fine i romani ritennero che il loro alleato
Archelao, figlio di Erode, non fosse più in grado di controllare la
situazione e decisero di intervenire direttamente.

La
brutalità dell’oppressione romana suscitò la reazione del popolo
di Gerusalemme. La nuova insurrezione ebbe una tale forza da tenere
in scacco prima e in ostaggio dopo la guarnigione romana. Mentre i
legionari vivevano assediati in Gerusalemme, buona parte delle truppe
locali erano passate con i rivoltosi. La Galilea era fuori controllo
e i ribelli vi stavano formando un esercito. Sebbene le legioni
romane ebbero ragione della rivolta con enormi difficoltà, quel che
accadde dopo è facilmente prevedibile: migliaia di ebrei crocifissi,
saccheggi, devastazioni, interi villaggi venduti come schiavi.

Tutto
questo successe attorno all’anno 0 dell’era cristiana. Da allora,
con alti e bassi la rivolta non cessò mai fino alla presa di
Gerusalemme nel 70 d.C.
Sempre appartenente a questa setta era Eleazar ben Jair (il «Lazzaro»
dei Vangeli)
capo della fortezza di Masada, che resistette tre anni all’assedio
dei romani prima di decidere per il suicidio di massa, preferito alla
resa, nel 73 d.C.. L’ultimo atto della setta si ebbe fra il 132 e
il 135 d.C., quando i suoi ultimi militanti, sotto la guida di Simon
bar Kokba, utilizzarono il sito di Qumran come base da cui compiere
azioni di guerriglia, prima di essere definitivamente sconfitti dalle
legioni.

La
differenziazione ideologica della società ebraica si era prodotta
anche per la classica strategia romana di integrazione delle élite
locali all’interno della struttura dominante, sicché il Sinedrio e
i capi sia sadducei che farisei erano ormai ostili a ogni forma di
rivolta contro l’oppressore, e non vi partecipavano, lasciando agli
elementi più poveri e radicali la conduzione della lotta
anti-romana.

La
nascita della o delle sette messianiche da cui si originò il
cristianesimo è frutto di questo ambiente. In base alle fonti
storiche è difficile sapere con certezza come andarono le cose. Può
darsi che una parte della setta essena decise di iniziare a radicarsi
nelle città, come potrebbe far pensare la predicazione di Giovanni
Battista, proveniente chiaramente da un ambiente esseno. Alcuni
indizi portano a ritenere che la comune militanza anti-romana fece
nascere la necessità di un movimento che combinasse la combattività
degli zeloti e la dottrina rigorosa degli esseni.

Infatti,
i tratti ideologici fondamentali delle comunità messianiche tra cui
quella apostolica sono di provenienza essena, come i riti di
purificazione e la rigorosa assenza di benestanti. D’altra parte,
chiunque entrasse nella setta metteva in comune tutti i suoi beni e
questo dissuadeva i ricchi dal mischiarsi a questa gente. Riflessi di
questo atteggiamento lo vediamo nel famoso Discorso
della Montagna
in cui Gesù dice
chiaramente che i ricchi soffriranno nella nuova vita in quanto
ricchi, non per le loro azioni nella vita precedente. In sintesi il
movimento messianico non rimproverava ai ricchi i loro peccati ma
semplicemente la loro ricchezza.

Allo
stesso tempo, troviamo indizi di «comportamenti zeloti» tra gli
apostoli. Ad esempio, il responsabile dell’organizzazione
apostolica, Simone, soprannominato significativamente «Cefa»
(ovvero «roccia», «pietra» da cui il nome tradizionale «Pietro»),
ha delle usanze chiaramente guerriere, come vediamo quando i romani
vengono ad arrestarli e lui reagisce con la spada. Altri apostoli
hanno nomi legati al movimento zelota (nel Vangelo
di Luca
, l’altro Simone è definito
lo zelota). Dall’ideologia nazionalista zelota, questa setta
riprendeva l’idea che il futuro messia sarebbe anche stato il capo
del futuro Stato libero d’Israele, appunto il «re dei giudei»,
come nella tradizione i romani avrebbero scritto sulla croce di Gesù
per prendersi gioco dell’ennesimo ribelle agonizzante.

Nonostante
la manipolazione, i Vangeli
descrivono ogni tanto la preparazione di azioni militari. Non solo
Simon Pietro gira armato ma lo stesso Gesù, poco prima di essere
arrestato, invita i suoi seguaci ad armarsi: «Quando
vi ho mandato senza borsa, né bisaccia né sandali, vi è forse
mancato qualcosa? Risposero: – Nulla. Ed egli soggiunse: – Ma ora chi
ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda
il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me
questa parola della scrittura: E
fu annoverato fra i malfattori.

Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine. Ed essi
dissero: – Signore, ecco qui due spade»
(Luca,
XXII, 35-38).

Non
solo questa setta era pronta a prendere le armi contro Roma, ma
faceva rispettare la disciplina tra i suoi seguaci in maniera
spietata. Negli Atti
degli apostoli

Pietro in persona effettua l’esecuzione sommaria di due seguaci che
hanno trasgredito alle rigide regole della setta messianica circa la
proprietà collettiva: «Un
uomo di nome Ananìa con la moglie Saffìra vendette un suo podere e,
tenuta per sé una parte dell’importo, d’accordo con la moglie,
consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma
Pietro gli disse: – Ananìa, perché mai Satana si è così
impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti
sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non
era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre
a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?
Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio. All’udire queste parole,
Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli
che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un
lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che,
circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara
dell’accaduto. Pietro le chiese: – Dimmi: avete venduto il campo a
tal prezzo? Ed essa: – Sì, a tanto. Allora Pietro le disse: – Perché
vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla
porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno
via anche te. D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò.
Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la
seppellirono accanto a suo marito»
(Atti
degli apostoli
,
V, 1-10).

Questo
movimento insurrezionale, chiaramente urbano, raccoglieva le parti
più
povere della popolazione, e guardava ai ricchi come alleati dei
romani. Tuttavia, l’oppressione nazionale e la crisi della società
ebraica condussero il messaggio della setta ad estendersi oltre e
molti farisei dovevano guardare alla loro attività con attenzione,
come si evince dall’interesse, seppure ostile, che nei Vangeli
essi dimostrano sempre per l’insegnamento di Gesù. Mentre
i sadducei erano irrimediabilmente filo-romani, il rapporto tra
farisei e cristiani delle origini è più complesso, e si può
paragonare a quello tra girondini e giacobini durante la rivoluzione
francese. Ogni movimento rivoluzionario attira a sé elementi del
vecchio regime. Così,
negli Atti
degli apostoli

troviamo testimonianza di un sinedrita che si schiera a difesa di
Pietro e di altri apostoli che erano stati arrestati: «Si alzò
allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della
legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per
un momento gli accusati, disse: Uomini di Israele, badate bene a ciò
che state per fare contro questi uomini. Ecco ciò che vi dico: non
occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa
teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma
se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di
trovarvi a combattere contro Dio» (Atti
degli apostoli
,
V, 34-39). Come del resto aveva fatto l’altro sinedrita Giuseppe di
Arimatea con Gesù. Tuttavia, il Sinedrio come istituzione fece causa
comune con i romani contro l’insurrezione.

Nel
complesso è dunque probabile che i Vangeli
originariamente raccontassero la storia di questa alleanza tra la
setta guerriera zelota e quella filosofica essena e del loro
tentativo di sollevare il popolo ebreo contro il dominio romano.
D’altronde, la
storia di quel periodo è piena di sollevazioni anti-romane – basate
su un’ideologia di nazionalismo religioso – che finivano
invariabilmente in una disfatta. La più grave di queste sconfitte
avvenne nel periodo 66-73 d.C., quando i romani condussero una guerra
di sterminio contro gli ebrei, che finì con la presa di Gerusalemme,
l’uccisione o la riduzione in schiavitù dei suoi abitanti, la
presa della fortezza di Masada e la diaspora degli ebrei, che vennero
dispersi nei territori imperiali. I superstiti di quel movimento
misero per iscritto la loro storia e le loro credenze, ma di queste
opere conserviamo scarsissime tracce. Il cristianesimo giunto a noi
non è infatti quello dell’insurrezione, ma quello dell’epoca
successiva, di reazione politica ed ideologica.

La
riscrittura del messaggio evangelico

Molti
esegeti cristiani si ostinano a sottolineare la contemporaneità
degli evangelisti ai racconti che parlano della vita di Gesù (il cui
stesso nome ha significativamente un connotato messianico «Dio
salva»). Si scordano sempre di dire che non possiamo leggere le
«edizioni originali» di questi autori, ma solo le copie giunte fino
a noi dopo decine di secoli di ricopiature da parte di amanuensi
cristiani. Quanto più la fonte cristiana è antica, tanto più è
povera in essa la biografia terrena di Cristo. La censura operata
dalla chiesa ha colpito ovunque e le interpolazioni sono frequenti.
La censura ha operato nel senso che la chiesa cristiana ha eliminato
testimonianze non in linea con il mito che si andava creando attorno
alle origini del cristianesimo.5
Le falsificazioni furono opera dei monaci, i quali, in relazione alle
testimonianze pagane sul Cristo, hanno praticamente «riscritto la
storia», soprattutto per togliere alle eresie sorte in ambito
cristiano le basi dottrinali per opporsi alla nuova religione di
Stato.

Ad
ogni modo, pur tenendo a mente questo problema, non abbiamo alcuna
prova storica di una singola persona chiamata Gesù, leader
spirituale di una setta ebrea. Questa critica alla letteralità dei
Vangeli
fu fatta per la prima volta dalla sinistra hegeliana e
particolarmente da Bauer, che formulò la famosa tesi della
non-storicità del Cristo e del cristianesimo come prodotto derivato
della cultura ellenistica, anche se questa semplice constatazione era
già stata fatta alla fine del Settecento da Gibbon, nel Declino
e crollo dell’impero
romano.6

Engels
accettò la tesi di Bauer, ribadendo la non storicità del racconto
evangelico. Kautsky, anche su suggerimento di Engels, approfondì la
materia nel libro che abbiamo citato e giunse a una conclusione
leggermente diversa. Le falsificazioni presenti nei Vangeli
ci inducono a pensare all’esistenza di un movimento religioso di
carattere rivoluzionario, la cui storia è stata rivista più e più
volte per mascherarne il reale contenuto politico. Ovviamente, da ciò
non è possibile concludere se questo movimento sia stato guidato da
una persona chiamata Gesù, né è decisivo.

Dai racconti su quell’epoca abbiamo diverse testimonianze di «cristi» (termine greco che traduce l’ebraico «messia», ovvero l’unto, l’eletto, il salvatore, definizione tradizionale di ogni re di Israele) che, messisi a capo di una rivolta, sono finiti uccisi dalle spade romane. Così scrive Svetonio, riferendosi ad un fatto che risale al 49 d.C.: «egli [l’imperatore Claudio] scacciò da Roma i giudei che, istigati da Cristo, erano continuamente in lotta»7. E Tacito, riferendosi all’epoca neroniana: «furono puniti i cristiani, un gruppo di persone dedite ad una superstizione nuova e malefica. Quel nome essi derivarono da Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Quella funesta superstizione, soffocata per breve tempo, riprendeva ora vigore diffondendosi non solo in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le atrocità e le vergogne, trovandovi grande seguito».8

A
ciò si aggiunga che per una setta religiosa la narrazione delle
proprie gesta non è un documento storico ma dottrinario. Sarebbe
irrazionale ricercare nei testi religiosi un coerente filo storico.
Non sono pensati ab origine per
questo. Nessuno si chiede in quale secolo si svolgano le battaglie
tra gli dèi descritte da Esiodo o spera di trovare tracce di Zeus in
cima all’Olimpo; allo stesso modo non ha senso domandare agli
evangelisti precisione e coerenza. O meglio, non avrebbe senso
domandarla a chi ha scritto i testi evangelici originali, che non
abbiamo. Da quelli, attraverso una serie di revisioni ideologiche e
culturali, è emerso il Nuovo Testamento
come lo conosciamo in epoca storica.

La
rottura storica decisiva, nell’evoluzione del cristianesimo,
avvenne tra Shaul, l’intellettuale noto come San Paolo, e i
dirigenti scampati al massacro del movimento apostolico. Negli Atti
degli apostoli

questa lotta è ben delineata.9
La fazione di Shaul sta ormai prevalendo e i vecchi dirigenti, molti
dei quali probabilmente parenti del fondatore della setta, tra essi
Giacomo, secondo la tradizione «fratello
di Gesù»,
sono catturati e uccisi dai romani.

Paolo
compie una revisione profonda dell’idea originaria. La base storica
della revisione è ovvia: lo scontro frontale con i romani aveva
condotto gli ebrei alla rovina. Ma per mettersi dalla parte del più
forte occorreva rinunciare al nazionalismo e all’odio verso la
superiore cultura ellenica. Al contrario era decisivo abbracciarla.
Questo veniva favorito dalla convergenza tra la sorte toccata alla
Palestina e il più generale sviluppo della società schiavile. Nella
sua fase finale, la repubblica romana combatté contro continue
rivolte di schiavi, alcune delle quali prolungate nel tempo e in
grado di occupare intere regioni dell’Italia e di altri paesi.
Queste rivolte, proprio come quella degli ebrei, finirono in uno
spaventoso bagno di sangue, il più famoso dei quali, in seguito alla
rivolta di Spartaco, vide una fila ininterrotta di ribelli crocifissi
che si estendeva per buona parte del meridione d’Italia. Le
condizioni degli schiavi peggiorarono sotto l’impero, la loro
liberazione divenne più rara. Questa sconfitta storica della classe
oppressa diede impulso a una serie di culti misterici, in cui la
perduta liberazione materiale veniva compensata, in modo alienato,
nella vita ultraterrena.

Tutte
le leggende mediterranee che si prestavano a questi culti si
diffusero a macchia d’olio nella popolazione.
In Israele esse si fusero con le dottrine nazionalistico-religiose
preesistenti. Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non
avrebbe potuto essere un ebreo
palestinese,
nato e cresciuto nell’atmosfera di lotta antiromana, doveva
necessariamente essere un ebreo della diaspora,
un
civis
romanus
,
benestante, con un orizzonte culturale che lo collocasse a cavallo
fra l’universo ebraico e quello ellenistico. Esattamente come il
fariseo tarsiota Shaul.
Fu così che alcune idee profetiche del nazionalismo ebraico fecero
da culla per l’ideologia di riscatto prima e di sublimazione poi
della classe schiavile di tutto l’impero.

Ovviamente,
le tesi di Paolo si prestavano politicamente ad un compromesso
politico con il potere romano, mentre le tradizioni ebraiche lo
escludevano. Così sin dalla predicazione di Paolo, la storia
originale della setta viene riscritta in senso escatologico. Nel
tempo, le interpretazioni dissonanti vennero cassate; ecco perché la
stragrande maggioranza delle lettere neotestamentarie conservate sono
quelle di Paolo o della sua corrente.

Ideologicamente,
la dottrina paolina prevede una totale accettazione dello status
quo
, giustificata da una concezione
pessimista circa l’uomo. Riprendendo alcune dottrine orfiche circa
la naturale inclinazione al male dell’uomo, Paolo propose una
versione del mito del peccato originale come dimostrazione che ogni
azione dell’uomo è condannata alla sconfitta e che l’unica
speranza di liberazione e di felicità appartiene ad un altro mondo.
Questa sistemazione ideologica (contenuta con particolare chiarezza
nella Lettera ai Romani),
non è che un riflesso del reale stato di cose presenti all’epoca:
chi aveva tentato di realizzare la liberazione e la felicità in
Palestina era stato fatto a pezzi.

Quando
guardiamo al testo evangelico dobbiamo tenere in considerazione tutti
questi aspetti. Non solo i Vangeli sono una fusione di diverse
correnti culturali e ideologiche, tra cui il profetismo e il
messianismo ebraico, i culti messianici di varia origine, le diverse
filosofie diffuse all’epoca nell’impero romano (in primo luogo,
il neoplatonismo e lo stoicismo); ma questa fusione si realizzò in
un contesto di reazione politica e ideologica, in cui gli obiettivi
di liberazione concreta delle masse oppresse erano stati duramente
sconfitti.

Per
questo, non deve sorprendere se nei Vangeli
troviamo che non vi è una sola caratteristica della vita di Gesù
che non sia stata ripresa da altre tradizioni. Allo stesso tempo non
deve stupire il fatto di trovare palesi contraddizioni tra questi
racconti e la tradizione ebraica o addirittura alcuni aspetti
anti-ebraici, come la famosa invocazione del Vangelo
di Matteo
.10
Al contrario, si trattava di un passo necessario da parte di chi
cercava di marcare nettamente le distanze con i movimenti
rivoluzionari che avevano condotto Israele alla disfatta.

Le
frequenti contraddizioni
nel racconto evangelico derivano proprio dall’opera d’innesto di
elementi extra-giudaici nella struttura originaria. Si pensi al fatto
che Gesù, con alcune esplicite e inequivocabili esortazioni, invita
a non propagare il suo insegnamento presso i gentili, e dichiara che
la sua funzione è strettamente riservata ai figli di Israele; mentre
altrove invita a porgere il suo insegnamento a tutti gli uomini.

In
secondo luogo, possiamo ricordare i numerosi inviti di Gesù alla
pace, alla non violenza e al perdono incondizionato, contraddetti in
altra sede da invettive rabbiose, minacce violente, ultime
sopravvivenza dell’originale posizione del movimento.11
Quando si discute della «storicità» dei Vangeli
occorre sempre ricordare che i quattro Vangeli
canonici sono stati scritti in lingua greca, da persone che non hanno
assistito ai fatti narrati, da gentili, o comunque conoscitori
approssimativi delle usanze ebraiche, e, soprattutto, per un pubblico
non ebreo. Questi aspetti sono testimoniati dalle innumerevoli e
grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o all’interno
della medesima narrazione, il che mostra come l’autore, ogni tanto,
avesse solo una vaga conoscenza dei fatti e delle circostanze su cui
stava scrivendo.

Peraltro,
queste contraddizioni non sono casuali. Lo scopo della revisione è
sempre lo stesso: «spoliticizzare» la storia, modificando fatti e
personaggi in modo da eliminare dai protagonisti ogni caratteristica
che possa farli riconoscere come individui coinvolti nella lotta
rivoluzionaria anti-romana e in quello che doveva essere il nucleo
della narrazione originale:
la preparazione di un’insurrezione che venne tradita. Lo
possiamo notare nelle interpretazioni scorrette che sono state
fornite a certi attributi associati ai personaggi; per esempio
«cananaios»
inteso come cananeo, quando invece deriva dall’ebraico «qan’ana»
che significa zelota, patriota; oppure «bar Jona»,
proditoriamente sdoppiato in due parole, per farlo significare
«figlio
di Giona»,
mentre i manoscritti originali recitano «barjona»
che è un altro termine ebraico che indica gli zeloti. O per fare un
ultimo esempio, Giuda il traditore, che è definito «iscariota»,
a cui viene attribuito un significato geografico per stornare
l’attenzione dal suo vero significato, «sicario»,
termine con cui i romani usavano indicare gli zeloti.

Quanto
ai fatti, da
quello che deduciamo dagli storici e dai testi sacri, l’insurrezione
venne preparata dall’opera di propaganda della setta che culminò
nell’attacco al tempio da cui vennero cacciati i cambiavalute e i
mercanti. Questo episodio deve aver avuto un enorme impatto e attesta
la notevole popolarità di Gesù (nessuno infatti intervenne per
ostacolarlo: né la polizia giudaica né le truppe romane), nonché
la definitiva rottura di quella corrente con i farisei.

Al
momento decisivo il gruppo si radunò sul monte degli Ulivi, il
miglior posto da cui tentare una sortita su Gerusalemme. Ma prima che
potessero lanciare l’assalto, l’insurrezione venne scoperta per
un tradimento e finì come sappiamo. È difficile stabilire se il
piano prevedesse un’insurrezione preparata apertamente o un colpo
di mano. La contraddizione sta nel fatto che i Vangeli
ci parlano di Gesù come persona nota a tutti in Gerusalemme,
tuttavia Giuda deve baciarlo per farlo riconoscere.

È
dunque probabile che l’azione fosse stata tenuta segreta, ma con
poco successo. La sconfitta dell’insurrezione deve aver lasciato
una tale scia di sangue, dolore e risentimento che tutti gli
stravolgimenti operati sui Vangeli
non hanno potuto eliminarla. Dal canto loro, i romani non devono
averla presa sotto gamba, se risponde al vero la circostanza
riportata dai testi che l’intera coorte stanziata a Gerusalemme
venne adoperata per reprimere la rivolta.

Allo
stesso tempo, il racconto si è arricchito di contraddizioni, come
quando ci narra di Pietro che dopo aver aggredito, spada in mano, una
guardia, si siede a parlare tranquillamente con i sacerdoti. Possiamo
immaginare quest’uomo, capo dell’organizzazione militare della
setta, soprannominato la «roccia» per i suoi modi, che quando
vengono ad arrestare il leader principale del movimento, pur di
fronte a centinaia di soldati romani, risponde difendendolo con la
spada, salvo poi farsi due chiacchiere con i suoi aguzzini.
D’altra parte, secondo la chiesa, questa stessa persona avrebbe
terminato i suoi giorni a Roma sotto l’autorità imperiale…

Queste
contraddizioni vanno contro la logica e la storia. Persino gli
esseni, pacifici e passivi alle origini, furono travolti dall’impeto
della ribellione, tanto che troviamo esseni tra i generali che
combatterono l’ultima disperata battaglia contro i romani. Laddove
il rovesciamento della realtà storica dovette essere massima fu nel
rapporto tra le masse di Gerusalemme e i romani.

I
Vangeli
ci raccontano di questo stravagante funzionario romano, Pilato, che
di fronte all’isteria degli ebrei si stufa e si disinteressa della
faccenda lavandosi proverbialmente le mani, mentre gli ebrei
reclamano a gran voce che Gesù venga crocifisso. Innanzitutto,
l’idea che uno come Pilato faccia decidere al popolo chi condannare
a morte è ridicola, così come l’idea che per una festività
ebraica il legato romano avrebbe liberato un ribelle.12
In secondo luogo Pilato viene descritto come un brav’uomo, appena
irritato dall’insistente ferocia ebraica. In realtà, Pilato fu uno
dei più brutali comandanti romani. Era eccessivamente duro persino
per il metro dell’impero, tanto che nel 36 d.C. venne richiamato a
Roma. In una lettera a Filone, Agrippa lo definisce «inflessibile e
spietato» e ricorda le sue usanze di saccheggio, esecuzioni
sommarie, brutalità di ogni sorta.

Questo
personaggio sarebbe improvvisamente diventato un tale esempio di
democrazia da chiedere al popolo sottomesso di salvare la vita a
Gesù. Infine, che dire del comportamento della folla che partecipa
alla discussione, che secondo i Vangeli
aveva accolto pochi giorni prima Gesù tra gli osanna, come un re, e
che ne chiede l’uccisione all’unanimità? Gesù doveva essere
popolare, se si decise di arrestarlo nel cuore della notte anziché
di giorno. Eppure la folla lo vorrebbe far giustiziare per gli stessi
motivi per cui ne aveva decretato il successo. Infine, attribuire la
colpa al Sinedrio è davvero ipocrita, considerando che il sommo
sacerdote veniva nominato dalle autorità romane, per cui le
decisioni del Sinedrio erano solo un riflesso della volontà
dell’occupante.13

Ovviamente
c’è qualcosa che non quadra. Possiamo facilmente immaginare come
Pilato trattasse i messia, ovvero i leader delle rivolte, quando
cadevano nelle sue mani e forse venivano anche mostrati alla folla,
ma certo non per far scegliere a questa chi liberare, quanto per far
capire quali conseguenze comportava ribellarsi a Roma.

Ingredienti
della riscrittura

Tra
i superstiti della setta degli apostoli, chiamata con vari nomi:
ebioniti, nazorei (o nazareni), cominciò un processo di
differenziazione che condusse al prevalere della corrente guidata da
Paolo, che operò una revisione complessiva delle tradizioni
messianiche attingendo a diverse fonti intellettuali. Per comprendere
il risultato di questa sintesi occorre partire dalla situazione
storica dell’epoca.

Quando
nel 70 d.C. la Palestina fu rasa al suolo dalle truppe imperiali,
qualunque fede nella possibilità di sconfiggere Roma si tramutò in
disperazione. Per gli schiavi di tutto l’impero la presa di
Gerusalemme fu il segnale della controrivoluzione trionfante.
Infatti, le masse oppresse della Palestina erano state per decenni
alla testa della ribellione contro Roma. Il loro annientamento segnò
la fine delle speranze per tutti gli schiavi e i proletari
dell’impero romano. Ogni ribellione divenne ad un tratto inutile,
controproducente e la religione riflesse questo mutamento.

Il
periodo di reazione sociale e politica prese ideologicamente la forma
di un nuovo tipo di religione messianica. Lo vediamo già nella
Apocalisse
di Giovanni scritta poco dopo quegli eventi da un personaggio che
aveva senza dubbio partecipato alla rivolta e che probabilmente aveva
visto il sacco di Gerusalemme. Qui si riversa la rabbia, l’amarezza,
la vera e propria follia disperata che attanaglia le comunità
ebraiche in esilio in un insieme di racconti confusi, onirici, in
cui, con una complessa simbologia, si scagliano anatemi contro Roma
(e non contro il «diavolo», come poi deciderà la chiesa). È in
questo ambiente che il messaggio originale zelota-essenico, connesso
al profetismo tradizionale ebraico, viene fuso con le correnti
soteriologiche orientali e le filosofie dell’impero.

a)
il messianismo ebraico

Gli
ebrei svilupparono una dottrina monoteista a contatto con gli Stati
asiatici. In generale le religioni monoteistiche furono una creazione
delle popolazioni nomadi, come gli ebrei e poi gli arabi, nei loro
contatti con una superiore civiltà urbana in cui l’unico padrone
del cielo era un riflesso del dominio acquisito da un unico padrone
in terra.

Tuttavia
per gli ebrei il monoteismo asiatico acquisì subito un ruolo
differente. Il dio «geloso» del Vecchio
Testamento
è un dio spietato che
protegge, dovrebbe proteggere, il suo «popolo eletto» dalle
angherie dei vicini. Di fronte all’oppressione, la cultura ebraica
sviluppò il profetismo messianico che si basava sulla condanna dei
popoli che opprimevano Israele, ma anche su una certa denuncia
sociale della ricchezza e del lusso visti come qualcosa di estraneo
al popolo ebraico, quasi un segno di connivenza con gli oppressori.

Per
esempio, al profeta più noto, Isaia, sono attribuite queste
riflessioni: «asserviranno così chi li aveva asserviti, domineranno
i loro oppressori», che è poi quello che effettivamente accadeva
quando gli schiavi liberavano un territorio. E in una delle
definizioni più incisive di plusvalore: «gli stranieri non berranno
mai più il vino / per il quale tu hai faticato / bensì coloro che
avranno raccolto il grano / lo mangeranno e inneggeranno a Jhwh». E
ancora: «guai a coloro che emettono decreti iniqui / che si
affrettano a scrivere sentenze malvagie / per negare la giustizia ai
miseri / e per derubare del diritto i poveri del mio popolo». Nel
Salmo 9 del Vecchio Testamento
si può leggere analogamente: «non per sempre sarà obliato il
povero né la speranza dei miseri sarà delusa in perpetuo».

Questi
profeti predicavano la venuta di un messia dall’inaudita potenza,
le cui origini divine potevano portare alla liberazione nazionale. In
mancanza di meglio, anche il re persiano Ciro, in quanto pose fine
alla cattività babilonese, venne identificato quale messia.

Quando
Roma occupò la Palestina, i testi profetici cominciarono a inveire
anche contro di essa, come vediamo in un passo dei libri sibillini
ebraici: «e la terra sarà comune a tutti e non ci saranno più né
mura né frontiere, né poveri né ricchi, né tiranni né schiavi,
né grandi né piccoli, né re né signori ma tutti saranno
uguali…Quante ricchezze Roma ha ricevuto dall’Asia, tre volte
tanto l’Asia ne riceverà da Roma, facendole pagare il fio dei
soprusi sofferti»14.

Ai
tempi di cui ci narrano i Vangeli,
la Palestina non mancava di messia. Celso, ad esempio, ci racconta di
quanti profeti si dichiaravano «figli di dio». Ovviamente, il
messia doveva sempre provenire dalla stirpe più nobile del popolo
ebraico, ovvero essere discendente del re Davide in persona. Questo
si riflesse nella genealogia di Giuseppe, che nei Vangeli
viene fatto discendere appunto da Davide, mentre Gesù viene fatto
nascere a Betlemme15,
la città del messia.

Inoltre,
diversi passi dei Vangeli
sono ricalcati sulle profezie del popolo ebraico e descrivono Gesù
intento a leggerle e citarle e a loro volta molte caratteristiche
della vita di Gesù sono ricalcate sulla storia di personaggi della
mitologia ebraica, ad esempio la nascita in base a fecondazione
divina (si pensi a Sansone e Samuele). Lo stesso numero degli
apostoli, 12, è un chiaro riferimento alle tradizionali 12 tribù di
Israele. Anche se non è da escludere che questo riferimento non sia
un’invenzione successiva ma fosse proprio della setta, che voleva
mostrarsi con questa scelta guida di tutto Israele.

Quando
però il cristianesimo divenne una religione non esclusivamente ebrea
e, per certi versi, anti-ebraica, questi legami divennero
imbarazzanti. Così, la discendenza dalla progenie di Davide venne
accantonata, riflettendosi in un ruolo sempre più marginale, nella
dottrina cristiana, del genitore terreno del messia, mentre il messia
divenne letteralmente figlio di dio, quando per il mondo ebraico il
figlio di dio era semplicemente l’erede al trono.

Questo
sviluppo segnala di per sé l’ormai avvenuto distacco della
dottrina cristiana dal mondo ebraico. Un messia che si fosse
proclamato letteralmente figlio di Jahvè sarebbe stato allontanato
dalla comunità, ma nel mondo ellenistico era normale che i grandi
uomini si considerassero figli di Apollo o di altre divinità. Un
messia divino non era un problema per il mondo ellenistico: un dio in
più o in meno non faceva differenza, ma non è possibile
riconciliare questa prodigalità di entità celesti con il
monoteismo.

Con
il passare del tempo, anche un altro aspetto della letteratura
profetica venne abbandonato: l’idea che il riscatto nazionale fosse
vicino. I cristiani delle origini vivevano appartati dalla società,
giudicando la fine del mondo ormai prossima. Ma la fine non veniva e
la «Bestia», ovvero l’impero romano, prosperava. Con il tempo, la
venuta del messia venne allontanata fino all’anno Mille, e in
seguito venne rimandata a tempo indeterminato. Ben pochi cristiani
sono oggi consapevoli che la loro dottrina nacque nella convinzione
che il messia sarebbe tornato quando i testimoni oculari dei suoi
insegnamenti erano ancora in vita.

b)
i culti misterici e il potere imperiale

Le
sette nazionaliste giudaico-cristiane non potevano sviluppare una
religione universalistica, essendo il prodotto della lotta di un solo
popolo. Allo stesso tempo, sebbene gli ebrei non fossero l’unica
popolazione oppressa sotto l’impero, la dominazione che subivano
aveva un carattere particolarmente brutale e la loro storia
millenaria di sottomissione li aiutava, anche nella diaspora, a
restare più legati e omogenei di altri popoli. In fondo, la diaspora
«romana» fu solo l’ultima di una serie. Inoltre, la loro
consistenza numerica e diffusione era notevole.16

Tutto
questo spiega perché la radice del cristianesimo è ebraica.
Tuttavia, questa radice crebbe in un mondo del tutto diverso. Non
solo il dominio romano aveva unificato le condizioni sociali e
politiche del Mediterraneo, ma aveva facilitato enormemente gli
scambi culturali tra i popoli. Così, se la crisi della civiltà
schiavile spiega il diffondersi di culti misterici, il fatto che
l’oriente in genere fosse più sviluppato spiega perché il flusso
delle idee soteriologiche andasse da est a ovest, dalla civiltà
ellenica ma anche persiana e indiana fino a Roma.17

Già
prima che la presa di Gerusalemme ponesse le basi per una
rivisitazione del messianismo ebraico, i culti di salvezza avevano
conosciuto una diffusione notevole tra i popoli soggetti a Roma,
tanto che verso il 50 a.C. il senato romano aveva deliberato una loro
decisa repressione. Particolarmente brutale fu la repressione dei
culti dionisiaci.

Liberato
dalle sue componenti guerriere ed isolazioniste, il messaggio
messianico era pronto per fondersi con le religioni a sfondo
salvifico ormai diffuse. Spesso si trattava di culti già sincretici,
ovvero religioni che univano culti orientali a elementi giudaici e di
popoli anche al di fuori dell’orbita romana. Quello che tutte
queste forme avevano in comune era il ruolo centrale dello schiavo.
Il fedele era lo schiavo e dio il padrone che lo liberava. Dalla
fusione tra questi culti e il messianismo ebraico, avvenuta nel corso
dei primi secoli dell’impero, emerse la religione cristiana, una
dottrina che si rivolgeva a tutti, non più legata alle condizioni e
agli usi di specifiche etnie. Il suo richiamo universale rifletteva
un dato oggettivo: l’unificazione politica e sociale del bacino
mediterraneo.

La
crisi strutturale di una società in principio non si riflette alla
sua base, ma ai suoi vertici. Così mentre la disperazione degli
schiavi sconfitti stava producendo la sintesi dei diversi culti di
salvezza, la superstizione e il mistero prendevano il sopravvento su
tutta la società. Si assistette ad una esplosione di fenomeni
inspiegabili, misteri, miracoli. Persino Tacito, solitamente assai
sobrio, racconta dei numerosi miracoli compiuti da Vespasiano18,
quali ridare la vista a un cieco, che saranno poi ripresi nel
cristianesimo.19

L’imperatore,
come potenza suprema dello Stato, si prestava inevitabilmente alla
divinizzazione. L’accentramento del potere nelle mani
dell’imperatore forniva una base ulteriore alla diffusione di culti
monoteisti in cui all’imperatore romano si contrapponeva un messia
ancor più divino e potente. Finché il messianismo restò
l’ideologia delle fasce oppresse, l’imperatore era l’emblema
stesso del male, divino sì ma nella sua mostruosa malvagità (si
pensi all’immagine che ancora oggi i cristiani danno di Nerone).
Quando la chiesa si fuse con lo Stato imperiale, queste tradizioni
vennero pian piano dimenticate.20

I
cristiani non amano sottolineare la stretta parentela del Cristo dei
Vangeli canonici con ogni altra figura di salvatore noto alle
religioni soteriologiche. Anzi, spesso rovesciano il nesso causale e
interpretano l’ambiente pieno di religioni a sfondo liberatorio (il
culto di Dioniso, i misteri orfici, i misteri eleusini, i misteri di
Adone, Osiride e Iside, ecc.) come una sorta di «preparazione»
all’avvento del messia vero, una sorta di convergenza spirituale
verso il figlio di dio.

Naturalmente,
chiedendo l’aiuto divino è possibile interpretare la causa
spiegandola con l’effetto, e non sono mancate scoperte di autori
cristiani precedenti a Gesù stesso, come nel caso di Virgilio. È
inutile, in un simile contesto, chiedersi perché il messaggio
messianico dovesse passare per l’attribuzione delle qualità del
salvatore a una serie di personaggi disparati provenienti da ogni
cultura dell’epoca. Elementi quali la nascita virginale, in una
grotta, la attribuzione della paternità del messia a dio, la
resurrezione, si incontrano infatti in decine di altre fedi. Si
consideri questo passo: «la
volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore
e dell’amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un
figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa
ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I
nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del
monte Meru… ivi darai al mondo il figlio divino».21

Come
si vede, la religione Indù contempla l’incarnazione del dio
Vishnu, che decide di farsi carne sulla terra, sotto le spoglie umane
di Krishna, e costui nasce da una madre vergine, Devaki, la quale è
costretta a nascondersi perché il re Kansa teme la venuta,
evidentemente profetizzata, del salvatore, e vuole ucciderlo; la
nascita del fanciullo divino avviene fra i pastori.

Ciò
dimostra che la natività di Gesù, in realtà, ha radici molto
antiche in una numerosa serie di tradizioni del tutto analoghe o
quasi coincidenti. Tra le madri vergini che partorirono un dio o un
uomo divinizzato abbiamo anche la madre di Krisna, Zoroastro,
Quetzalcoatl (o meglio, Huitzilopochtli), Horus, Attis e molte altre.
Quanto alla resurrezione si pensi ad Osiride, che condivide con Gesù
anche la nascita verginale. Il caso di
Api mostra un’origine ancora più antica. Api infatti era
rappresentato da un toro, Gesù da un agnello. Qui riscontriamo un
residuo di origine totemica, ovviamente cancellato nei secoli con
un’interpretazione intellettuale dell’agnello «che toglie i
peccati del mondo» che avrebbe lasciato assai freddi i cristiani
originali.

Un’altra
figura che ha palesemente ispirato diversi passi evangelici è
Buddha, che nasce miracolosamente dalla regina vergine Maya. Alla sua
nascita compaiono spiriti che cantano una preghiera («è nato un re
meraviglioso» ecc.) assai vicina alle parole dei magi. Molti altri
aspetti anche di dettaglio della vita di Buddha li ritroviamo nei
Vangeli,
come l’episodio in cui il bambino si perde e viene ritrovato a
discettare di dottrina con un gruppo di sapienti.

Le
stesse feste cristiane sono chiaramente di derivazione «pagana». In
Grecia e in diverse località dell’Asia occidentale, specialmente
in Siria, si celebrava in primavera, all’incirca nel periodo che
poi fu caratteristico della Pasqua cristiana, la morte e la
resurrezione di Attis: «nel giorno del sangue, si piangeva per
Attis, sulla sua effigie che veniva poi sepolta… ma, al cader della
notte, la mestizia dei fedeli si mutava in allegrezza. Una luce
brillava subitamente nelle tenebre, si apriva il sepolcro, il dio era
risorto dai morti… il mattino seguente, 25 marzo, considerato
l’equinozio di primavera, la divina resurrezione veniva celebrata
con esplosioni di gioia».22

Lo
stesso si può dire di Mitra, divinità persiana il cui rituale aveva
avuto una straordinaria diffusione nell’impero romano, tanto da
annoverare tra i suoi fedeli lo stesso imperatore Costantino. Anche
Mitra moriva e risuscitava e la sua nascita era omologata a quella di
numerosi altri dèi solari siriani ed egiziani, che venivano
partoriti dalla madre vergine nella notte del 25 dicembre: «sia per
dottrina che per rituali, il culto di Mitra sembra presentasse molti
punti di contatto non solo con la religione della madre degli dèi,
ma anche con quella cristiana. Punti di contatti rilevati anche dai
padri della chiesa, che li definirono opera del demonio intesa ad
allontanare l’animo umano dalla vera fede, mediante una falsa
imitazione di essa».23

Un
altro caso di evidente somiglianza teologica con Gesù è quello che
riguarda il greco Dioniso, che moriva e scendeva negli inferi, per
poi risuscitare. Qui troviamo un altro sorprendente elemento di
parallelismo col cristianesimo, il rito della teofagia (il fedele che
si ciba della carne e del sangue del dio): «durante la festa, i suoi
fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso,
cibandosi della sua carne e bevendone il sangue».24

L’opera
di Frazer è decisiva nel dimostrare che pressoché ogni elemento
dottrinario della figura di Gesù è stato mutuato da questi culti,
spesso contro l’impostazione classica della religione degli ebrei.
Si pensi a Gesù che annuncia ad un’assemblea pasquale di giudei
che il pane è la sua carne e il vino il suo sangue, e che i
discepoli devono cibarsi della carne e del sangue del loro maestro
sacrificato, visto come incarnazione divina. Questo sarebbe suonato
non solo insolito, ma orrendamente sacrilego. Per gli ebrei il sangue
costituisce un forte elemento di impurità, che non è permesso
toccare senza poi eseguire pratiche purificatorie; una delle
prescrizioni più rigorose del cibo kosher
consiste proprio nell’assicurarsi che l’animale ucciso sia stato
ben dissanguato.

Storicamente
parlando, non possiamo considerare credibile che un ebreo avrebbe
esposto dottrine, come la teofagia, considerate offensive e
sacrileghe tra i suoi discepoli. Al contrario, varie discipline
iniziatiche del mondo ellenistico e poi romano contemplavano riti
teofagici, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi
confronti.

c)
filosofie
dell’epoca

Quanto
alle filosofie diffuse nell’epoca, un chiaro influsso lo ebbero lo
stoicismo di Seneca e il platonismo mistico di Plotino, ma anche
riflessioni riferite a Socrate. L’interpretazione dello stoicismo
data da Seneca vedeva già il dualismo anima-corpo e la
subordinazione del secondo alla prima. Seneca scrive ad esempio: «il
corpo è il fardello dell’anima e la sua punizione. Grava
sull’anima e la tiene in catene». Vi sono molte altre espressioni
di Seneca riprese nel Nuovo Testamento.
Ovviamente, annoverare l’opera di Seneca, precettore di Nerone
persecutore dei cristiani, tra le basi dottrinali del cristianesimo
non era opportuno.

Ma
c’è anche un’altra ragione sociale e politica della distanza che
separava il cristianesimo dalla filosofia pagana. Ben pochi filosofi
stoici o neoplatonici sono diventati cristiani. Difficilmente un
filosofo si sarebbe lasciato martirizzare per le proprie idee, tanto
meno per delle idee religiose. Seneca parlò sempre in modo
ammirevole dei suoi schiavi, ma non ne liberò neanche uno e si
guardò bene dall’invitarli a condividere il suo regime di vita;
inoltre non fece mai nulla per sbarazzarsi delle sue immense
ricchezze. I filosofi interpretavano l’atmosfera decadente
dell’impero, ma si guardavano bene dall’intervenire per un suo
cambiamento. Al contrario i primi cristiani volevano cambiare
radicalmente lo stato di cose. È solo con l’assimilazione del
culto elaborato dalla corrente paolina che queste filosofie
cominciarono a giocare un ruolo nel dare forma al pensiero cristiano.

In
questo senso, l’influsso di Plotino, vissuto nel III secolo d.C.,
colse il cristianesimo ormai strutturato come culto soteriologico
metafisico. Per anni ardente discepolo di Ammonio e di altre sette
greco-egiziane, Plotino arrivò a Roma dove visse per vent’anni
facendo il profeta e compiendo magie circensi come l’ultimo dei
ciarlatani di paese. Che un tale personaggio, somigliante a un
Rasputin, potesse facilmente introdursi a corte e nelle migliori
famiglie romane dimostra quanto degenerato fosse il regime imperiale.
Questo declino si riflette nei suoi scritti, dove la vita è sempre
perversa e peccaminosa e solo rinunciando a ogni cosa terrena si è
felici. Si riflette anche nella rinuncia a ogni azione sul mondo,
all’idea stessa della conoscenza come fondamento dell’azione.

Laddove
Aristotele aveva basato le sue idee su attente e prolungate
osservazioni, Plotino si accontenta dell’ispirazione celeste. Non è
necessario capire, basta la fede. Questo era il messaggio plotiniano
che ovviamente non aveva nulla in comune con le colossali vette
toccate dalla filosofia greca classica, anche nelle sue punte più
misteriosofiche, come il pitagorismo.

Da
questi influssi nacque dunque una religione del tutto diversa dal
messianismo originale ebraico. Il figlio di dio che risorge non è
più il messia degli ebrei ma il salvatore celeste degli schiavi che
parla a tutti i popoli oppressi dell’impero. Allo stesso tempo, non
parla più di guerra ma di sottomissione, come vuole Paolo di Tarso
che sottolinea «indifferenza di fronte alla schiavitù, ubbidienza
alle autorità costituite, inferiorità della donna rispetto
all’uomo». Questo nuovo messianismo mistico e non più politico fa
quindi pendere la bilancia verso l’acquiescenza e la passività. I
cristiani sono pronti per essere integrati nella società romana. Da
qui in poi la loro storia si fonde con quella dell’impero, le
vecchie correnti avventiste e guerriere vengono definitivamente
eliminate e l’avvento del regno di dio, da concreto programma
politico, si trasforma in una vaga promessa sull’oltretomba.

Il
cattolicesimo storico

“darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze,
affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro,
la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo”

(Regolamento
ecclesiastico di Papa Giulio III
,
1553 ca.)

Come
abbiamo visto, le tradizioni risalenti al messianismo ebraico sono
passate per diverse fasi prima di condensarsi in una serie di testi
dottrinari da cui è stato poi estratto il «canone». Non solo Paolo
e i suoi seguaci avevano già completamente stravolto l’originale
messianismo giudaico, ma la chiesa ha effettuato, concilio dopo
concilio, correzioni e aggiunte per ragioni politiche ed ideologiche.
Sebbene la chiesa affermi che i Vangeli
siano «parola di dio», ciò non le ha impedito di produrre teorie
del tutto assenti nei testi sacri, o di continuare a modificare la
traduzione di questi testi per venire incontro alle proprie esigenze
ideologiche. E non bisogna credere che questo processo si sia fermato
con il Concilio di Nicea o nel Medioevo. Va avanti ancora oggi.25

Questa
perenne opera di modifica, che ricorda pratiche orwelliane, viene
aiutata dal progressivo allontanamento dei fedeli dalle Scritture.
Anche in questa opera mistificatoria il cristianesimo assomiglia allo
stalinismo, sotto la cui censura venivano «riviste» le opere dei
classici del marxismo. Il
cattolicesimo è il culto in cui la distinzione tra apparato e fedeli
è più forte e profonda. Novantanove dogmi su cento difesi oggi
dalla chiesa non hanno alcun riscontro nei Vangeli
o in altri testi sacri. Spesso anzi vi sono dirette prove contrarie.
Molti dogmi sono stati «scoperti»
diversi secoli dopo la scrittura dei Vangeli,
e ne è seguita un’opera di ritocco dei testi stessi per renderli
coerenti con le «scoperte».

Rimane
il fatto che la chiesa scoraggia la lettura della Bibbia
e del Vangelo,
dove non è possibile trovare alcuna giustificazione delle posizioni
che essa professa e impone. Il caso più eclatante è forse quello
dell’inferno e del purgatorio, di cui non c’è traccia nelle
Sacre Scritture. La chiesa ha inventato l’inferno nel Concilio
Laterano I (1123) e il purgatorio nel XIII secolo con lo stesso
scopo: raccogliere denaro.

Senza
dubbio quest’opera di revisione permanente rende il cristianesimo
sufficientemente flessibile, ma lo fa anche incappare in incoerenze
storiche. Per questa ragione, a differenza di altre religioni, la
chiesa non si basa sulle scritture ma sulla «natura» per difendere
le proprie posizioni.

Pensiamo
al caso della proprietà privata, che è condannata da tutte le sette
messianiche e che, come abbiamo visto, conduce l’apostolo Pietro a
uccidere, con l’aiuto di dio (dunque anche lui favorevole al
socialismo), due fedeli che si erano tenuti parte delle proprie
ricchezze per loro. Se si legge il Vangelo
non si trova nulla a difesa della proprietà privata, nonostante
secoli di «correzioni».

Per
questo, nella sua lotta al socialismo, la chiesa non cita mai le
Scritture, come invece hanno sempre fatto le sette
cristiano-collettiviste, dai dolciniani agli anabattisti, ma la
«natura»: «nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio
che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e
poveri».26
Che cosa c’entri questo con il «messaggio evangelico» non è dato
saperlo.

Conclusioni

Il
cristianesimo ha attraversato tre fasi: è nato come messianismo
anti-romano di alcune sette ebree, è stato trasformato da Paolo in
culto soteriologico per gli schiavi sconfitti di tutto il
Mediterraneo, è infine diventato il culto ufficiale dello stesso
impero, che cominciò ad inglobare i vertici del nuovo culto finché,
sotto Costantino, la chiesa divenne organicamente parte dell’apparato
statale romano. Se i primi cristiani erano ribelli sopravvissuti al
massacro, a partire da San Paolo i cristiani sono non solo schiavi
sottomessi, ma anche membri della casta dominante in cerca di
conforto dalla crisi della propria civiltà giunta all’apogeo.

Ovviamente
questo comportò non solo modifiche dottrinarie rilevanti, di cui si
è detto, ma anche cambiamenti strutturali all’organizzazione dei
credenti. Se in origine la chiesa era l’ecclesia, ovvero
l’assemblea dei credenti, che gestiva collettivamente le risorse
dei fedeli e nominava democraticamente i suoi dirigenti (tanto che
ancora Leone Magno disse: «colui che dovrà presiedere su tutti,
dovrà anche essere eletto da tutti»), la nuova chiesa era un
apparato burocratico calcato sulla struttura imperiale. Il processo
che condusse alla totale esclusione del ruolo dei fedeli nelle
decisioni durò secoli, ma già sotto Costantino era l’imperatore a
dare direttive al corpo episcopale su questo o quel dogma.

In
questa atmosfera, la proprietà comune stava già rapidamente
declinando. Con la crescita numerica della comunità, soprattutto
nelle grandi città dell’impero, nasceva il bisogno di una
struttura permanente (la venuta del messia si allontanava nel tempo).
I primi funzionari erano eletti e revocabili e non ricevevano alcun
beneficio materiale dalla loro carica. Con la crescita della comunità
alla carica corrispose una remunerazione, anche se i vescovi
rimanevano eleggibili e revocabili.

Tuttavia
occorre ricordare che il successo del cristianesimo era il successo
di un movimento ormai sottomesso sotto il piano politico, del tutto
innocuo per l’impero. La crisi morale della classe dominante poteva
dunque dare nuovi adepti alla chiesa. A questi non veniva più
chiesto di mettere in comune i propri beni ma al massimo di darne una
certa parte. La comunità non era più un’unità produttiva
indipendente, come era nel caso degli esseni, né avrebbe potuto in
un ambiente urbano. La comunione dei beni diveniva così solo un
ricordo, simboleggiato dalle funzioni religiose comuni. I funzionari
della chiesa non erano dunque più controllati dai fedeli, che non
vivevano più collettivamente, e potevano disporre di ricchezze
crescenti, svincolate da ogni controllo. Nel tempo, le risorse della
comunità cominciarono a divenire possesso di fatto dei vescovi,
eletti ormai solo formalmente da fedeli, che erano ormai troppo
numerosi per conoscerli di persona e controllarli.

Quando
la chiesa fu incorporata nello Stato, ogni residuo di struttura
collettiva venne spazzato via. Le proprietà dell’ecclesia,
la comunità dei credenti divennero patrimonio di una chiesa
burocratizzata, i vescovi non furono più eletti dai fedeli ma
dall’imperatore, scomparve ogni altra usanza collettiva, come la
confessione in pubblico. Comparve la decima, fonte di arricchimento
favoloso per la chiesa, il lavoro coatto dei «fedeli» e, a partire
dal XII-XIII secolo, il celibato dei preti come mezzo per evitare la
dispersione di questa ricchezza. Per quel tempo la dottrina cattolica
aveva già stabilito, «sulla base dei testi sacri», la proprietà
individuale del clero sulle terre di rispettiva competenza.

A
partire dal III secolo d.C., nella chiesa «cristiana», delle
convinzioni dei cristiani, ovvero degli aderenti alle sette guidate
da un «cristo», un liberatore, non rimaneva pietra su pietra.27
Il completo rovesciamento dei principi su cui si reggeva la chiesa
originale non avvenne senza conflitti: ce ne furono e sanguinosi. Sin
dai tempi di Costantino «eresie» si diffusero nelle zone orientali
e nordafricane, ottenendo successi notevoli. Ma la chiesa aveva dalla
sua l’esercito imperiale e ogni eresia fu repressa nel sangue.

Un
fenomeno peculiare fu quello dei monasteri, dove seppure in forma
distorta si ebbe un certo ritorno al primitivo comunismo cristiano.
Come unità di produzione e consumo collettivo, i monasteri erano di
gran lunga superiori a ogni altra parte dell’economia. Non solo
infatti la forza-lavoro era libera proprietaria dei mezzi di
produzione (la terra) e ne godeva i frutti, ma la divisione del
lavoro era assai più sviluppata, come la tecnologia, grazie
all’accumularsi delle conoscenze.

Questa
superiore produttività permise ai monasteri di prendere il controllo
delle zone circostanti. Ben presto i monasteri divennero importanti
proprietari fondiari, sfruttando il lavoro dei contadini che
risiedevano sulle terre di proprietà collettiva del monastero, in
una struttura che ricorda per certi versi il rapporto tra spartiati e
iloti. Sotto il profilo ideologico, i monasteri non costituirono mai,
nel loro complesso, un’opposizione alla burocrazia vaticana, ma un
suo complemento.

Al
contrario, il messaggio del cristianesimo originale è rimasto nelle
sette di eretici, dagli albigesi ai catari, dai dolciniani agli
anabattisti, dai bogomili ai carpocraziani, che ripresero il
collettivismo originario combattendo lo Stato con le armi classiche
delle sette messianiche: l’insurrezione e la guerriglia.
Ogniqualvolta ci si opponeva alla chiesa ufficiale, lo si faceva
sotto forma di istanze comuniste di base.

Sebbene
le condizioni sociali fossero mutate, il fatto di ricorrere a
un’ideologia religiosa come strumento di lotta dimostra che i tempi
non erano ancora maturi per una trasformazione sociale. Se Müntzer
avesse vinto i prìncipi protestanti, avrebbe potuto costruire una
società socialista?28
Proprio come gli schiavi di Spartaco o esseni e zeloti in Palestina,
questi eroici combattenti vennero in un certo senso «troppo presto»
nell’arena della storia. Le loro convinzioni socialiste, profonde e
coraggiose, non potevano essere che aspirazioni religiose, morali,
finché le condizioni materiali per una società socialista non si
presentarono nel corso dello sviluppo storico. Marx notò che l’uomo
non si pone se non quei problemi che può risolvere. Prima della
rivoluzione industriale, l’eliminazione della proprietà privata
non era un problema risolvibile, ma ciò non impediva agli uomini di
porselo, benché nella forma non scientifica della religione.

Con
lo sviluppo delle condizioni materiali per l’eliminazione della
proprietà privata, l’aspirazione al socialismo – che attraversa
tutta la storia umana, come coscienza di una perdita irreparabile, e
come volontà di tornare su nuove basi alla libertà e alla giustizia
che hanno caratterizzato gran parte della vita dell’uomo – è
diventata un movimento politico, il movimento operaio. È compito
della classe lavoratrice, armata delle idee del marxismo, porre fine
alla barbarie della società basata sulle classi, lo Stato e la
proprietà privata, per dare vita alla società che sotto forma di
ideale ha accomunato tutta l’umanità, che le sette cristiane
concepivano come «società perfetta», «il regno di Dio», e che
oggi possiamo invece realizzare come il regno dell’uomo.

Note

1A.
Donini, Lineamenti
di storia delle religioni
,
Editori Riuniti, Roma 1984, p. 15.

2
Questo sviluppo non riguarda solo le popolazioni indoeuropee. Ad
es.: «tra gli australiani esiste… l’idea di un antico passato
mitologico durante il quale si sarebbero potute compiere cose
straordinarie e gli uomini sarebbero potuti arrivare al cielo,
trasformarsi in animali e viaggiare nel sottosuolo.» (S. Tokarev,
Le religioni del mondo antico
,
Teti editore, Milano 1981, p. 67).

3
Filone Alessandrino, Quod
omnis probus sit liber
.
In modo del tutto analogo viveva la setta «cristiana»
originale secondo gli stessi Atti
degli apostoli

(cfr
IV, 32-35) in cui leggiamo della proprietà comune e della
distribuzione dei beni secondo il bisogno del singolo, in base a un
principio che ricorda il noto detto socialista citato più volte da
Marx «da
ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi
bisogni».

4
Matteo,
X, 37.

5
La chiesa cristiana (sotto la guida del vescovo Teofilo) è anche
all’origine dell’incendio che devastò la biblioteca del Museo
d’Alessandria d’Egitto nel 391.

6
Lo
storico notò ironicamente che nessun contemporaneo aveva sentito
parlare di Gesù, peraltro un nome ebraico abbastanza comune.

7
Svetonio,
Claudius,
XXV, 4, cit. in K. Kautsky, L’origine
del cristianesimo
,
ed. Samonà e Savelli 1970.

8
Tacito, Annales,
XV, 44, cit. in K. Kautsky, L’origine
del cristianesimo
.

9
Così come nei furibondi scambi di accuse delle lettere conservate.
Ad es., Paolo dice «orbene se anche noi stessi o un angelo dal
cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo
predicato, sia anatema» (Lettera
ai Galati
1,8).

10
«Pilato,
visto che non otteneva nulla, anzi il tumulto cresceva sempre più,
presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: – Non sono
responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi! E tutto il
popolo rispose: – Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri
figli.» (Matteo,
XXVII, 24-25).

11
Come possiamo vedere in questi passi: «sono
venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già
acceso!… Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?
No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque
persone si divideranno tre contro due e due contro tre» (Luca,
XII, 49-53) e anche: «non
crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono
venuto a portare pace, ma una spada» (Matteo
X, 34).

12
L’identità del ladro liberato desta poi qualche perplessità. Si
tratterebbe di Barabba, ovvero Bar Abba, cioè «figlio del padre»
in aramaico, un appellativo di ogni messia e in particolare di Gesù.
Per una curiosa coincidenza Pilato avrebbe liberato un messia e ne
avrebbe fatto uccidere un altro. Secondo altre fonti Barabba sarebbe
stato un capo zelota. Ma non si capisce perché mai i romani
avrebbero ucciso un ribelle liberandone un altro.

13
Non a caso gli zeloti, quando presero il controllo della città nel
66 d.C. sostituirono il sommo sacerdote in carica con uno scelto
secondo la legge mosaica.

14
Donini, cit., p. 217. Si noti come la società perfetta del futuro,
il «regno di Dio», sia un ritorno su altre basi al comunismo
primitivo, alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione,
all’uguaglianza e alla giustizia sociale.

15
Gesù stesso è chiamato discendente di Davide fin dalla genealogia
iniziale del racconto evangelico ed era noto con tale appellativo:
«costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare
e a dire: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’»
(Marco,
X, 47).

16
Essi costituivano oltre il dieci per cento della popolazione non
libera dell’impero. A Roma erano particolarmente numerosi, tanto
che nel 3 a.C. si presentarono in delegazione da Augusto in oltre
8.000. All’epoca essi erano anche abbastanza vicini al potere
imperiale.

17
Così
lo stesso Plotino andò in Persia per studiare la cultura indiana e
gli influssi di tale cultura sul cristianesimo sono innegabili.

18
Histories,
IV, cap. 81.

19
Successivamente questa qualità passo ai sovrani cattolici fino a
Carlo X, che durante l’incoronazione del 1825 come ultimo re di
Francia, compì i suoi bravi miracoli.

20
Occorre infine osservare che un certo monoteismo inizia a farsi
largo in forma autonoma anche in Grecia e a Roma. La figura di
Zeus-Giove diviene infatti il padre degli dèi, una figura unica
chiaramente distinta dal resto del pantheon. Ma la struttura sociale
della Grecia classica non permise lo sviluppo necessario al
monoteismo. Anche la letteratura greco-romana registra alcuni spunti
in questo senso. Kautsky nota: «Il monoteismo inizia a farsi
strada. Possiamo trovarne echi anche precedenti, come una scena di
Plauto in cui uno schiavo, chiedendo un favore, dice: ‘C’è un
Dio, come sai, che ascolta e vede quello che facciamo; e a seconda
di come mi tratti, tratterà tuo figlio lì. Se ti comporti bene
tornerà a tuo vantaggio’. (Captivi,
atto II, scena II)». (L’origine
del cristianesimo
).

21
E.
Shurè, I
grandi iniziati
,
ed. Bur.

22
J.
G. Frazer, Il
ramo d’oro
,
ed. Newton, Roma 1992.

23
Frazer,
cit.

24
Frazer,
cit.

25
Ne
diamo qui un piccolo esempio. Nei Vangeli
appare pacifica l’esistenza di fratelli di Gesù, il quale infatti
viene definito “primogenito”. Ma al giorno d’oggi, non ci è
dato di poter leggere questo termine, perché i traduttori l’hanno
eliminato. Ad esempio, i testi antichi del Vangelo
di Matteo

così recitano: «Et
non cognoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum: et
vocavit nomen eius Iesum (e non la conobbe [nel senso biblico di non
avere rapporti carnali] finché ella non ebbe partorito il suo
figlio primogenito, e gli dette nome Gesù)»
(Ist. Bibl. Pont., Novum
Testamentum Graece et Latine
,
Roma 1933, Secundum
Matthaeum

1, 25). Ciò che leggiamo oggi, invece, appare così: «la
quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli
chiamò Gesù»
(Vangelo
e Atti degli Apostoli
,
versione ufficiale della CEI, Ed. Paoline, Roma, 1982). Questo lo
scrupolo filologico della chiesa…

26
Dice papa Pio IX (cit. in E. Rossi, Il
Sillabo e dopo
,
Kaos edizioni p. 64).

27
Tra i santi «socialisti» possiamo ricordare San Clemente,
Lattanzio, San Basilio, San Gregorio di Nissa, Agostino ecc., molti
di questi attivi quando il cristianesimo era già la religione
ufficiale dell’impero. I loro discorsi paragonano spesso i ricchi
ai ladri. Ad esempio, nel famoso sermone di San Basilio, del IV
secolo, in cui egli contesta la legittimità della ricchezza:
«Miserabili, come vi giustificherete di fronte al tribunale di Dio?
Dite ‘che colpa abbiamo quando ci teniamo quello che è nostro’
e io vi chiedo come avete ottenuto quello che chiamate vostra
proprietà? Come i possidenti sono divenuti ricchi se non prendendo
possesso di cose che appartenevano a tutti?» (cit. in R. Luxemburg,
Il
socialismo e la Chiesa
).
Lo stesso si può dire per Giovanni Crisostomo, autore del noto
aforisma «la proprietà è un furto» o per Sant’Ambrogio che
scrisse: «la natura ha creato il diritto alla comunanza dei beni,
solo il furto ha fatto nascere la proprietà privata» (in Doveri
del ministero sacerdotale
).
Tertulliano nel suo Apologo
racconta la vita dei cristiani del suo tempo osservando «ogni cosa
è in comune tra noi, tranne le donne; perché la comunanza da noi
si ferma dove inizia presso gli altri».

28 Questo tema è affrontato da Engels nel suo scritto La guerra dei contadini, da cui emerge che le idee di Müntzer andavano già ben oltre il messaggio religioso, che usava come rivestimento di un’ideologia eminentemente politica.