Si può parlare di estremismo politico nel tradimento di Giuda?

La figura di Giuda è tra le più interessanti nei vangeli, poiché il suo tradimento sta ad indicare che pur credendo nei medesimi ideali di giu­stizia degli altri compagni di lotta, un militante può compiere, spinto da motivazioni soggettive, cose che vanno in direzione opposta rispetto alla desiderata realizzazione di quegli obiettivi.

La storia di Giuda c’insegna tre cose fondamentali: 1. la giustezza di un ideale non garantisce della sua corretta applicazione; 2. l’incoerenza fra teoria e prassi è un frutto della libera volontà dell’uomo e non può essere impedita oltre un certo limite; 3. tale incoerenza porta a falsificare lo stesso ideale in cui inizialmente si credeva.

Giuda dunque non può aver tradito per denaro ma per motivi poli­tici: probabilmente come Tommaso riteneva che l’insurrezione sarebbe fal­lita, non avendo il movimento di Gesù tra i giudei il consenso sufficiente. Fu un errore, poiché il consenso l’aveva avuto proprio dopo la morte di Lazzaro, il cui movimento per i giudei costituiva una grande speranza.

Il Giuda di Zullino (Rizzoli 1988)

Pietro Zullino è un outsider di professione, uno che ama i perso­naggi – come lui stesso li definisce – «maledetti» o «perdenti» della storia: già ha cercato di rivalutare Catilina e i sette re di Roma. Quali ne siano stati i risultati è presto detto. Con la tecnica del ballon d’essai, Zullino ha realiz­zato discreti scoop editoriali a sfondo scandalistico; in effetti, per quanto af­fermi il contrario, la storia proprio non gli interessa. Avvenimenti reali o completamente inventati per lui sono la stessa cosa: ciò che più gli preme è colpire il lettore con novità più o meno eclatanti e, naturalmente, vendere il più possibile.

Questa volta Zullino, nei panni d’un novello Sherlock Holmes, ha cercato d’imitare il suo collega Vittorio Messori che con le sue Ipotesi su Gesù (SEI 1976) aveva senza dubbio ottenuto un grande successo. Solo che una differenza purtroppo c’è: Zullino non ha né l’onestà intellettuale né la serietà professionale di Messori. È solo un giornalista rampante in cerca di fortuna. Messori però ha abboccato e s’è messo a fare, sulla rivista «Jesus», una diligente e canonica lezioncina, a puntate, circa la personalità, l’ideolo­gia e la morte di Giuda, incluse le interpretazioni che ne sono state date (ovviamente restando nei limiti del confessionismo cattolico-romano). Sotto questo aspetto è difficile dire se sia preferibile un intellettuale di estrazione cattolica che si sforza di modernizzare il Cristo della chiesa romana, oppure quegli intellettuali laici travestiti da preti, lanciati dalla Rusconi in analoghe imprese (come ad es. O. Gurgo, che ha faticato su Pilato, nel 1987).

Dal canto suo, Zullino non è certo quell’eretico di cui si vanta, ben­ché sulle prime appaia meno allineato di Messori. Si può forse considerare critica, seria, trasgressiva un’opera che dà per scontate le apparizioni di Gesù risorto, la sua ascensione, il primato di Pietro e altre favole del gene­re? Peraltro, già prima di lui non pochi esegeti hanno cercato di riconsidera­re la figura di Giuda, liberandola dal marchio infamante del traditore. Di ammiratori dell’Iscariota si ha notizia sin dal II sec. d.C.: i cainiti (seguaci di Caino) ritenevano, ingenuamente o cinicamente, che il tradimento faces­se parte di un provvidenziale «piano di dio», per cui la colpevolezza dell’a­postolo andava di molto ridimensionata. Una tesi, questa, che nel corso dei secoli ha affascinato una sequela di poeti e scrittori (fra i contemporanei si possono citare i nomi di J. L. Borges, Finzioni; G. Berto, La passione se­condo noi stessi; M. Brelich, L’opera del tradimento; F. Ulivi, Trenta dena­ri, ecc.), i quali, più o meno laicamente, hanno intravisto nella sibillina fra­se di Cristo pronunciata nell’ultima cena: «Quello che devi fare, fallo pre­sto», un vero e proprio invito alla diserzione.

Zullino dunque non ha fatto altro che accodarsi dietro le fila di questi maestri del trasformismo, per i quali – consapevoli dell’epoca in cui viviamo – i traditori diventano «uomini di coscienza», i ravveduti «uomini imbelli», i venali «uomini realisti» che conoscono le difficoltà della vita, e così via. Oggi la psicanalisi più dégagé vede addirittura in Giuda una figura simbolica, mitologica, creata da una comunità cristiana pentita d’aver rotto i suoi rapporti col giudaismo. Per tale comunità il traditore sarebbe stato non Giuda ma lo stesso Gesù!

Insomma, l’esempio dell’Iscariota, figlio di Simone, oggi è diventa­to un pretesto per compiacersi dell’idea secondo cui un uomo non può esse­re ritenuto responsabile delle sue azioni quando tutto lo induce a muoversi in una determinata direzione. Anzi, c’è di più. Giuda – si sostiene – non è una vittima delle circostanze (come ad esempio il Pilato dei vangeli) ma un eroe suo malgrado. Grazie, infatti, al tradimento (della cui portata egli certo non poteva essere consapevole) è nato il più grande mito della storia: il fi­glio di dio che s’immola per salvare l’umanità dai suoi peccati. Gloria a Giuda dunque, che ha avuto il coraggio di fare quello che gli altri apostoli non seppero o non vollero fare!

Stando dunque a Zullino, Giuda si aggregò alla comunità di Gesù quando questi, all’inizio della sua carriera messianica, frequentava gli am­bienti del Battista. Gesù gli affidò la gestione della cassa comune. Essendo nativo della Giudea, l’apostolo non riuscì a vedere di buon occhio la caccia­ta dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme, né accettò, in seguito, la predi­cazione rivolta ai pagani. Il gruppo minoritario dei Dodici (Giuda, Tomma­so, Taddeo, Giacomo il minore e Simone cananeo) fu – a parere di Zullino – responsabile della secessione di Cafarnao, in occasione dei «pani moltipli­cati», perché non si voleva un messia avversario del Tempio, né amico dei pubblicani (fra i quali Matteo e, più tardi, Zaccheo) o degli erodiani (come Chuza, funzionario di Erode). Proprio a causa di queste amicizie, Giuda, in qualità di cassiere, si rendeva conto di amministrare soldi di dubbia prove­nienza. Sommati a questi vi sono – secondo Zullino – molti altri fattori che a un certo punto indussero l’Iscariota a compiere in extremis il gesto dispera­to: vedendo Gesù circuito da erodiani e pubblicani, egli tradì perché si sen­tiva tradito.

Una ricostruzione – come si può facilmente notare – piuttosto fan­tasiosa, che ricalca, in buona parte, quella del teologo E. Stauffer, il quale vedeva in Giuda un figlio fedele della sinagoga. Ma la principale tesi di Zullino è un’altra. Egli sostiene che Giuda non si pentì – come risulta dalla versione di Matteo – restituendo i 30 sicli d’argento e impiccandosi a un al­bero, ma, al contrario, fu ucciso per vendetta o per precauzione, mentre si stava godendo il frutto della sua spiata, cioè l’acquisto di un podere nei pressi di Gerusalemme.

I mandanti di questo delitto possono essere stati – al dire di Zullino – sia il nemico n. 1 di Gesù, il sommo sacerdote Caifa, sia Pilato, ma anche i pubblicani e persino gli stessi apostoli, fra i quali i sospetti maggiori cado­no su Giovanni e Tommaso. Nella versione degli Atti di Luca (1,15-19) ri­sulta – secondo Zullino – che Giuda venne assassinato nel campo di Hakel­damà, alla periferia della capitale ebraica: il suo ventre fu trovato squarciato e nessuno si meravigliò di questa morte. Il racconto di Matteo venne in se­guito elaborato per rendere meno imbarazzante la testimonianza di Pietro. (Dopo queste, molte altre sciocchezze vengono dette nel libro suddetto).

Ora, se c’è una cosa che, a questo punto, uno storico non dovrebbe assolutamente fare è proprio quella di dimostrare il contrario delle tesi di Zullino. Infatti, su quali basi si potrebbe farlo? Esistono forse, riguardo a tutta questa faccenda, fonti storiche attendibili? Messori ostenta coraggio nel rimproverare a Zullino e a certi esegeti «scomodi» – come A. Loisy, E. Renan, ecc. – che le loro interpretazioni rientrano nel «romanzo», ma la sua, che vanta una fedeltà pressoché letterale al Nuovo Testamento, può forse essere considerata storica?

In realtà, con le poche fonti di cui disponiamo, se vogliamo fare «quattro chiacchiere», tralasciando la discussione sulla loro autenticità, non possiamo che opporre romanzo a romanzo. Zullino, ad esempio, è convin­tissimo che la versione di Pietro offerta negli Atti di Luca sia più affidabile di quella matteana. Ma siamo veramente sicuri che Pietro voglia riferirsi al­l’omicidio di Giuda? Secondo alcuni esegeti tedeschi, poco conosciuti in Italia, proprio i versetti cui Zullino si appella (18-20 del c. 1), altro non sono che un’aggiunta posticcia allo stesso testo di Luca, usata per avvalora­re l’idea che Giuda era un essere abietto e spregevole, destinato a una fine vergognosa. Idea che, ai tempi di Matteo (che ha scritto il vangelo prima degli Atti), non era ancora stata espressa in maniera così cruda. La decisio­ne di restituire i soldi del contratto e quella d’impiccarsi facevano appunto pensare a un Giuda fondamentalmente onesto. E questo senza tener conto che anche la versione di Matteo (che dei quattro evangelisti è il più leggen­dario) non è molto tenera con l’Iscariota. Matteo infatti è responsabile della volgarissima accusa secondo cui Giuda avrebbe tradito per denaro.

Viceversa, nel racconto di Marco, che è più antico di Matteo, si parla di soldi solo nel senso che le autorità religiose avrebbero dato una ri­compensa a Giuda, se questi fosse riuscito a consegnare loro Gesù. Come Marco possa sapere questo è difficile dirlo, ma di nient’altro si parla. Dal canto suo, Giovanni, che pur scrivendo per ultimo mostra a volte di cono­scere le cose meglio degli altri, non accenna minimamente a particolari ri­compense né a cifre prestabilite dallo stesso Giuda.

È vero, spesso gli esegeti si soffermano sull’episodio dell’unzione di Betania, allorché Giuda si scandalizzò nel vedere lo spreco che Maria, sorella di Lazzaro, fece cospargendo il capo e i piedi di Gesù di un profumo molto costoso. In quell’occasione egli avrebbe detto che sarebbe stato me­glio venderlo e distribuire il ricavato ai poveri. Al che Giovanni obietta che Giuda disse questo non perché amasse i poveri, ma perché era un ladro e dalla cassa di tanto in tanto sgraffignava qualcosa. Oggi però anche sull’au­tenticità di questo versetto giovanneo si hanno molti dubbi. Sarebbe stato davvero poco intelligente rimproverare un apostolo che, almeno apparente­mente o comunque senza cattiva fede, muoveva una giusta protesta.

È dunque probabile che pure in questo caso, come in tantissimi al­tri, si debba vedere la mano di qualche manipolatore del vangelo di Giovan­ni che, sulla scia della tesi di Matteo, abbia voluto evidenziare un Giuda non solo venale ma anche ipocrita. Gesù infatti gli risponderà che Maria aveva riservato a lui quel profumo, per il giorno della sua morte (secondo l’usanza ebraica), e che pertanto non poteva essere rimproverata se aveva voluto usarlo prima: ai poveri non era stato tolto niente.

Di tutto ciò Giuda non poteva certamente essere a conoscenza. Se di una cosa l’apostolo così attento alle questioni sociali poteva essere rim­proverato, era semmai la scarsa attenzione prestata al rapporto umanissimo fra Gesù e Maria. Quest’ultima infatti aveva deciso d’usare in anticipo quel prezioso nardo per ringraziarlo d’averle riportato in «vita» (simbolicamente parlando, s’intende) il fratello Lazzaro. Che poi in questo gesto l’esegesi cattolica abbia creduto di vedere, erroneamente, una consapevolezza profetica, da parte di Maria, dell’imminente morte di Gesù, questo è un altro discorso. E qui non è neppure il caso di parlare del fatto che quella di Lazzaro non fu affatto una resurrezione ma al massimo una guarigione, se non addirittura una metafora della ripresa del movimento di liberazione della Palestina, di cui lo stesso Lazzaro era stato attivo fautore. Sicché l’unzione di Maria fu in realtà un’anticipazione della vittoria imminente del Cristo a Gerusalemme, cui Giuda rispose avanzando delle riserve sui tempi.

Il vangelo di Marco, che solo di recente, dopo quasi duemila anni di oblio, si è cominciato a considerare come il più significativo dei Sinotti­ci, lascia completamente in ombra il movente del tradimento. Ma se diamo ragione all’opinione di S. Brandon (Gesù e gli zeloti, Rizzoli 1983), secon­do cui tale vangelo tende a conciliare l’ideologia cristiana col potere politi­co dell’impero romano, si può ragionevolmente credere che il suddetto mo­vente sia stato più «elevato» o meno «ignobile» di quel che in genere si cre­da.

Presentando infatti un Cristo spoliticizzato al massimo, Marco non poteva che censurare un personaggio scomodo come Giuda. Il suo merito naturalmente non sta in questo, ma nell’aver evitato di fornire un’immagine fortemente deformata dell’apostolo. Che questi comunque non sia stato quel «mostro di cattiveria» dipinto solitamente dalla chiesa, da un pezzo molti lo credono: persino un ingenuo come G. Ricciotti s’accorse, a suo tempo, che il gesto di riconsegnare il denaro ai preti mal si addiceva al cliché del Giuda avaro o esoso.

D’altra parte, lo stesso Matteo lascia intendere che la somma corri­sposta e restituita non aveva altro scopo che quello di confermare una pro­fezia di Geremia (che poi, invece, era di Zaccaria). Per non parlare del fatto che i 30 sicli d’argento sono identici al prezzo fissato dalla legge mosaica per la vita di uno schiavo ucciso (Gesù infatti nei vangeli appare come uno schiavo: o perché trattato così dai romani, o perché lui stesso, pur essendo dio, scelse di vivere così).

In realtà, sin dal 1828 l’ipotesi più interessante con la quale si è cercato di spiegare il motivo del tradimento e, di conseguenza, l’omertà e le falsificazioni dei vangeli (che sono testi sì politici, ma sostanzialmente con­servatori), è sempre stata quella dell’estremismo politico che caratterizzava l’apostolo della Giudea. Allora il primo a sostenerla fu H. E. G. Paulus, con la sua famosa Vita di Gesù; oggi il già citato Brandon, E . Schweizer e altri ancora. D. Rops sostiene sì il motivo politico, ma nel senso che Giuda tradì perché Gesù non voleva dare alcun adito alle ambizioni temporali (col che, in ultima istanza, si finisce col condividere l’interpretazione evangelica).

Giuda insomma – questa la miglior tesi fino a oggi proposta – tro­vatosi profondamente deluso dall’immobilismo di Gesù, ne avrebbe provo­cato l’arresto per costringerlo a prendere il potere con un colpo di mano, o comunque per sollecitare la folla di Gerusalemme a un’insurrezione antiro­mana nel momento cruciale della Pasqua. Giuda dunque sarebbe stato un estremista vicino alle posizioni zelote. La stessa denominazione di «Iscario­ta» non indica – come vogliono alcuni – la città di provenienza, bensì la tra­scrizione semitica di sicarius, termine col quale i romani designavano gli zeloti o comunque l’ala più radicale di questo partito. Peraltro anche l’apo­stolo Simone cananeo era uno zelota1 e l’appellativo di «barjona» riferito a Pietro in Mt 16,17 può benissimo significare «ribelle» o «fuorilegge» (vedi le tesi di F. Schulthess, riprese da O. Cullmann).

Che Giuda fosse un estremista e non un conservatore – come crede Zullino – lo si capisce proprio dal racconto giovanneo dei pani moltiplicati, che è il più politicizzato dei quattro. Giuda cominciò a pensare di tradire Gesù nel momento stesso in cui lo vide rifiutare il trono d’Israele di fronte a cinquemila persone che glielo offrivano (non dimentichiamo che la guarni­gione romana stanziata a Gerusalemme era composta soltanto di 600 solda­ti). Diversamente da come vuole Zullino, Giuda, forse più degli altri apo­stoli, sperava che Gesù approfittasse della popolarità acquisita per muovere subito contro il potere di Roma e dei suoi alleati (sadducei, anziani, sommi sacerdoti, erodiani, ecc.).

A Cafarnao invece Gesù declinò l’invito della folla perché s’era reso conto ch’essa voleva la sua elezione monarchica, non in quanto lo rite­neva superiore a Mosè, e quindi capace di rinnovare profondamente i valori e la prassi esistenti, ma solo in quanto lo riteneva capace di ripristinare le vecchie consuetudini ebraiche, ridando lustro a un’antica e gloriosa tradi­zione, quella dei tempi di Davide e Salomone.

Praticamente la stessa cosa si ripeté a Gerusalemme in occasione dell’ingresso messianico. Anche Giuda ha la stessa fretta di veder realizzato il regno e non riesce ad accettare il realismo e le scelte tattiche del messia. Nel racconto giovanneo dell’ultima cena Gesù, temendo seriamente che qualcuno, con decisioni impulsive, lo potesse costringere a fare cose che non avrebbe voluto fare, verifica la fiducia degli apostoli nella scelta dei suoi tempi e nella sua strategia… lavando loro i piedi! Fu un gesto simboli­co, ma di grande effetto. Tentato dal rifiutarlo, Pietro non riusciva a soppor­tare che l’imminente re d’Israele si abbassasse a quel livello. Ma il candida­to al trono voleva soltanto far capire che non avrebbe preso il potere senza una vasta e cosciente partecipazione popolare: il suo messianismo o veniva accettato in tutta la sua umana democraticità, oppure era meglio rinunciare all’impresa, poiché le conseguenze, al cospetto dell’impero schiavista più forte del mondo, sarebbero state pesanti per tutti.

Durante il trionfo dell’ingresso messianico, a chi pretendeva di ve­dere nel messia un superman capace d’imporsi con la forza della sua autori­tà, il Cristo aveva risposto d’essere soltanto un «figlio dell’uomo» che per poter vincere l’oppressore romano aveva prima bisogno d’essere «innal­zato», cioè eletto, appoggiato democraticamente dalle masse popolari.

Giuda però questa volta non si lascia sorprendere: per lui le masse erano soltanto un gregge da guidare, una forza da usare a propria discrezio­ne. Ecco perché rifiuta, pur senza manifestarlo, la lavanda dei piedi. La sua alternativa ormai è un’altra: «O reagisci alla mia provocazione prendendo a tutti i costi il potere, oppure ne esci sconfitto, ma allora non eri tu il messia che attendevamo». Probabilmente Giuda era anche convinto che, comunque fossero andate le cose, nessuno avrebbe potuto rimproverarlo d’aver tradito. Viceversa Gesù, non intenzionato a imporre un regime di terrore psicologi­co all’interno del collegio apostolico in un momento così delicato, cercava di dissuadere chiunque dal non prendere iniziative personali.

In particolare con l’Iscariota il Cristo usa molto tatto e diplomazia: lo vuole vicino a sé durante la cena, gli offre con gesto di grande familiarità un boccone di cibo e lo incarica di una missione molto importante, scono­sciuta – dice Giovanni – agli altri apostoli. La famosa frase di Gesù: «Quello che devi fare, fallo presto», va appunto intesa in questo senso, che Gesù vo­leva sapere, prima di decidere il piano d’azione insurrezionale, qual era l’ul­tima parola dei possibili alleati (in primo luogo i farisei, ma anche gli zelo­ti, i battisti, gli esseni…), cioè su quali forze poteva effettivamente contare.

Cosa poi sia successo mentre Gesù e gli altri apostoli attendevano la risposta e mentre cercavano di sottrarsi alla cattura ritirandosi nel rifugio del Getsemani, è facile immaginarlo, anche se impossibile dimostrarlo. Ot­tenuta una risposta negativa o insoddisfacente, Giuda avrà deciso a quel punto di agire come la sua coscienza gli comandava.2

Quando si osservano atteggiamenti di questo tipo è difficile indivi­duare il meccanismo che li fa scattare. Indubbiamente la tendenza a credere che nelle situazioni di conflitto esasperato sia più facile conseguire determi­nati obiettivi di giustizia e di libertà, può diventare una forte sollecitazione interna. Normalmente, però, una convinzione del genere porta o a soprav­valutare le proprie forze o a sottovalutare quelle dell’avversario. Sia come sia, la logica fatalistica e insieme volontaristica del «tanto peggio tanto me­glio» resta assolutamente inaccettabile.

Il desiderio di creare situazioni-limite, altamente esplosive, senza tener conto delle reali forze in campo, riflette non solo una grande sfiducia nelle potenzialità delle masse, ma anche una concezione individualista del­l’esistenza, che facilmente sbocca verso soluzioni terroristiche o comunque velleitarie. Peraltro, proprio a queste soluzioni si deve – stando alla croni­storia di Giuseppe Flavio – la trasformazione della Palestina in un cumulo di pietre fumanti.

Note

1 Mc 3,18 non dice che Simone era «zelota» ma solo «cananeo». Lo dice tuttavia Lc 6,15, perché ai suoi tempi la parola «zelota» non aveva più il carattere imbarazzante che aveva ancora in quelli di Marco. Luca infatti fa «armare» i discepoli di Gesù (22,36), Marco no.

2 Chissà perché quando si pensa al tradimento di Giuda viene spontaneo fare un confronto con quello di Trotski nel 1918, allorché, in qualità di capo della delega­zione sovietica ai colloqui con i plenipotenziari tedeschi, egli infranse le istruzioni di Lenin, del Cc del partito e del governo sovietico, non sottoscrivendo le condizio­ni della Germania e rompendo le trattative di pace. Ovviamente i contesti, le moti­vazioni, le finalità sono del tutto diversi. Ma analoga è la modalità: entrambi decise­ro arbitrariamente il destino di un progetto di liberazione, violando decisioni colle­giali già prese. Come noto, il comportamento di Trotski e dei «comunisti di sinistra» fece il gioco dell’imperialismo tedesco, che così poté passare all’offensiva. Natu­ralmente il tradimento venne fatto nella convinzione d’essere nel giusto e nella spe­ranza di realizzare precisi scopi; tuttavia i risultati furono esattamente opposti a quelli previsti.

Il tradimento di Giuda

Gv 13,21-30

[21] Dette queste cose, Gesù si com­mosse profonda­mente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».

[22] I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapen­do di chi parlasse.

[23] Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.

[24] Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Chiedi chi è colui a cui si riferisce».

[25] Ed egli recli­nandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».

[26] Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.

[27] E allora, dopo quel boccone, sata­na entrò in lui. Gesù quindi gli dis­se: «Quello che devi fare fallo al più presto».

[28] Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;

[29] alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cas­sa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occor­re per la festa», op­pure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.

[30] Preso il bocco­ne, egli subito uscì. Ed era notte.

[31] Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio del­l’uomo è stato glo­rificato, e anche Dio è stato glorifi­cato in lui.

[32] Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glori­ficherà da parte sua e lo glorificherà su­bito.

Mc 14,18-21

[18] Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».

[19] Allora comin­ciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?».

[20] Ed egli disse loro: «Uno dei Do­dici, colui che in­tinge con me nel piatto.

[21] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quel­l’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Mt 26,21-25

[21] Mentre man­giavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradi­rà».

[22] Ed essi, addo­lorati profonda­mente, incomincia­rono ciascuno a do­mandargli: «Sono forse io, Signore?».

[23] Ed egli rispo­se: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

[24] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe me­glio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

[25] Giuda, il tradi­tore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Lc 22,22-23

[21] «Ecco la mano di colui che mi tra­disce è con me sul­la tavola.

[22] Il Figlio del­l’uomo se ne va, se­condo quanto è sta­bilito; ma guai a quell’uomo dal qua­le è tradito!».

[23] Allora essi co­minciarono a do­mandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.

*

Il primo evangelista a scrivere, Marco, non ha dubbi nel sostenere che se il Cristo «doveva morire» (ovviamente di morte violenta), perché così era «scritto nei cieli», egli non poteva non essere tradito da qualcuno dei suoi più stretti discepoli. «Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito!» (Mc 14,21). Matteo e Luca dicono la stessa cosa, e nessuno si rende conto che se questa scomparsa dipendeva dalla volontà divina, la colpa di Giuda andava di molto ridimensionata; la sua azione anzi veniva a configurarsi come provvidenziale nell’economia salvifica del padre eterno, che tutto predispo­ne con largo margine di anticipo sulle possibili scelte degli uomini. Questa in fondo è anche la tesi del vangelo di Giuda, uno degli ultimi apocrifi ritro­vati.

Giovanni invece, come al solito, è più sottile: è vero che nella par­te posticcia, aggiunta successivamente da un altro redattore, ribadisce la tesi sinottica (di origine petrina) della «morte necessaria», ma in quella più au­tentica fa capire, più realisticamente e anche più semplicemente, che Gesù temeva che qualcuno dei Dodici avrebbe potuto far fallire la causa rivolu­zionaria nel suo momento più critico.

I quattro evangelisti, che ragionano ex-post, cioè col senno del poi, assumono una posizione, nei confronti del tradimento di Giuda, che si può sintetizzare nelle seguenti. Gesù fece:

– un’affermazione esplicita relativa al fatto che qualcuno degli apostoli l’a­vrebbe tradito (Mc, Mt, Lc e Gv);

– un’affermazione esplicita sul fatto che il traditore sarebbe stato Giuda (Mt);

– una confessione riservata a Giovanni sul nome preciso del traditore (Gv).

Tuttavia solo i Sinottici sostengono che la decisione di tradire ven­ne presa da Giuda prima dell’ultima cena. Così scrive Marco: «Giuda Isca­riota andò dai capi dei sacerdoti per aiutarli ad arrestare Gesù. Essi furono molto contenti della sua proposta e promisero di dargli dei soldi. Allora Giuda si mise a cercare un’occasione per farlo arrestare» (14,10 ss.). Luca aggiunge che voleva farlo catturare «lontano dalla folla» (22,6). Matteo (26,14 ss.) sostiene che il tradimento avvenne soltanto per motivi economi­ci: Giuda era disposto a tradire dietro congruo compenso (le famose trenta monete d’argento). Quanto a Giovanni, egli si limita a dire che i capi dei sa­cerdoti e i farisei, dopo l’episodio di Lazzaro, avevano dato ordine di arre­starlo (11,49 ss.): non viene citata alcuna ricompensa, anche perché solo nel corso dell’ultima cena Giuda decise di tradirlo (13,2.27).

Già al momento della cosiddetta «moltiplicazione dei pani» Giuda – stando alla versione giovannea (6,70) – non aveva capito il rifiuto di Gesù di diventare «re» d’Israele, sul modello dei grandi predecessori, Davide e Salomone, e si era scandalizzato nel vedere che Gesù voleva scardinare le tradizioni politico-religiose del giudaismo classico. Se questa versione è vera, allora probabilmente egli non era rimasto molto entusiasta neppure dell’ingresso trionfale del messia a Gerusalemme, avvenuto qualche giorno prima dell’ultima cena, avente lo scopo di preparare l’insurrezione armata.

Ora poi, con la lavanda dei piedi, il suo imbarazzo doveva essere stato non meno forte di quello di Pietro, che ebbe l’ardire di manifestarlo esplicitamente. A dir il vero l’azione in sé era abbastanza consueta nella Pa­lestina d’allora. All’ospite che viaggiava per le strade polverose si offriva l’acqua per lavarsi i piedi. Chi aveva dei servi li utilizzava in quell’occasio­ne. Raramente però i discepoli lo facevano in modo spontaneo come segno di riverenza verso il loro maestro. Che fosse poi quest’ultimo a farlo nei loro confronti, era del tutto inconcepibile.

Dunque ammesso e non concesso che tale rito simbolico (non del battesimo, ma dell’umiltà) sia effettivamente accaduto, è fuor di dubbio che durante l’ultima cena non si deve aver parlato soltanto dei preparativi per l’imminente rivolta popolare, ma anche dei rischi cui si sarebbe andati in­contro nell’eventualità di un insuccesso. In quel particolare frangente tutti dovevano essere ben consapevoli che in gioco era la vita.

La coesione tra loro doveva essere massima, assoluto il rispetto delle regole. Il significato del racconto della lavanda dei piedi stava nel fat­to che gli apostoli avrebbero dovuto fidarsi del loro leader, che non aveva scelto la soluzione dell’insurrezione armata per spirito d’avventura o per ot­tenere un potere personale, ma unicamente per il bene del paese.

Per realizzare tale obiettivo egli era disposto anche al sacrificio della vita e chiedeva che lo stesso spirito di abnegazione animasse anche gli altri leader. Di fronte però al fatto ch’egli mostrasse con l’esempio servile della lavanda dei piedi tale proposito, Pietro, abituato a ragionare più in ter­mini politici che umani, rimase un po’ risentito e protestò. Egli infatti vole­va compiere la rivoluzione ad ogni costo e gli pareva quanto meno fuori luogo una preoccupazione di tipo «democratico» nel momento in cui si do­veva tirar fuori la spada per abbattere il nemico.

Nel racconto di Giovanni Pietro ostenta una certa permalosità, come se in realtà avesse detto: «Se non ti fidi di me, allora dimmi chiara­mente che mi escludi dall’impresa». Gesù infatti non stava mettendo in di­scussione il coraggio politico degli apostoli, ma la capacità di affrontare in maniera democratica degli eventi che sarebbero anche potuti sfuggire di mano.

Da questo punto di vista che vi sia stato il gesto effettivo della la­vanda dei piedi o una semplice chiacchierata sull’esigenza di rispettare le regole e di amarsi reciprocamente, non fa molta differenza. Se il Cristo, ad un certo punto, si risolse a ricorrere all’espediente servile, forse lo fece per­ché aveva a che fare con discepoli che non si rendevano sufficientemente conto dell’importanza della democrazia nei momenti rivoluzionari.

Se tutto fosse filato liscio, la vittoria sarebbe stata certa, ma non sarebbe stata scontata la gestione legale, umanitaria della vittoria. Si dove­vano evitare assolutamente gli eccessi contro la guarnigione romana, le ri­torsioni contro i collaborazionisti ebrei, le vendette private, gli eccidi di massa nel timore di una controrivoluzione interna, in una parola la violenza gratuita.

Anche perché il vero problema non era tanto quello di come vince­re nella capitale, quanto piuttosto di come resistere alla inevitabile controf­fensiva imperiale. La questione cruciale da affrontare sarebbe stata quella di come convincere la maggioranza della popolazione a organizzare una re­sistenza armata contro lo strapotere delle legioni romane, le più forti del mondo.

La gente comune infatti, per potersi muovere rischiando la vita, non ha soltanto bisogno di trovarsi in condizioni particolarmente difficili, ma anche di credere nella possibilità di una sconfitta del nemico. E questo atteggiamento va saputo gestire: il popolo non è carne da macello, non lo si può obbligare al sacrificio. Il popolo va persuaso in maniera democratica, lasciandogli la possibilità di scelta.

Chi pensa che un leader non si debba abbassare come un servo, al punto da lavare i piedi ai suoi discepoli, ha capito poco della democrazia e rischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione. Questa cosa la si evince anche da quanto il Cristo dice nel racconto di Lc 22,24 ss., che pur non ri­porta la lavanda dei piedi: «Secondo voi chi è più importante: chi siede a ta­vola o chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo».

Poiché gli evangelisti sostengono la tesi della «morte necessaria» del messia, è venuto loro spontaneo far dire al Cristo, con perentorietà, che il tradimento di uno degli apostoli non era affatto una eventualità remota, bensì una cosa inevitabile, soteriologicamente prevista, al punto che sin dal­l’inizio del racconto sull’ultima cena si fa capire al lettore ch’egli sapesse con sicurezza chi lo stava tradendo.

Il tono apodittico, usato per aumentare la tensione e la solennità degli ultimi avvenimenti, sta p. es. in parole o espressioni del genere: «Io vi assicuro» (Mc 14,18; Mt 26,20; Gv 13,21); «È stato stabilito per lui» (Lc 22,22); «Il Figlio dell’uomo sta per morire, così come è scritto nella Bibbia» (Mc 14,21; Mt 26,24); «Devono realizzarsi queste parole della Bib­bia: Colui che mangia il mio pane si è ribellato contro di me (Sal 41,10). Ve lo dico ora, prima che accada; così, quando accadrà, voi crederete che Io sono» (Gv 13,18 s.).

In realtà se avesse detto parole del genere, avrebbe subito creato un clima di terrore, di panico generale, di sospetti e diffidenze tali da ri­schiare di paralizzare la capacità decisionale di tutto il movimento, che in quel frangente così particolarmente delicato per i destini del paese, doveva assolutamente restare immutata.

Al massimo dunque egli può aver manifestato preoccupazioni di carattere generale, può aver ventilato delle ipotesi cautelative, al fine di scongiurare ogni pericolo, ogni imprevisto, nei limiti del possibile ovvia­mente. È da escludere a priori ch’egli abbia sostenuto delle certezze relative al tradimento, meno che mai può aver formulato il nome del traditore, né apertamente a tutti, né velatamente al discepolo prediletto.

Nel quarto vangelo Pietro, addirittura, vuol farsi dire da Giovanni, dopo che questi aveva ottenuto la confidenza da parte di Gesù, il nome del traditore, per poterlo fermare in tempo, coi metodi che possiamo immagina­re. Anche ammettendo questo ruolo «poliziesco» che Pietro avrebbe voluto avere nell’ultima cena, è davvero impensabile credere che, sapendo con cer­tezza il nome del traditore, lo stesso Cristo non avrebbe fatto nulla per scongiurare la possibile débâcle dell’insurrezione.

È invece possibile che Pietro abbia chiesto a Giovanni di farsi dire dal Cristo se aveva dei sospetti concreti, degli indizi precisi, ma va escluso categoricamente che Giovanni abbia ottenuto la confidenza sull’identità del traditore. Tutto quanto viene scritto nel suo vangelo in merito a quella con­fidenza personale, va considerato come un semplice espediente letterario, la cui finalità era quella di dimostrare o che Giovanni non aveva mai avuto alcuna stima di Giuda, oppure che Giovanni era superiore a Pietro. Ma a tragedia avvenuta egli si sarà chiesto mille volte come fosse stato possibile che nessuno degli apostoli si rendesse conto chi tra loro avrebbe tradito e che cosa si sarebbe potuto fare per evitare quella sciagura.

Il fatto è che nei vangeli tutto deve apparire esplicito: la necessità del tradimento e addirittura il nome del traditore. Scopo di questo è sostene­re la tesi della inevitabilità della morte del messia, la quale, a sua volta, è subordinata alla tesi della equiparazione del messia a dio. Se rifiutassimo di considerare mistificante questa spiegazione dei fatti post-eventum, si fini­rebbe col dover fare valutazioni molto imbarazzanti sul ruolo di taluni di­scepoli, in particolare proprio su quello di Giovanni.

Supponendo infatti ch’egli avesse ottenuto la confidenza da parte di Gesù, ascoltata nel mentre gli teneva il capo appoggiato sul petto, per quale motivo non avrebbe fatto nulla per impedire che il tradimento si rea­lizzasse? Perché non dire niente a Pietro? Quali considerazioni di opportu­nità può aver fatto per permettere a Giuda di agire indisturbato? Temeva forse che se Giuda fosse stato emarginato o addirittura giustiziato, la con­grega dei Dodici si sarebbe spaccata a metà, mandando a picco l’idea della rivoluzione?

Alcuni esegeti sono persino arrivati a sostenere che mentre per tut­ti gli altri apostoli la tesi della «morte necessaria» fu acquisita soltanto dopo la scoperta della tomba vuota, in Giovanni invece essa era chiara sin dall’i­nizio. Se così fosse, noi dovremmo affermare che proprio il discepolo pre­diletto sarebbe stato, in ultima istanza, uno dei principali responsabili della morte di Gesù!

Questo per dire che le esegesi di tipo confessionale generalmente non valgono nulla. Il fatto stesso che considerino quella riunione politica una sorta di cena mistica o rituale, nell’imminenza della Pasqua ebraica, le squalifica in partenza. In quel momento non si istituì alcun sacramento eu­caristico, ma la tattica della presa del potere, per realizzare la strategia del­l’insurrezione nazionale. È impensabile sostenere che in quella notte così decisiva, Gesù o Giovanni, pur conoscendo bene l’identità del traditore e ciò che di lì a pochissimo stava per compiere, avevano deciso di non fare assolutamente nulla per fermarlo.

Intanto va detto che Giovanni, scrivendo che solo a lui Gesù fece una personale confidenza, smentisce per così dire i Sinottici, là dove so­stengono che la certezza assoluta del tradimento e l’identità precisa del tra­ditore erano cosa nota a tutti gli apostoli, al punto che Giuda è in un certo senso costretto a svolgere il suo vergognoso ruolo. Tuttavia se confidenza ci fu, è da scartare a priori l’idea che Gesù volesse perorare una qualche causa fatalistica o irrazionalistica, del tipo «l’eroe deve morire» o «la verità sta nel martirio». Al massimo può aver chiesto al discepolo più fidato di vi­gilare sugli elementi più instabili, senza però creare una mini-rete spionisti­ca, che avrebbe finito col danneggiare gli interessi della squadra.

Tutta la ricostruzione della vicenda, fatta dagli evangelisti, risulta completamente falsata dall’idea mistica che Gesù fosse una sorta di extra­terrestre, dotato di poteri assolutamente straordinari, in grado di prevedere in anticipo qualunque tipo di scenario e, nello stesso tempo, capace di sal­vaguardare la libertà di scelta di ognuno. Cosa che, se anche per ipotesi fos­se stata vera, non sarebbe mai potuta apparire esplicitamente, proprio per evitare che gli apostoli nutrissero l’impressione di stare recitando una parte il cui copione era già scritto altrove. La chiesa non riesce a rendersi conto che quanto più si presenta Gesù come un dio, tanto più si toglie all’uomo ciò che lo distingue dall’animale, e cioè il libero arbitrio.

Sarebbe infatti paradossale pensare sia la seguente cosa che il suo contrario, sulla base della convinzione che Gesù fosse il figlio di dio: e cioè da un lato che il tradimento avrebbe potuto essere vanificato dal Cristo in qualunque momento (in tal senso Giuda avrebbe tradito soltanto per metter­lo alla prova, per spingerlo a trionfare sui propri nemici a tutti i costi, men­tre Giovanni per lo stesso motivo avrebbe taciuto); dall’altro invece che il tradimento rientrava nell’economia salvifica di dio, per cui andava accettato come una necessità inderogabile (in tal senso Giuda, senza sapere quello che faceva, avrebbe tradito per vedere se Gesù rifiutava il destino del «cali­ce», mentre Giovanni avrebbe taciuto, sapendolo bene). In entrambi i casi Giuda, a resurrezione avvenuta, sarebbe stato facilmente perdonato e a Gio­vanni sarebbe stato riconosciuto il privilegio di considerarsi il «discepolo prediletto».

Tuttavia, piuttosto che cadere in interpretazioni del tutto fantasio­se, gli esegeti farebbero meglio a immaginarsi una situazione molto più rea­listica, in cui da un lato si doveva decidere qualcosa che poteva mettere a repentaglio la vita di tutti, dall’altro si doveva in qualche modo evitare che la possibilità di un fallimento dell’insurrezione potesse dipendere non da cause di forza maggiore, assolutamente imprevedibili, ma da fattori sogget­tivi, come appunto la defezione di qualcuno o un tradimento all’ultimo mi­nuto.

Se dunque Gesù o Giovanni sospettarono qualcosa o qualcuno, ciò non poteva tradursi in un motivo sufficiente per bloccare del tutto il tentati­vo insurrezionale. La macchina era già stata messa in moto durante l’ingres­so messianico, anzi, ancor prima, durante l’episodio di Lazzaro, che i Sinot­tici tacciono perché evidentemente appariva troppo favorevole a una visio­ne politico-rivoluzionaria del Cristo. Ora la gente si aspettava qualcosa di risolutivo, anche perché, chi era andato incontro a Gesù e ai suoi discepoli coi ramoscelli d’ulivo chiamandolo «salvatore della patria», aveva sicura­mente rischiato qualcosa. In quell’occasione le guardie del Tempio e la guarnigione romana, nella adiacente fortezza Antonia, evitarono d’interve­nire proprio perché la folla era troppo numerosa. Noi non sappiamo chi avesse organizzato quell’evento spettacolare, in grado di mettere le autorità nel panico, ma non è da escludere che tra i registi vi fossero i seguaci di Lazzaro (Gv 12,17 s.).

Insomma il possibile tradimento di uno non poteva vanificare le speranze di molti. Se, pur sapendo su chi era meglio nutrire i maggiori so­spetti, si decise di proseguire comunque la missione, evitando di assumere atteggiamenti autoritari (quelli che invece avrebbe voluto prendere Pietro), il motivo probabilmente era che si pensava che il tradimento sarebbe rima­sto una possibilità teorica, destinata a rientrare da sola, a insurrezione avve­nuta con successo, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, esso non avreb­be avuto un effetto devastante sulla riuscita dell’impresa. I tempi cioè erano talmente maturi per una generale insurrezione anti-romana da rendere im­pensabile un’inversione di rotta. Sarebbe stata la forza degli eventi a ridi­mensionare la gravità del gesto o dell’intenzione di Giuda. Ormai non era più in gioco il solo destino dei Dodici o del movimento nazareno, ma del­l’intera nazione. Ormai il tradimento più grande non poteva più essere quel­lo di un apostolo, ma quello di un intero popolo nei confronti di se stesso.

Giovanni quindi, se effettivamente seppe o intuì qualcosa di preoc­cupante e non fece nulla per evitarla, non fu dettato da basse motivazioni opportunistiche relative alla tutela dell’unità della compagine politica, né – come alcuni hanno detto – perché non ebbe il tempo materiale per avvisare Pietro, ma, escludendo ch’egli pensasse che il messia fosse un dio troppo grande per non superare la prova di un tradimento così umano, semplice­mente agì sulla base di tre ragioni: la prima è che non si può dare del tradi­tore a qualcuno che ancora non ha tradito, la seconda è che nessuno, usando la forza, può impedire a qualcuno di tradire, la terza è che nessuno può to­gliersi volontariamente la speranza di credere che, nonostante la possibilità del tradimento, non verrà pregiudicata la riuscita di un progetto rivoluzio­nario.

Ma la domanda più difficile, che ancora non abbiamo posto, è un’altra. Nel racconto di Giovanni appare chiaro che dal momento in cui Gesù, con grande familiarità, porse un boccone di pane inzuppato a Giuda, al momento in cui questi decise di tradirlo, non passò molto tempo. Noi sia­mo propensi a credere non solo che alla domanda di Giovanni di sapere il nome del possibile traditore, Gesù non diede alcuna risposta, né esplicita né implicita, ma anche che lo stesso Giovanni, a tragedia finita, abbia cercato di associare, con un nesso causale che in quel momento non poteva esserci, la dichiarazione relativa al tradimento col gesto del boccone.

Cioè la sequenza degli eventi narrata da Giovanni: dichiarazione sul tradimento, boccone offerto a Giuda, decisione di tradire e, da ultimo, richiesta di compiere una missione («Quello che devi fare, fallo presto»), non può aver avuto questa successione cronologica, altrimenti si dovrebbe dare per scontata una cosa inammissibile, e cioè che Gesù «voleva» essere tradito.

Infatti la domanda più difficile cui dobbiamo rispondere è questa: cosa doveva fare Giuda di tanto urgente? Davvero l’esigenza di Gesù era quella di sapere se Giuda avesse o no intenzione di tradirlo? O si vuole so­stenere che gli chiese addirittura di farlo, come sostengono i credenti, che sostituiscono l’idea politica di «rivoluzione» con quella religiosa di «morte necessaria»?

Dopo aver esplicitamente ammesso ch’esisteva la possibilità, all’in­terno del Collegio, di una grave defezione, Gesù aveva di fronte a sé due al­ternative: o rinunciare del tutto all’impresa insurrezionale, uscendo dalla città in quella stessa notte; oppure chiedere agli apostoli di stare uniti e di controllarsi a vicenda, senza per questo dover creare tensioni insopportabili, in cui il solo sospetto avrebbe rischiato di procurare più danni dello stesso tradimento. Se sceglieva la seconda soluzione, non gli restava che affronta­re la decisione finale, e solo in tal caso diventa legittimo chiedersi: aveva senso rischiare di affidare a Giuda l’incarico più delicato per la riuscita del­l’insurrezione, quando i principali sospetti ricadevano proprio su di lui?

Sì, aveva senso. Giuda era stato incaricato da Gesù di compiere qualcosa che solo lui poteva compiere, probabilmente perché essendo nati­vo della Giudea aveva agganci o referenze nella capitale più che non molti altri apostoli, originari com’erano della Galilea (Pietro, non dimentichiamo­lo, verrà scoperto proprio a causa della sua parlata). Probabilmente non venne scelto nessuno degli ex-seguaci del Battista, in quanto già si sapeva che gli esseni avrebbero o non avrebbero partecipato all’insurrezione. Ven­ne forse scelto Giuda perché questi, negli anni passati, aveva frequentato ambienti farisaici progressisti o forse zeloti della Giudea, e si attendeva da costoro una definitiva presa di posizione. Difficile dire se dal rifiuto di tale adesione sarebbe dipeso il destino dell’insurrezione del movimento nazare­no o se questa si sarebbe comunque fatta.

In ogni caso non si trattava tanto di mettere alla prova il presunto traditore, quanto piuttosto di affidargli un incarico della massima responsa­bilità per la riuscita definitiva della strategia rivoluzionaria. Il fatto che Gio­vanni dica che, al sentire quella frase: «Quello che devi fare, fallo presto» (Gv 13,27), «nessuno dei commensali capì; alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: – Compra quello che ci occorre per la festa; oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri» (13,28 s.), questo fatto non può indurre a credere che gli apostoli fossero seguaci di un messia folle, intenzionato a farsi tradire per fare della propria morte un cul­to di tipo religioso.

È paradossale che nel momento decisivo dell’insurrezione armata gli apostoli non abbiano capito il significato della missione che Giuda do­veva compiere, o che abbiano addirittura ipotizzato che proprio nel momen­to in cui finalmente si poteva assicurare un futuro ai poveri, Giuda dovesse far loro la beneficienza! O che nel momento in cui si decideva l’insurrezio­ne popolare, Giuda dovesse preoccuparsi di acquistare le vivande per il giorno dopo! È difficile pensare che Giovanni, così sempre attento ai parti­colari, possa aver scritto simili assurdità.

Peraltro, che bisogno aveva di presentare le cose in modo tale da dover ribadire una tesi già espressa ad abundantiam nei Sinottici? Qui deve essere intervenuta pesantemente la mano di qualche revisore. Infatti da come le cose vengono presentate, sembra che Gesù non solo non abbia fatto nulla per evitare il tradimento, ma anzi abbia fatto di tutto per provocarlo. Infatti, se il solo Giuda non fosse stato incaricato di qualcosa di particolare, che soltanto lui quindi poteva compiere, difficilmente questi avrebbe potuto trovare un’occasione più favorevole. Ma se il Cristo voleva farsi prendere, perché nascondersi coi suoi discepoli nel Getsemani e non restare invece nel cenacolo? Non decise forse di nascondersi nel Getsemani per dare a Giuda una seconda possibilità di non tradirlo sino in fondo?

L’insurrezione non poteva certo essere compiuta da dodici militan­ti: la guarnigione romana comprendeva circa 600 militari, cui andavano ag­giunte le guardie del Tempio e i vari collaborazionisti ebrei: come minimo c’erano un migliaio di persone ben armate da affrontare. Non si poteva ri­schiare l’avventura, anzi, bisognava essere sufficientemente sicuri che l’in­surrezione avrebbe avuto successo. Tuttavia il Cristo aveva bisogno di una conferma, poiché non tutto era stato ancora deciso, o comunque non tutto poteva essere deciso da loro.

Qui non era tanto in gioco la necessità di sapere su quali discepoli Gesù poteva contare con sicurezza e su quali invece era meglio nutrire dei dubbi; qui ormai il problema era diventato quello di come organizzare gli ultimi dettagli di una sommossa annunciata. Gesù non poteva aver incarica­to Giuda di compiere una missione particolare al solo scopo di verificare se era un discepolo affidabile: non c’era tempo per una cosa del genere, anche perché tutti loro, trovandosi all’interno della città, nell’eventualità di un tradimento, non avrebbero avuto scampo.

Gesù doveva necessariamente fidarsi di Giuda, il quale doveva contattare gli alleati (i farisei progressisti, gli zeloti…) e, a un segnale con­venuto, far scoppiare la rivolta armata popolare quella notte stessa. Dal tempo che avrebbe impiegato, Gesù poteva capire se la rivoluzione era stata tradita oppure no, ovvero se era il caso di tentarla lo stesso, seguendo un percorso diverso, o se era meglio posticiparla di qualche tempo, anche se quello della Pasqua (che durava sette giorni) era sicuramente il migliore, a motivo dell’enorme affluenza di massa nella capitale.

Questo sul piano politico. Sul piano umano la questione è molto più complessa. La sequenza degli eventi dell’ultima cena, di cui si parlava prima, ha qualcosa di altamente drammatico: Gesù che porge a Giuda un boccone di pane intinto nel sugo (cosa che in quel momento non fa neppure col discepolo prediletto) e nello stesso tempo gli chiede di compiere la mis­sione decisiva per la riuscita dell’insurrezione. Qui è come se si toccassero in un punto incandescente le esigenze dell’umano e quelle del politico. Non è facile trovare in altre parti dei vangeli una situazione emotiva così carica di pathos.

Per un militante come Giuda, abituato forse a considerare il politi­co più importante dell’umano, i due gesti della lavanda dei piedi (che anche Pietro, in un primo momento, aveva rifiutato) e del boccone di pane inzup­pato rischiavano di provocargli una lacerazione interiore. A quel punto o lui capiva che l’umano non poteva restare subordinato al politico, ovvero che nel politico del Cristo c’era un umano non meno significativo, oppure tradi­va. Per dargli la possibilità di decidere liberamente e consapevolmente, il Cristo gli affida, riconoscendogli la fiducia che meritava, il compito più im­portante di tutta la sua vita.

Se Giuda avesse avuto delle riserve sostanziali sulla strategia ge­nerale del progetto politico, non avrebbe potuto o dovuto trovarsi lì in quel momento, né gli sarebbe stata affidata una missione così delicata. Ma il ge­sto del boccone voleva appunto significare che, anche nell’eventualità ci fossero state differenze sostanziali tra le sue idee e quelle del messia, non era quello il momento di farle pesare e il gesto di grande confidenza e di fi­ducia che il Cristo gli aveva manifestato, doveva appunto indurlo ad agire secondo quanto gli veniva chiesto. A meno che dei redattori burloni non si siano divertiti, con quel gesto, a far apparire il traditore in una luce incredi­bilmente spregevole.

Tutto ciò lo si comprende leggendo tra le righe del vangelo di Gio­vanni. Nei Sinottici è prevalsa la leggenda dei cosiddetti «trenta denari». A dire il vero solo Matteo parla esplicitamente di questa somma (26,15); Mar­co (14,11) e Luca (22,5 s.) sostengono che i sommi sacerdoti e i capi delle guardie si accordarono per dargli del denaro come ricompensa (non se ne specifica l’importo), denaro che poi Giuda accettò.

I trenta denari d’argento erano il prezzo che la legge mosaica fissa­va per la vita di uno schiavo ucciso (Es 21,32): è dunque impossibile non vedervi un’analogia; peraltro la fine che questo denaro ha fatto (gettato nel Tempio dallo stesso Giuda pentito), di cui parla il solo Matteo (27,3 ss.), è del tutto simile a quella descritta in Zc 11,13.

Ma a parte questo, ciò che davvero non si riesce ad immaginare è come Gesù potesse tenere, nel proprio entourage, un uomo così venale, e come abbia potuto affidare nel momento decisivo dell’insurrezione un inca­rico così delicato a un discepolo i cui ideali politici erano pesantemente condizionati dagli interessi economici.

Già il pensiero che Giuda fosse entrato nel movimento nazareno coll’intenzione di arricchirsi, pare assurdo, ma se anche così fosse stato, re­sta del tutto inspiegabile la decisione di chiedere come ricompensa, per la cattura del ricercato più pericoloso di quel momento, una cifra equivalente al salario mensile di un operaio medio.

Qui vi è sicuramente una leggenda da sfatare. Qualche esegeta, rendendosi conto dell’incongruenza, ha sostenuto l’idea che Giuda avesse chiesto del denaro semplicemente per rendere più credibile il tradimento. Tuttavia qui non si ha a che fare con un semplice traditore per denaro: che bisogno aveva infatti di accompagnare di persona la scorta armata per cat­turare Gesù e tutti i discepoli? Non sarebbe stato sufficiente indicare il luo­go del nascondiglio? Siamo davvero sicuri che Giuda non volesse sostituirsi al Cristo nella guida del movimento nazareno, dando a questo una fisiono­mia diciamo più «moderata»?

La dinamica della cattura, avvenuta praticamente senza spargimen­to di sangue, lascia pensare che le intenzioni dei militari fossero semplice­mente quelle di catturare Gesù, e il fatto che questi le accetti, permettendo ai suoi discepoli di fuggire, sembra confermarlo. Giuda non può aver tradi­to senza sapere che all’interno dei Dodici qualcuno avrebbe preso le difese di Gesù e qualcun altro avrebbe invece condiviso la sua iniziativa. E lo sco­po del suo tradimento più che esser quello di rinunciare all’idea di una libe­razione nazionale, al massimo poteva essere quello di rinunciare all’idea di compiere in quel momento un’insurrezione armata. Altrimenti non si com­prende perché sia rimasto tra i Dodici sino all’ultimo momento: era forse – come qualcuno ha detto – un infiltrato di Caifa?

La questione del denaro viene poi contraddetta dal fatto che, dopo aver constatato come il tradimento avesse comportato non solo il desiderato fallimento dell’insurrezione armata ma anche l’inattesa crocifissione del messia, egli prese la decisione d’impiccarsi. Se Giuda avesse tradito convin­to che Gesù ne sarebbe uscito sì sconfitto ma non giustiziato (e forse l’epi­sodio del bacio voleva essere una rassicurazione in tal senso), Giuda proba­bilmente non avrebbe avuto rimorsi, o forse non li avrebbe avuti così grandi o comunque non così in fretta. A meno che non si voglia sostenere la tesi – come alcuni hanno fatto – che il suicidio di Giuda sia stato in realtà un omi­cidio mascherato. In tal caso dovremmo ribaltare tutte le interpretazioni.

Giovanni, pur associandosi alla tesi sinottica secondo cui Giuda manifestava un certo interesse per il denaro (si ricordi l’episodio di Betania in cui egli contesta lo spreco del profumo profuso dalla sorella di Lazzaro sui piedi di Gesù), non riporta affatto il suicidio di Giuda, anzi, in tutto il racconto dell’ultima cena descrive l’atteggiamento di Pietro, impulsivo e contraddittorio, come più pericoloso per la riuscita dell’insurrezione, rispet­to a quello di tutti gli altri apostoli.

Non è quindi da escludere che l’accusa giovannea relativa al fatto che Giuda fosse un ladro (12,6) sia in realtà il frutto di una manipolazione successiva, influenzata dalla tesi sinottica. Non dimentichiamo che in Mat­teo, su cui pesano le maggiori responsabilità della caricatura «economicisti­ca» di Giuda, il nome del traditore viene svelato pubblicamente da Gesù (26,25).

Sia come sia resta da chiedersi il motivo per cui Giuda tradì e il motivo per cui si pentì d’averlo fatto. Tradì forse perché temeva l’insucces­so dell’impresa e lo fece nella convinzione che ai nazareni sarebbe stata ri­sparmiata la vita, essendogli stato così promesso? Cioè tradì come politico e si uccise come uomo? Giuda era un estremista o un moderato? Nel rac­conto di Giovanni la parte dell’estremista sembra caratterizzare più Pietro che Giuda. Tant’è che quando Giuda contestò lo spreco del profumo a Beta­nia, è probabile che non stesse affatto pensando al prezzo del profumo, quanto piuttosto al fatto che quella unzione regale fosse troppo prematura per l’esito della rivoluzione.

Qualcuno ha sostenuto che Giuda tradì l’uomo-Gesù, il democrati­co, perché così gli sembrava di valorizzare meglio il messia politico, quello rivoluzionario. Cioè egli tradì nella convinzione che mettendolo alle strette, di fronte all’eventualità di una sconfitta sicura, Gesù avrebbe rinunciato alle tentazioni «buoniste» (come in occasione dei «pani moltiplicati») e sarebbe passato decisamente all’attacco.

In realtà questo atteggiamento, diciamo «provocatorio», appartene­va più a Pietro che a Giuda, che invece rappresentava l’ala moderata dei Dodici, quella che cercava un compromesso col fariseismo progressista. Ma perché – ci si può chiedere – accettare un incarico decisivo ai fini della riu­scita dell’insurrezione quando si nutrono dei dubbi sul suo esito? Perché non dichiarare apertamente il proprio dissenso? Perché far pagare ad altri le proprie divergenze? E soprattutto, perché, dopo aver rivelato al nemico l’in­tenzione di compiere la rivolta armata, decidere di rivelargli il luogo segre­to del nascondiglio, accompagnando addirittura la coorte per catturare tutti gli apostoli? Giuda voleva forse sostituirsi al Cristo o dobbiamo credere alle versioni apocrife che lo vedono, essendo egli il figlio del fratello di Caifa, come un infiltrato antirivoluzionario sin dall’inizio?

Quel che è certo è che proprio la dinamica del tradimento esclude categoricamente la tesi della «morte necessaria». Infatti, quando Gesù si rese conto, dal ritardo di Giuda (la coorte romana andava preparata), che in­combeva sugli apostoli un gravissimo pericolo, aveva deciso di andarsene dal cenacolo, non volendo che alcuno fosse catturato. Probabilmente disse ad alcuni discepoli, prima di recarsi all’Orto degli Ulivi, che sarebbe stato meglio disperdersi o che non lo seguissero, onde evitare il peggio per tutti.

Fra i più impulsivi di nuovo Pietro, che subito esclama: «perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te» (Gv 13,37). E qui, come tutti ben sanno, Gesù rispose con quella frase ad effetto, relativa al canto del gallo successivo al triplice rinnegamento dell’apostolo. Una frase che venne messa dai Sinottici con un chiaro intento apologetico, quello di giu­stificare la divina preveggenza del Cristo. Una soluzione mistica, questa, si­curamente efficace nella sua semplicità, ma molto meno profonda di quella che vede il tradimento di Giuda come il compimento del disegno divino sul sacrificio del nuovo agnello pasquale, per il riscatto degli uomini dalla ma­ledizione del peccato originale. Giuda resta sì colpevole, ma solo sul piano morale, non su quello politico.

Nel vangelo di Giovanni si raggiunge poi l’apice del misticismo, sostenendo che proprio in virtù del tradimento subìto, Gesù ha potuto dimo­strare fino a che punto era grande il suo amore per gli esseri umani. Giusti­ficando il tradimento di Giuda, Giovanni ha giustificato il fallimento della rivoluzione, e con lui la chiesa intera ha giustificato il proprio tradimento.

Le varianti aggiunte al testo originario di Giovanni hanno sortito il loro effetto: l’ideologia dell’amore universale ha potuto sostituire l’esigenza della liberazione nazionale, e l’idea della «morte necessaria» ha potuto so­stituire quella della «rivoluzione possibile». Di fronte a queste mistificazio­ni persino il tradimento di Giuda diventa ben poca cosa.

Il tradimento di Giuda

Nella storia delle rivoluzioni o dei tentativi insurrezionali di tutti i tempi, i motivi che hanno indotto qualcuno dei protagonisti a tradire sono sempre stati, in genere, o l’estremismo o, all’opposto, il moderatismo.

Lenin nelle sue opere descrive due esempi famosi, che rientrano in queste categorie: quello di Kamenev e Zinoviev, che nell’imminenza della rivoluzione d’Ottobre dichiararono alla stampa la loro posizione contraria.

I due bolscevichi tradirono il fatto che quando in un’assemblea si finisce in minoranza, si deve comunque rispettare la volontà della maggioranza, che in quel momento aveva deciso di occupare il Palazzo d’Inverno, rovesciando il governo in carica.

Il secondo caso si verificò quando Trotsky fu inviato dal partito, nel 1918, a definire coi tedeschi la conclusione di un trattato di pace (quello che poi passerà alla storia col nome di Brest-Litovsk). Trotsky ad un certo punto assunse un’iniziativa personale che rischiò di portare la Russia bolscevica alla catastrofe.

Il primo esempio riguarda il moderatismo, il secondo l’estremismo. La storia è piena di questi esempi. Anche da noi il cosiddetto “compromesso storico” tra Moro e Berlinguer fu tradito, per il primo, dal conservatorismo della Democrazia cristiana e, per il secondo, dal terrorismo delle Brigate rosse. E Moro in prigione fu tradito dalla paura di tutti: destra, sinistra e gerarchia ecclesiastica, incapaci di considerare una vita umana superiore alla ragion di stato.

Nei momenti chiave degli avvenimenti rivoluzionari c’è sempre qualcuno che assume delle iniziative personali che rischiano di far fallire un progetto comune. Se vogliamo, tutta la storia del genere umano presenta dei momenti in cui l’azione individuale di taluni personaggi si pone in netto contrasto con le tradizioni consolidate o con la volontà manifesta di una determinata maggioranza.

Questi tradimenti hanno fatto nascere lo schiavismo, il servaggio, il lavoro salariato, il socialismo burocratico. Sono tutti tradimenti che l’idea di individualismo autoritario ha compiuto ai danni dell’idea di collettivismo democratico.

Lo schiavista è un individualista nei confronti dei propri schiavi, così come lo è il feudatario nei confronti dei propri servi della gleba, il capitalista nei confronti dei propri operai, il burocrate nei confronti dei propri cittadini.

Da questi tradimenti sono nate intere civiltà, poiché col tempo il tradimento di pochi si è generalizzato. Sono famose le parole che Rousseau scrisse nel suo Discorso sulla disuguaglianza: “Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”.

Da quando esistono questi fenomeni arbitrari, divenuti di massa, in cui il principio dell’individualismo è diventato legge dominante, chiunque vi si opponga, in nome di una nuova idea di collettivismo, rischia di apparire come un traditore.

Cristo appariva come un traditore agli occhi dei farisei e dei sadducei; Lenin appariva come un traditore agli occhi dei farisei e sadducei del suo tempo: i marxisti legali e gli economisti. Questo per dire che, nell’ambito delle civiltà antagonistiche, l’idea di tradimento è divenuta molto ambigua, difficile da decifrare.

Studiando i vangeli facilmente si scorge che il ruolo di traditore fu svolto dall’apostolo Giuda. La stessa parola “Giuda” è divenuta sinonimo di tradimento per antonomasia. Eppure l’esegesi laica moderna ha saputo individuare il tradimento anche nell’interpretazione della “tomba vuota” come “resurrezione”, e nell’interpretazione del fallimento della rivoluzione anti-romana come “ascensione” o come “figliolanza divina del Cristo” o come “parusia” o come “immolazione del figlio di dio” ecc.

Tutte le descrizioni mistiche, teologiche, sovrannaturali del Cristo sono un tradimento del suo messaggio. Noi stessi che lo diciamo rischiamo di apparire dei “traditori” agli occhi di chi ancora crede in quelle descrizioni. Ciò quindi sta a significare che tra “verità” e “tradimento della verità” vi è un rapporto così dialettico che non sempre è possibile stabilire dove stia l’una e dove il suo contrario.

È da quando sono nate le civiltà che non sappiamo più dove stia la verità, quella verità che molto faticosamente andiamo ancora a cercare e che spesso ci illudiamo di trovare nelle fonti storiche, pensando, erroneamente, che quanto più esse siano antiche tanto più debbano essere vere.

L’onestà degli uomini di buona volontà si vede proprio in questo sforzo continuo di cercare la verità delle cose. In tal senso commetteremmo una sciocchezza incredibile nel voler considerare Giuda il più grande traditore della storia, al punto da doverlo mettere in bocca a Lucifero, come fece Dante nel suo Inferno.

Trotsky, Kamenev, Zinoviev non furono uccisi da Lenin perché tradirono, non furono neppure espulsi dal partito (almeno finché Lenin rimase in vita). Essi ammisero d’aver sbagliato e tutto finì lì, anzi, col tempo, ricoprirono posti di grande responsabilità.

Errori e tradimenti venivano dati per scontati: l’importante era fare autocritica e sapervi porre rimedio. Nessuno, fino a Stalin, aveva mai pensato in Russia di avere il monopolio della verità.

*

Ora però veniamo a Giuda. Il Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato, interpreta le parole che Gesù disse a Giuda durante l’ultima cena: “Quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13,27), nel senso che Gesù “voleva” morire, e quelle parole stavano appunto a indicare a Giuda la richiesta di eseguire, senza discutere, un ordine autodistruttivo, che gli altri apostoli non avrebbero potuto capire.

E Giuda eseguì, per cui definirlo “traditore” non avrebbe senso, stando ovviamente a questa nuova fonte, il cui carattere tendenzioso è non meno evidente delle fonti canoniche.

D’altra parte gli stessi evangelisti e persino gli esegeti cattolici, quando affermano la tesi che Gesù “doveva” morire, in ottemperanza alla volontà divina, la quale aveva bisogno del sacrificio del “figlio” per riscattare gli uomini dalla maledizione del “peccato originale”, rendono il tradimento di Giuda meno grave di quel che sembra.

Giuda – questa la tesi ufficiale della chiesa cristiana – è un traditore sul piano soggettivo, avendo tradito per sua libera scelta, ma il suo tradimento era qualcosa di previsto nell’economia salvifica di dio, per cui oggettivamente risultava necessario (previsto addirittura dai profeti).

Da questa interpretazione così forzosa è nata poi l’idea di attribuire il tradimento soggettivo a una motivazione di ordine economico: i famosi “trenta denari”. Cioè Giuda non tradì in quanto politico di opinioni diverse, ma in quanto persona venale, abituata a rubare nella cassa dei Dodici (Gv 12,6).

A questo escamotage di dubbio gusto, che sicuramente servì per far apparire Giuda in una luce sinistra, i redattori dei vangeli si sentirono costretti proprio per giustificare il fallimento della rivoluzione anti-romana.

Il vero tradimento infatti non fu tanto quello individuale di Giuda, sempre prevedibile in una qualunque rivoluzione, quanto piuttosto quello collettivo che fecero gli apostoli nel momento del processo a carico di Gesù e che perpetuarono subito dopo la crocifissione.

Essi non ebbero il coraggio di prendere delle iniziative, di assumersi delle responsabilità, di proseguire il suo messaggio. Addebitarono il fallimento della rivoluzione a motivazioni pretestuose, quali appunto il tradimento di Giuda e interpretarono la scomparsa misteriosa del corpo del crocifisso in maniera capziosa.

Detto questo, noi non potremo mai sapere che cosa ci fosse dietro alla frase che Gesù disse a Giuda, incaricandolo di una precisa e urgente missione nell’imminenza dell’insurrezione armata: “Quello che devi fare, fallo presto”. I redattori si sono preoccupati di avvolgere quella frase in un alone di massima ambiguità.

È tuttavia ipotizzabile l’idea che il Cristo avesse bisogno di sapere su quali alleanze poter contare per paralizzare col minimo sforzo, col minimo spargimento di sangue, la guarnigione romana di circa 600 soldati stanziata nella capitale giudaica.

Giuda sapeva benissimo che l’insurrezione era imminente: l’ingresso trionfale in groppa all’asino, di qualche giorno prima, rendeva il Cristo il soggetto più pericoloso per i poteri occupanti e per quelli collaborazionisti. Purtroppo il movimento nazareno non volle accettare l’idea che la rivoluzione andasse fatta nonostante il tradimento di Giuda. Il vero tradimento infatti nasce sempre o dalla paura o dal non volerla ammettere.

Ma torniamo a Giuda. Oggi sappiamo che l’insurrezione doveva avvenire di notte e che i redattori dei vangeli ne mistificarono il racconto aggiungendo all’episodio dell’ultima cena vari aspetti di natura mistica, il più importante dei quali fu l’istituzione dell’eucaristia.

Gesù aveva affidato a Giuda una missione delicata ma decisiva ai fini della buona riuscita del piano strategico. Dal risultato di questa ambasciata, da compiersi in tempi brevi, si poteva capire se l’insurrezione andava fatta in un determinato modo o in un altro, o se addirittura era meglio rinunciarvi.

Perché Gesù affidò una missione così importante a un discepolo di cui sospettava la possibilità del tradimento? Com’è possibile sostenere che il Cristo avrebbe rischiato di far fallire una rivoluzione popolare soltanto per mettere alla prova la fiducia di un singolo apostolo?

Qui è evidente che i vangeli mentono. Non avrebbe avuto senso affidare un incarico di così grande rilevanza a una persona in cui non si riponeva piena fiducia. Dobbiamo anzi pensare che la scelta cadde su Giuda proprio perché, essendo egli di origine giudaica e non galilaica, sarebbe stato agevolato nel compiere la missione.

Noi non sappiamo se questa mediazione avesse come destinatari gli zeloti o i farisei. Sappiamo soltanto che tutti gli altri discepoli non potevano non essere a conoscenza di ciò che Giuda doveva fare. Probabilmente quando non lo videro tornare nei tempi previsti, cominciarono a temere qualcosa: p. es. che lo stesso Giuda fosse stato tradito e magari catturato dal nemico. Per questo decisero di nascondersi nel Getsemani. Non si nascosero pensando che Giuda li stava tradendo, ma, al contrario, che lui stesso era stato tradito da qualcuno.

Invece il traditore fu proprio lui. Lui indicò la strada alla coorte romana per la cattura del Cristo e dei suoi discepoli. Perché lo fece? Noi non abbiamo alcuna possibilità di saperlo, e forse non ne abbiamo neppure il diritto. Nessuno storico al mondo potrà mai sondare la profondità dell’animo umano e dire con sicurezza quali siano state le motivazioni che hanno indotto Giuda a tradire.

Un uomo che riceve l’incarico di predisporre le condizioni per la riuscita di un’insurrezione e che ad un certo punto compie qualcosa che ne determinerà il pieno fallimento, è un uomo la cui coscienza deve servirci soltanto come valore paradigmatico, come testimonianza di ciò che virtualmente ognuno di noi potrebbe fare trovandosi in situazioni analoghe. E questo non solo perché siamo esseri incredibilmente deboli e pavidi, ma anche perché siamo caratterizzati da contraddizioni inesplicabili, in quanto spesso diciamo una cosa e ne facciamo un’altra, facciamo una cosa pensando di ottenere il meglio e invece otteniamo il peggio. Prima di tradire i nostri compagni di lotta, noi tradiamo noi stessi.

Quindi solo in maniera astratta, ipotetica, si possono delineare le motivazioni di questo tradimento epocale. Le quali, per tornare a quanto detto inizialmente, possono rientrare soltanto in due categorie: l’estremismo o il moderatismo.

Se Giuda era tendenzialmente un moderato, tradì perché temeva che la rivoluzione non avrebbe avuto successo. E di ciò evidentemente si convinse nel mentre eseguiva il suo incarico da ambasciatore. Per cui non si sentì un traditore del Cristo più di quanto non si sentisse un sostenitore del proprio popolo, di cui temeva la tragica fine per l’inevitabile ritorsione da parte dell’invasore romano.

Il tradimento in questo caso stette nel fatto che Giuda non tornò a riferire agli apostoli della indisponibilità da parte degli alleati, ma assunse un’iniziativa personale, probabilmente sotto la pressione degli stessi alleati, i quali, non meno probabilmente, gli avevano assicurato che al Cristo non sarebbe successo nulla di irreparabile. Giuda in questo caso si fidò più dei suoi compatrioti che degli stessi apostoli.

S’egli invece era tendenzialmente estremista, si può pensare che la decisione presa di far catturare Gesù, dovette emergere proprio nel momento in cui si rese conto che per l’indisponibilità degli alleati la rivoluzione rischiava di fallire. Probabilmente egli temeva che il Cristo avrebbe di nuovo rinunciato a compierla, come fece quella volta in Galilea, quando ebbe a disposizione ben cinquemila persone pronte a marciare sulla capitale giudaica (è il racconto, mistificato dai redattori, della cosiddetta “moltiplicazione dei pani”).

Se questa interpretazione è giusta, allora Giuda deve aver pensato che la cattura di Gesù, tanto osannato da tutta la popolazione solo pochi giorni prima, avrebbe sicuramente indotto la stessa popolazione a intervenire e a cacciare i romani dalla città e dalla nazione, anche senza l’aiuto degli alleati cercati dal Cristo. L’istanza della rivoluzione non poteva sottostare alla volontà del suo leader più significativo. Cioè l’insurrezione avrebbe anche potuto essere fatta in maniera spontanea, senza una direzione ben organizzata. È la famosa logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

Ora, che Giuda sia stato un estremista o un moderato non fa più molta differenza. I tradimenti in genere avvengono quando, nell’interpretare la realtà, per tutelare gli ideali delle masse, la parte personale, soggettiva, tende a prevalere su quella collettiva, oggettiva, cioè quando l’io si sente in diritto di rappresentare i molti e in molti non lo riconoscono.

Per quanti sforzi si possano fare, non c’è modo di definire il concetto di “tradimento”, come non c’è modo di definire il concetto di “libertà” o quello di “coscienza”. In campi di questo genere vale in particolar modo la massima filosofica secondo cui “ogni definizione è una negazione”. Per cui alla fine è meglio tacere.