Storia di Israele

Dal primo censimento romano alla distruzione di Gerusalemme

La stragrande maggioranza delle notizie che abbiamo della Palestina del primo secolo proviene dai testi di Giuseppe Flavio, un militare ebreo che al tempo della guerra giudaica del 66-74 d.C. pas­sò dalla parte dei romani e contribuì alla disfatta del proprio popolo. A titolo di favore per i servizi resi l’imperatore Vespasiano gli permi­se di raccontare la storia di quelle vicende, cosa che egli fece pub­blicando due volumi: Guerra Giudaica (Mondadori 1982) e Antichità Giudaiche (Utet 2006)

È evidente che, per questa ragione, Giuseppe Flavio non può essere considerato uno storico attendibile, sia perché odiava a morte il partito zelota, che fu il protagonista principale di quella guer­ra, sia perché, per poter pubblicare i propri testi, non poteva mettere i romani in cattiva luce, almeno non più di quanto gli permettesse di fare il suo rapporto servile nei confronti di Roma.

D’altra parte anche gli Atti degli apostoli non possono essere considerati un testo storicamente affidabile, anzi, per molti versi, lo sono ancor meno di quelli di Flavio. I motivi sono semplici: i cristiani avevano in odio i capi giudei per aver fatto giustiziare il loro messia; inoltre il cristianesimo petro-paolino si poneva in netta antitesi all’e­braismo in generale, non avendo alcun interesse a realizzare una li­berazione politico-nazionale della Palestina. Peraltro tutte le affer­mazioni di Flavio riguardanti il coinvolgimento di Cristo e del suo mo­vimento alla lotta di liberazione nazionale, sono state in varie manie­re interpolate da redattori cristiani.

Questa ricostruzione sintetica si è avvalsa soprattutto del te­sto di S. G. F. Brandon, Gesù e gli Zeloti, Rizzoli, Milano 1983.

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Secondo il Vangelo di Luca la nascita di Gesù viene a coinci­dere col censimento ordinato dai romani il 6 d.C., allorché la Giudea venne incorporata per la prima volta entro il loro impero. Il censi­mento doveva servire per la ripartizione dei tributi, cosa che porterà, di lì a poco, alla nascita del partito di opposizione anti-romana degli zeloti. Secondo invece il Vangelo di Matteo, Gesù sarebbe nato po­chi anni prima della morte di Erode il Grande, che avvenne il 4 a.C.: una data importante per il popolo ebraico, in quanto dal 129 a.C., dopo essersi liberati, grazie ai Maccabei, della dominazione seleuci­de, gli ebrei avevano goduto dell’indipendenza nazionale.

Erode era stato odiato dagli ebrei per la sua origine idumea e per il suo filo-paganesimo, e tuttavia, sotto il suo regno, la Palesti­na non era stata costretta a pagare il tributo a un governo straniero né a vedere truppe straniere sul proprio territorio. Ma Erode non po­teva decidere, senza il consenso imperiale romano, chi avrebbe po­tuto succedergli. Infatti suo figlio Archelao dovette recarsi a Roma e, proprio in quella occasione, gli ebrei si ribellarono alle truppe roma­ne del comandante Sabino, ch’erano state inviate per mettere al si­curo l’ingente patrimonio dello stesso Erode. Gli ebrei, soprattutto i farisei e gli zeloti, volevano piena indipendenza nazionale, anche dagli erodiani.

Uno dei capi di questa sommossa era stato Giuda, figlio di Ezechia, che aveva occupato il palazzo erodiano di Sepphoris in Galilea, impadronendosi dei beni e delle armi. E come Ezechia era stato giustiziato, nel 47 a.C., dal giovane Erode, quando ancora que­sti era al servizio di suo padre Antipatro, prefetto del palazzo di Irca­no, ultimo sovrano asmoneo, così Giuda venne fatto giustiziare, in­sieme ad altri duemila (crocifissi), dal governatore romano della Si­ria, Varo, accorso in aiuto delle truppe romane stanziate a Gerusa­lemme, nel 4 d. C. Poco prima di morire, Erode aveva fatto giustizia­re due farisei, Giuda e Mattia, che avevano incitato il popolo a di­struggere la grande aquila dorata che il re aveva fatto innalzare sulla porta principale del Tempio di Gerusalemme.

L’imperatore Augusto decise di porre la Giudea e la Samaria sotto il diretto controllo di Roma, di cui appunto il censimento del 6 d.C. doveva costituire eloquente dimostrazione, dopo che aveva constatato quanto Archelao, nominato etnarca di quei territori nel 4 a.C. (fino al 6 d.C.), non fosse all’altezza della situazione.1 D’altra parte Roma temeva enormemente che tra le due province di Egitto e Siria fosse presente un territorio, quale appunto la Palestina, in stato di aperta ribellione.

L’incarico tecnico del censimento venne affidato a P. Sulpi­cio Quirinio, legato della Siria, cui veniva ora annessa la provincia di Giudea e Samaria. Procuratore di Giudea e Samaria era però Copo­nio, che governava quella provincia con pieni poteri, ivi incluso quel­lo delle sentenze capitali.

La reazione degli ebrei al censimento fu immediatamente ostile: un certo Giuda di Galilea (il Galaunita, della città di Gamala), appoggiato da un fariseo chiamato Saddok, provocò una rivolta, no­nostante il sommo sacerdote Joazar cercasse di dissuaderli. Due fi­gli di questo Giuda, Menahem e Eleazar, diverranno capi della gran­de guerra anti-romana che scoppierà nel 66 d.C. Questi rivoltosi fa­cevano parte del partito degli zeloti, che rappresentava l’ala progres­sista del fariseismo. Alcuni di questi zeloti si ritroveranno nel partito nazareno del Cristo (Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13).

Il partito zelote era radicale, estremista, teocratico, non di­sposto a transigere sui princìpi e non alieno all’uso di strumenti terro­ristici e di guerriglia urbana: molto difficilmente un episodio come quello della conversione di Levi-Matteo al discepolato del Cristo, avrebbe potuto trovare posto negli «Annali» delle loro attività. Eppu­re proprio la presenza di elementi zelotiani all’interno del partito na­zareno deve farci pensare che dopo la sconfitta degli zeloti, in occa­sione del censimento, chi ne raccolse l’eredità politica fu proprio quello del Cristo, anche se lo stesso partito zelote si riprenderà pro­prio dopo il fallito tentativo insurrezionale dei nazareni (una parte del movimento zelote confluirà anche tra gli Esseni).

Intorno al 9 d.C. a Coponio successe Marco Ambibulo, cui seguì Annio Rufo (12-15 d.C.). Intanto Quirinio, legato di Siria, ave­va deposto il sommo sacerdote Joazar, contro il quale il popolo si era rivoltato, e aveva nominato Ananus (suocero del famoso Caifa dei vangeli) suo successore. L’interferenza politica dei romani in questa prestigiosa carica religiosa era cosa del tutto inedita per i giu­dei. Il successivo procuratore, Valerio Grato (15-26 d.C.), deporrà e nominerà non meno di quattro sommi sacerdoti, assegnando infine la carica a quel Caifa che risulterà protagonista principale dell’esecu­zione del Cristo. Questo spiega il motivo per cui il clero del Tempio era caduto enormemente in discredito presso le popolazioni politica­mente impegnate a lottare contro Roma (non a caso durante la cac­ciata dei mercanti dal Tempio, da parte del Cristo, nessuno interven­ne per fermarlo).

Poi fu la volta di Pilato, nominato prefetto della Giudea nel 26 d.C.: vi rimase in carica fino al 36, cioè fin qualche anno dopo la morte del Nazareno. Pilato, che risiedeva a Cesarea Marittima, non era mai piaciuto ai giudei, perché troppo arrogante. Il primo inciden­te diplomatico, quando egli tentò di introdurre a Gerusalemme, di notte, le insegne dell’imperatore, che i romani già consideravano alla stregua di un dio, era avvenuto proprio all’inizio del suo mandato.

I giudei erano ormai prossimi alla rivolta quando Pilato prefe­rì rimuovere le immagini profane per evitare il bagno di sangue che ne sarebbe conseguito. È però probabile che Pilato avesse ordito una provocazione del genere, ch’era senza precedenti, su suggeri­mento di Seiano, il potente favorito di Tiberio, noto per le sue posi­zioni antisemite.

La seconda provocazione di Pilato è relativa al momento in cui fece esporre nel palazzo di Erode a Gerusalemme degli scudi dorati che recavano i nomi dell’imperatore e delle persone che gli avevano dedicato quegli scudi (probabilmente nell’iscrizione vi era un riferimento alla «divinità» dell’imperatore). I nobili della città prote­starono presso l’imperatore Tiberio che, per evitare incidenti, ordinò di rimuovere gli scudi contestati e di farli appendere nel Tempio di Augusto a Cesarea.

Un terzo incidente lo si ebbe quando Pilato, senza consulta­re le autorità civili ebraiche, impiegò parte del sacro tesoro del Tem­pio di Gerusalemme per finanziare la costruzione di un acquedotto che avrebbe portato acqua nella città: scoppiarono delle rivolte che vennero soffocate nel sangue dai romani.

Il quarto episodio riguardò lo stesso Gesù Cristo, preceduto dall’arresto di alcuni rivoltosi coinvolti in un’azione eversiva, di cui v’è traccia persino nei vangeli, pur sempre molto reticenti nel mostrare gli aspetti politici del Nazareno. Non dimentichiamo che Gesù fu cro­cifisso con altri due sediziosi e barattato con un altro ancora (Barab­ba). La data varia dal 29 al 33 d.C.

Infine, sotto la direzione di un loro leader, alcuni samaritani tentarono di radunarsi sul monte Garizim, a loro sacro, probabilmen­te per preparare una rivolta contro i romani. Pilato prevenne la sedi­zione inviando l’esercito: molti samaritani vennero uccisi e i capi del­la rivolta furono giustiziati. Ne seguì una formale protesta dei sama­ritani presso Vitellio, all’epoca legato della provincia romana della Si­ria, che diede loro ascolto e rimandò Pilato a Roma, sostituendolo con Marcello.

Rimosso Pilato dal suo incarico, Vitellio si recò a Gerusa­lemme durante una Pasqua, forse quella del 36 d.C., per ripristinare l’ordine nella nazione dei giudei. L’unica cosa che fece però fu quella di sostituire il sommo sacerdote Caifa con Jonathan ben Anano (36-37). L’anno dopo, per ordine di Tiberio, radunò le truppe a Tole­maide in vista di una spedizione punitiva contro Aretas, re di Petra. E su richiesta dei giudei evitò di far passare le proprie truppe attra­verso la Giudea. Tuttavia, quando tornò a Gerusalemme depose an­che il sommo sacerdote Jonathan, sostituendolo con Theofilo ben Anano (37-41).

Intanto giunse notizia della morte dell’imperatore Tiberio: Vi­tellio impose agli ebrei un giuramento di fedeltà a Gaio (Caligola), nuovo imperatore (37-41 d.C.), che diede prova del suo apprezza­mento per l’appoggio ottenuto, per la successione a Tiberio, da parte di Agrippa I, nipote di Erode il Grande, permettendo a quest’ultimo, nel 39 d.C., di ottenere la tetrarchia ch’era stata di Filippo, morto nel 34 d.C., insieme col titolo di re e, successivamente, anche la tetrarchia di Erode Antipa, deposto ed esiliato da Gaio in Spagna.

La luna di miele tra Roma e gli ebrei durò tuttavia molto poco. A Jamnia, sapendo che l’imperatore era ossessionato dall’idea di far accettare politicamente la propria divinità, i gentili, per ingra­ziarselo, fecero erigere un altare per offrirgli dei sacrifici. Gli ebrei della città reagirono immediatamente distruggendolo. Per vendicarsi Gaio ordinò al legato di Siria, Petronio, di erigere una colossale sta­tua dorata di Zeus all’interno del Tempio di Gerusalemme, com’era stato fatto nel 167 a.C. dal re Antioco Epifane.

Petronio si recò in Giudea, nel 39-40 d.C., con un esercito di due legioni e un forte contingente di truppe ausiliarie. Intanto Agrip­pa era riuscito a convincere Gaio a desistere da un proposito che avrebbe provocato un massacro generale. In cambio Gaio chiedeva che le comunità di gentili presenti in Palestina potessero erigere tranquillamente qualunque altare pagano. Il suo improvviso assassi­nio scongiurò la ribellione armata dei giudei.

Agrippa era abbastanza stimato dalla popolazione ebraica e persino dai romani, tanto che il nuovo imperatore Claudio, per pre­miarlo della fiducia mostrata contro le follie di Caligola, gli concesse di governare anche in Giudea, il che lo portava ad amministrare un’estensione territoriale equivalente a quella dell’antico regno di Erode il Grande, anche se sotto l’egida di Roma. Claudio intanto, nel 41 d.C., fu costretto a proibire l’immigrazione di molti giudei verso Alessandria, fuggiti da Israele per l’insostenibilità della situazione fi­scale e il processo di concentrazione della proprietà.

Stando agli Atti degli apostoli, Agrippa fece assassinare Gia­como, fratello di Giovanni, e incarcerare Pietro, che fu poi fatto eva­dere. Prima di questi fatti era stato eliminato Stefano, che accusava apertamente i sacerdoti giudei di aver fatto giustiziare Gesù. Pietro fu sostituito, alla guida della comunità cristiana di Gerusalemme, dal fratello di Gesù, Giacomo detto «il Minore» nel Nuovo Testamento.

Avendo intenzione di consolidare il proprio regno e temendo che i romani potessero rimuoverlo in qualunque momento, Agrippa chiedeva un appoggio esplicito da parte delle autorità giudaiche. E per questo in due occasioni si rese sospetto alle autorità romane. La prima quando tentò di ricostruire le mura settentrionali di Gerusa­lemme, da cui erano entrate le truppe sia di Pompeo nel 63 a.C. che di Erode e Sossio nel 37 a.C. (e da dove entreranno anche quelle di Tito nel 70 d.C.): gli venne impedito quando Vibio Marso, legato di Siria, informò del pericolo l’imperatore Claudio. La seconda occasio­ne fu quando invitò cinque principi, vassalli di Roma, ad una riunione a Tiberiade, per rafforzare delle intese politiche nelle province orien­tali dell’impero.

Agrippa morì improvvisamente nel 44 d.C., quando il figlio era ancora troppo giovane per succedergli: il che indusse Claudio ad amministrare direttamente tutti i suoi territori. Solo qualche anno dopo alcune parti del regno di Agrippa, che non riguardavano la Giu­dea, vennero assegnate al figlio Agrippa II.

La seconda amministrazione romana fu un disastro per le sorti della popolazione ebraica. Il procuratore Cuspio Fado (44-46 d.C.), il primo succeduto ad Agrippa I, fece giustiziare Tholomaios, che aveva provocato disordini ai confini con la Nabatea e l’Idumea. Poi fu la volta di Theudas, un predicatore politico che invitava i giu­dei ad attraversare il Giordano per rifugiarsi in una zona desertica della Transgiordania, da dove si sarebbero organizzati in funzione anti-romana: fu catturato e decapitato, e con lui molti altri.

Sotto il procuratore (ebreo apostata) Tiberio Alessandro (46-48 d.C.), succeduto a Fado, vennero crocifissi due rivoltosi zeloti, Si­mone e Giacomo (o Giacobbe), figli di Giuda il Galileo. Sempre al tempo di Tiberio Alessandro ci fu in Giudea una grave carestia, che per due anni ebbe conseguenze disastrose per buona parte della popolazione, non più in grado di pagare le tasse; e sotto il suo successore, Ventidio Cumano (48-52 d.C.), si ebbe una nuova strage di giudei durante le feste di Pasqua, in prossimità del Tempio di Gerusalemme, semplicemente perché gli ebrei radunati nei cortili per il culto reagirono immediatamente a un gesto osceno fatto da un soldato romano di servizio sul tetto del portico del Tempio.

Il secondo incidente si ebbe quando fu assalito e depredato un servitore dell’imperatore sulla strada che conduceva a Beth-oron. Il procuratore inviò truppe a saccheggiare i villaggi vicini, arrestando­ne i capi. Durante le operazioni un soldato romano bruciò una copia della Torah. Gli ebrei furono così furiosi che Cumano si risolse a giu­stiziare il soldato.

Il terzo incidente segnò la fine del mandato palestinese di Cumano. Tutto ebbe inizio con l’uccisione di alcuni galilei, in viaggio verso Gerusalemme, da parte degli abitanti di un villaggio samarita­no. I galilei chiesero vendetta a Cumano, che però non fece nulla. Allora i galilei chiesero aiuto ai giudei e questi si misero al seguito di un certo Eleazar, figlio di Deinaios, del partito zelota, che riuscì a massacrare alcuni samaritani. A questo punto Cumano intervenne con la forza, eliminando molti rivoltosi giudei. I samaritani però si ri­volsero a Quadrato, legato di Siria, perché svolgesse un’indagine. Questi fece giustiziare vari giudei catturati da Cumano e inviò a Roma in catene i sommi sacerdoti Gionata e Ananias, e il coman­dante del Tempio, Ananus. Grazie all’intercessione di Agrippa, que­sti ebrei ottennero un verdetto favorevole; viceversa Cumano fu esi­liato e un suo tribuno giustiziato in pubblico.

L’imperatore Claudio pensò di sostituire il procuratore Cu­mano con l’ex-liberto Antonio Felice (52-60 d.C.), il quale scandaliz­zò subito gli ebrei, sposando Drusilla, sorella di Agrippa, dopo aver costretto al divorzio il marito di lei. Subito dopo tentò di stroncare i numerosi movimenti messianici di quel periodo, e riuscì anche a cat­turare Eleazar, inviandolo a Roma, e a far crocifiggere molti zeloti al suo seguito, che i romani peraltro cominciarono a chiamare col nome di «sicari», in quanto eliminavano clandestinamente con una spada corta, in occasione di feste religiose, quegli ebrei di alto rango che collaboravano coi romani. Fu così p. es. che uccisero il sommo sacerdote Gionata.2

Al tempo di Felice un pericoloso sovversivo di origine egizia­na aveva raccolto una turba di circa quattromila persone con cui si preparava ad entrare con forza a Gerusalemme dal Monte degli Uli­vi. Felice non si lasciò prendere di sorpresa e riuscì a uccidere quat­trocento rivoltosi e a farne prigionieri altri duecento. L’egiziano riuscì a fuggire e i suoi seguaci continuarono a incitare i giudei a far guerra contro i romani.

Quando Nerone subentrò a Claudio, il procuratore Antonio Felice fu sostituito con Porcio Festo (60-62 d.C.), il quale si trovò su­bito in urto coi giudei, non avendo fatto nulla per impedire ad Agrip­pa II di costruire un palazzo che dominava dall’alto il Tempio di Ge­rusalemme. La cosa si risolse grazie alla mediazione dell’imperatrice Poppea, e Nerone sostituì Festo con Lucceio Albino (62-64 d.C.).

Lucceio non era ancora arrivato in Giudea, quando Agrippa II aveva nominato il sadduceo Ananus sommo sacerdote, il quale, senza chiedere alcuna autorizzazione ai romani, convocò il Sinedrio al fine di processare e far lapidare Giacomo (il Giusto), fratello di Gesù Cristo e capo della comunità cristiana di Gerusalemme. L’azio­ne suscitò le proteste di molti uomini influenti della città e Albino, al suo arrivo, sostituì immediatamente Ananus con Joshua ben Dam­neo (o Damnaios) (63 d.C.).

Albino fu persona particolarmente venale e corrotta, ma il suo successore, il procuratore Gessio Floro (64-66 d.C.), fu peggio. Costui infatti era particolarmente avido (metteva mano al tesoro del Tempio) e infliggeva ingiusti castighi, manifestando apertamente il proprio disprezzo per il popolo ebraico: p. es. non si accontentava di sedare le rivolte ma dava anche ordine alle truppe di saccheggiare le città. Fu lui, dopo essere stato costretto a ritirarsi da Gerusalem­me, a riferire a Cestio Gallo, legato di Siria, che la Giudea era in ri­volta.

In effetti Eleazar, comandante del Tempio e figlio del sommo sacerdote Ananus, con alcuni seguaci zeloti che si opponevano a Roma e ai collaborazionisti giudei, persuase i sacerdoti sadducei, nonostante l’opposizione dell’alto clero, a interrompere il sacrificio quotidiano offerto a favore dell’imperatore e del popolo romano, che si svolgeva presso il Tempio di Gerusalemme. Era non solo una rot­tura tra alto e basso clero, ma anche una provocazione esplicita nei confronti di Roma.

Gli zeloti arrivarono persino a distruggere la casa del sommo sacerdote Ananias e i palazzi dei dinasti erodiani Agrippa e Bereni­ce, e a incendiare gli archivi pubblici per impedire il recupero dei de­biti (di qui il loro successo presso le componenti rurali). Occuparono anche la fortezza Antonia.

Nell’estate del 66 d.C. registriamo anche l’attacco zelota alla guarnigione romana della fortezza di Masada, presso il Mar Morto, che viene occupata dal partito degli zeloti capeggiato da Menahem, un figlio di Giuda il Galileo, per ricavare armi in abbondanza e per di­fendersi in una roccaforte ben costruita.

Menahem arma un suo esercito e partendo da Masada mar­cia verso Gerusalemme, intenzionato a diventare capo dello zeloti­smo: al suo arrivo, gli zeloti costrinsero addirittura le truppe di Agrip­pa II ad arrendersi, mentre alla guarnigione romana non restava che rifugiarsi nelle tre torri erodiane. Il sommo sacerdote Ananias e suo fratello Ezekias furono giustiziati. Ma Menhaem entrò in conflitto con i rivoluzionari di Eleazar, che, non volendo riconoscerlo come «mes­sia galileo», lo uccisero a tradimento. I seguaci di Menhaem tornarono a Masada, dove elessero loro capo Eleazar ben Jair, pa­rente di Menhaem. Intanto Eleazar massacrava gli ultimi romani ri­masti in città.

Al sentire che a Gerusalemme non esisteva più alcuna guar­nigione romana, scoppiarono dei pogrom antisemiti a Cesarea, Fila­delfia, Gerasa, Pella, Gadara, Tolemaide, Gaza e in molte altre città del Vicino Oriente. Così nell’ottobre-novembre del 66 d.C. Gerusa­lemme e tutta la Palestina erano in rivolta. Il legato della Siria Cestio Gallio, su richiesta di Gessio Floro, entrò in Palestina con la XII Le­gione, arricchita anche da altri reparti di rinforzo, per normalizzare la situazione.

Partito da Antiochia con le sue truppe, Gallio distrugge e saccheggia alcune città della Galilea e della Samaria, incontrando scarsa resistenza, infine arriva ad assediare Gerusalemme. Qui tut­tavia indugia, temendo di non avere forze sufficienti per tenere in mano un’intera città; pur essendo già riuscito ad aprire una breccia nelle mura del Tempio, ordina ai suoi soldati di ritirarsi sul monte Scopus e poi d’interrompere l’assedio. La cosa lascia stupiti gli zelo­ti, che però ne approfittano subito, inseguendo la legione in ritirata e distruggendone totalmente la retroguardia.

Gerusalemme rimane completamente in mano dei giudei, che eleggono Giuseppe ben Gorion e il sommo sacerdote Ananus comandanti supremi della città liberata dai romani, con l’incarico speciale di organizzare i lavori per l’innalzamento delle mura più esterne.

Con la disfatta della XII Legione anche il resto della Palesti­na tornava in mano dei rivoltosi; vengono eletti dal Sinedrio vari capi che presidiano tutte le maggiori città: proprio in questo periodo Giu­seppe Flavio viene inviato a governare la Galilea, mentre Giovanni Zebedeo, con la sua Apocalisse, chiede ai giudeo-cristiani della dia­spora di appoggiare la rivolta con tutte le loro forze.

Intanto a Roma l’imperatore Nerone (nel 67 d.C.) sostituisce il legato di Siria, Cestio Gallio, col generale veterano Vespasiano e lo incarica, coadiuvato da Tito, figlio di Vespasiano, di disperdere i ri­belli. Il generale viene inviato ad Antiochia, la capitale della Siria, per assumere il comando delle legioni V e X. Nel frattempo Tito viene in­viato ad Alessandria per condurre la XV legione dall’Egitto alla Siria e unire le sue forze a quelle del padre: in tutto tre legioni, un certo numero di coorti ausiliarie, truppe fornite da re locali, amici dei roma­ni, per un totale di circa sessantamila uomini.

L’attacco alla Palestina avviene da nord, come già aveva tentato Cestio Gallio. Le truppe romane prima danno man forte alla città di Sepphoris, la più grande della Galilea, che era rimasta fedele a Roma. Poi attaccano tutte le altre città della Galilea in mano ai ri­belli giudei, bruciando ogni cosa, trucidando tutti i giovani e riducen­do gli altri in schiavitù. Giuseppe Flavio, dopo un tentativo di resi­stenza nella città di Jotapata, è costretto a fuggire e infine si conse­gna ai romani in cambio della vita e della promessa di aiutarli contro gli zeloti.

Mentre Vespasiano si assicura, non senza qualche rovescio di entità limitata, il controllo delle città della Galilea, a Gerusalemme il partito degli zeloti, appoggiati dagli Idumei, mette a morte molte personalità influenti della città, accusate di collaborare coi romani (il tradimento di Flavio aveva avuto un certo peso su queste accuse): anche il sommo sacerdote Ananus, che si era opposto agli eccessi dell’estremismo zelota, viene giustiziato dai rivoltosi. Intanto la co­munità monastica di Qûmran, presso il Mar Morto, viene completa­mente distrutta dai romani nel 68 d.C. Di essa si ritroverà la bibliote­ca solo nel 1947.

Nel corso di questi eventi e mentre Vespasiano si preparava a marciare per assediare Gerusalemme, giunse notizia che a Roma Nerone era morto e Galba gli era succeduto. Ma dopo circa sette mesi soltanto, Galba venne ucciso e salì al trono il suo rivale Ottone. Dopo poco tempo Vitellio, che era stato legato della provincia di Si­ria, s’impadronì del potere a Roma e la situazione divenne caotica. Di questa situazione gli ebrei non seppero approfittare per stringere alleanze con forze straniere.

Nel luglio del 69 d.C. Vespasiano viene nominato imperatore e quindi ritorna a Roma per assumere la carica, sicché le operazioni militari rimangono sotto il comando del figlio Tito. Il 69 d.C. passò alla storia come l’anno dei quattro imperatori: Galba, Ottone, Vitellio e, infine, Vespasiano, che prevalse sugli altri.

Tito raccoglie le tre legioni precedentemente comandate dal padre, aggiunge a queste la ricomposta XII Legione e, attraversando la Samaria, raggiunge abbastanza facilmente la zona di Gerusalem­me. All’interno della città il potere è detenuto da almeno tre capi ze­loti: Giovanni, figlio di Levi, detto anche Giovanni di Gischala, un ga­lileo ch’era fuggito dalla sua terra al tempo della conquista di Vespa­siano: ora governava il centro della città; Simone, figlio di Ghiora, che presidiava la cinta esterna e infine Eleazar, che gestiva il Tem­pio.

All’inizio la scarsità di viveri fece nascere alcune contese tra i vari partiti. Giovanni, fingendo di offrire un sacrificio, mandò uomini a massacrare Eleazar e i suoi, impadronendosi così del Tempio. La città si divise allora in due fazioni.

Gerusalemme a quel tempo aveva ben tre cinta di mura che erano state rinforzate e ulteriormente protette durante i mesi in cui i giudei avevano controllato indisturbati la città: non sarebbe stato fa­cile conquistarla. Intanto Giuseppe Flavio, che si trovava al seguito dell’esercito di Tito, teneva discorsi vicino alle mura della città per convincere i suoi connazionali ad arrendersi e a disertare dalla guer­ra, voluta, secondo lui, dal partito estremista degli zeloti.

I romani, forti della loro esperienza di assedio delle città, im­pedirono agli abitanti di fuggire e li costrinsero alla resa per fame. Giovanni di Gischala venne catturato e imprigionato a vita; Simone figlio di Ghiora, un altro capo zelota, sarà giustiziato durante le cele­brazioni della vittoria sui giudei. Dopo il Tempio, anche il resto della città di Gerusalemme venne abbondantemente distrutto e dato alle fiamme: le mura della città furono completamente rase al suolo tran­ne alcune torri strategiche. I morti furono centinaia di migliaia: soltan­to i prigionieri portati a Roma furono 97.000. Giuseppe Flavio parla addirittura di 1,1 milioni di morti, su una popolazione complessiva di circa 2,5 milioni. Tacito sostiene che i morti a Gerusalemme furono circa 600.000.

Chi descrisse con dovizia di particolari tutte queste cose fu Giuseppe Flavio, il quale però non fa mai alcun riferimento al movi­mento nazareno o cristiano. Anzi nei suoi testi tutti i riferimenti al Cri­sto o ai cristiani sono chiaramente interpolati, per cui essi non hanno alcun valore per riuscire a capire il contenuto politico del messaggio del Nazareno e dei suoi seguaci, né il ruolo che i cristiani ebbero nel corso della guerra giudaica. Si può soltanto presumere che, proprio in forza di quelle manomissioni, il messaggio del Cristo non era af­fatto di tipo etico-religioso come la chiesa cristiana ha sempre voluto far credere, a partire dalle tesi petro-paoline.

Non è infatti da escludere che Flavio vedesse i cristiani della prima ora in cattiva luce, proprio in quanto all’interno del movimento nazareno vi erano sicuramente degli elementi provenienti dall’area zelota. Sicché le interpolazioni cristiane nei suoi scritti possono an­che essere intese nel senso che Flavio parla bene non del «Gesù storico» ma del «Cristo della fede», proprio perché nelle parti omes­se dai cristiani ne parlava politicamente male.

È interessante tuttavia osservare che, secondo la tradiziona­le storia della Chiesa, durante la guerra del 66-74 i cristiani fuggiro­no a Pella, oltre il Giordano, evitando così di compromettersi con la rivolta. Come noto i Sinottici (Mc 13,1-36; Mt 24,1-51; Lc 21,5-28), scritti dopo il 70, contengono riferimenti alla distruzione del Tempio e alla guerra giudaica, fatti passare come eventi profetizzati dal Cristo. In ogni caso la comunità cristiana di Gerusalemme scomparve defi­nitivamente dopo il 70 e nessuno dei suoi documenti ci è stato con­servato (le lettere di Paolo, pur essendo state scritte prima, non con­tengono alcun riferimento alla storicità del Cristo e del movimento nazareno).

Negli anni successivi alla distruzione del Tempio, fino al 74 d.C. le operazioni di rastrellamento e di distruzione dei centri di resi­stenza dei ribelli continuarono con l’assedio e l’assalto alle fortezze di Masada, Macheronte, Herodium… Erano infatti rimaste attive delle roccaforti o delle fortezze in mano ai giudei. Uno degli ultimi episodi della guerra giudaica fu l’assedio e la conquista della fortezza di Ma­sada, avvenuto verso il 74 dopo Cristo. Quando i romani riuscirono a prendere e ad entrare nella cittadella fortificata, trovarono che i sol­dati ebrei avevano ucciso tutte le donne e i bambini e si erano suici­dati tutti quanti per non subire l’onta di cadere nelle mani del nemico (i morti furono 960). Gli ultimi zeloti rifugiatisi in Egitto furono stermi­nati.

Al tempo di Traiano, tra il 115 e il 117 d.C., si ebbe una se­conda rivolta dei giudei, questa volta della diaspora. La repressione romana fu violenta e secondo le cronache provocò centinaia di mi­gliaia di morti. Eusebio riporta anche che a Cirene il leader locale Andrea (o Lukuas) venne acclamato come Messia dalla popolazio­ne.

Una ribellione dei giudei ancora più grave ebbe luogo nel periodo 132-135 d.C., al tempo in cui l’imperatore Adriano aveva de­ciso di intraprendere una politica di massiccia ellenizzazione e roma­nizzazione della Palestina, che culminò con due provvedimenti gra­vissimi per i giudei: la proibizione della circoncisione sia ai pagani che ai giudei e la decisione di ricostruire la città santa di Gerusalem­me col nome di Aelia Capitolina.

Scoppiò così una guerra tra giudei e romani, l’ultimo grande conflitto che richiamava la grande aspettativa messianica giudaica. Capo della rivolta anti-romana questa volta fu Simon bar Koseba, un leader che il rabbino Aquiba, un esponente molto importante dell’e­braismo di quel tempo, aveva addirittura riconosciuto come Messia. Simon bar Koseba era chiamato anche Simon bar Kokhba, un nome di battaglia messianico che significava «figlio della stella», secondo la profezia di Nm 24,17.

Dopo un anno dall’inizio della rivolta l’esercito giudaico ave­va completamente annientato almeno una legione romana, forse due. In Palestina non c’erano più truppe romane, Gerusalemme era stata conquistata ed era stata insediata un’amministrazione ebraica. La rivolta arrivò a un passo dal successo e fallì principalmente per­ché a bar Kokhba vennero meno i suoi alleati.

Secondo un suo disegno grandioso, le truppe avrebbero do­vuto ricevere il sostegno di forze provenienti dalla Persia, dove risie­deva un gran numero di ebrei che godevano del favore della casa regnante. Ma proprio nel momento in cui Simon bar Kokhba aveva più bisogno del loro aiuto, la Persia subì l’invasione di tribù bellicose scese dalle montagne del nord, che richiese l’intervento dei soldati persiani e lasciò Simon privo dell’aiuto sperato.

Intanto in Siria, fuori dei confini della Palestina, i romani si riorganizzavano sotto la guida dell’imperatore Adriano, che aveva come comandante in seconda Giulio Severo, in precedenza abile governatore della Britannia. L’esercito romano composto di dodici le­gioni, per un totale di circa ottantamila soldati, invase di nuovo la Pa­lestina e con una tattica a tenaglia costrinse bar Kokhba a rifugiarsi a Beitar, il suo quartier generale, a pochi chilometri da Gerusalem­me (135 d.C.).

La seconda rivolta giudaica fu così ancora una volta repres­sa nel sangue, Gerusalemme, già abbondantemente distrutta al tempo della prima guerra giudaica, venne completamente spianata e divenne colonia romana col nome di Aelia Capitolina. Agli ebrei fu persino proibito di entrare nella nuova città, ricostruita completamen­te secondo il modello greco, e nel luogo dove sorgeva l’antico Tem­pio, distrutto dalle truppe di Tito e mai più ricostruito, venne eretto un Tempio in onore di Giove.

La guerra del 132-135 d.C. segnò la fine delle speranze messianiche del giudaismo e la scomparsa di tutta la tradizione apo­calittica giudaica. Da quel momento l’ebraismo verrà a coincidere con il rabbinismo di tradizione farisaica, che sostanzialmente è rima­sto fino ad oggi.

Note

1 Archelao aveva an­che permesso di ricostruire completamente l’insediamento esseno del Mar Morto, distrutto da un terremoto nel 31 a.C., e che costituirà una delle basi zelote al tempo della guerra giudaica.

2 Da notare che i sommi sacerdoti, pur essendo nominati, a partire dal regno di Agrippa I, dai dinasti erodiani e non più dai romani, avevano perso qualunque stima da parte della popo­lazione ebraica, proprio perché non erano disposti a un’insurrezione armata contro Roma.

Il viaggio verso Gerusalemme

I

Una cosa che nel vangelo di Marco non si può umanamente capire è il motivo per cui Gesù abbia deciso di recarsi a Gerusalemme sapendo in anticipo che l’avrebbero ucciso. Se voleva farsi catturare, non bastava che restasse in Galilea?

In tale vangelo Gesù predice per ben tre volte il suo destino di martire. Il motivo di questa scelta autolesionista sta sempre in ciò che avverrà dopo la morte: la resurrezione. È incredibile pensare che gli apostoli abbiano potuto accettare di seguirlo a queste condizioni. Voleva morire per poi risorgere: cioè in pratica avrebbe fatto una cosa insensata, per compierne poi un’altra del tutto impossibile, almeno per i comuni mortali. Chi mai nel mondo ebraico era riuscito a risorgere? O, anche ammesso che qualcuno vi fosse riuscito, chi mai, per farlo, aveva desiderato morire in modo violento? E perché scegliere per tale evento proprio Gerusalemme, la città che in questo vangelo è la più odiata di tutte? Gesù Cristo non poteva morire di vecchiaia, nella sua Galilea o in qualunque altro luogo, per poi risorgere tranquillamente? Se fosse morto in maniera naturale e poi avessero trovato vuota la tomba, non avrebbe insegnato ugualmente ch’esiste un aldilà, un regno dei cieli?

Marco, usando la tesi della resurrezione, non è in grado di spiegare con chiarezza la decisione di Gesù di farsi ammazzare nella Città Santa. Deve limitarsi a racchiudere quella decisione all’interno di tre profezie indefinibili, non interpretabili. Infatti qualunque cosa il redattore volesse aggiungere, rischierebbe inevitabilmente di far passare il Cristo per un folle ancora più grande di quello che umanamente appare, o lascerebbe comunque pensare che i suoi discepoli fossero completamente plagiati, privi delle loro facoltà mentali. Tant’è che sui discepoli è costretto a dire delle cose spiacevoli, al fine di cercare di giustificare la loro decisione di seguirlo.

In effetti, se il leader di un movimento popolare decide di farla finita con la sua vita, l’intero movimento può anche pensare di dover compiere un suicidio di massa, come avvenne p.es. a Masada, nel 73, quando si concluse la prima grande guerra giudaica. A volte l’autoesaltazione è così forte che si perde la capacità di distinguere il bene dal male. Si diventa fanatici di un’idea, disposti a compiere qualunque cosa pur di restarvi coerenti. La religione o l’ideologia in generale si trasforma in una sostanza psicotropa.1

Nel secondo annuncio della passione gli apostoli “non capivano le sue parole e temevano d’interrogarlo” (9,32). Cioè chi avrebbe potuto dissuaderlo, temeva d’essere redarguito severamente e preferiva passare per uno sprovveduto. Al terzo annuncio la stessa cosa: “erano turbati e pieni di timore” (10,32). Non solo perché rischiavano di perdere un leader di prestigio, ma anche perché loro stessi ne avrebbero pagate le conseguenze (e non si poteva certo sapere in anticipo in che misura o fino a che punto). Qui è evidente che l’evangelista ha trasformato il naturale timore che avevano gli apostoli di seguirlo per compiere l’insurrezione armata in un timore reverenziale di tipo religioso, avvolto in un mistero solenne.

Marco ritiene che i principali responsabili della morte di Gesù saranno “i capi dei sacerdoti e degli scribi”, cioè le autorità giudaiche, come mandanti, e successivamente i “pagani” (10,33), come esecutori, il “braccio secolare”. La differenza tra le tre profezie è che si precisa sempre di più chi saranno gli autori della sua morte violenta e che cosa gli faranno. Non si parla di Giuda, il cui tradimento – si dirà poi negli Atti degli apostoli (2,23) – rientrava nella “prescienza divina”2; né si parla del motivo per cui i pagani lo vogliono morto: Marco evita sempre di fare riferimento esplicito ai “Romani”, per ovvie ragioni opportunistiche, senza però rendersi conto che i sommi sacerdoti erano scelti dagli stessi imperatori.

Sembra che a Gerusalemme Gesù non salga con una folla di seguaci, ma solo coi Dodici: “attraversarono la Galilea, e Gesù non voleva che si sapesse” (9,30). Cosa vuol far capire Marco? Anzitutto che un ingresso nella capitale col solo gruppo degli apostoli non avrebbe potuto comportare alcuna idea politicamente eversiva; in secondo luogo che una folta presenza di seguaci avrebbe potuto indurlo a tradire il proprio mandato autoimmolatorio. Nessuno quindi deve saper niente, se non gli apostoli più stretti, i quali devono essere convinti che il loro leader va a Gerusalemme per uscirne sconfitto come uomo e vincitore come dio.

Inutile quindi affrontare il problema di chi, tra loro, sarà il maggiore, una volta entrati nella capitale. “Se qualcuno vuol essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (9,35). Tutte le questioni e le esigenze di tipo politico sono per questo Gesù – agnello sacrificale – assolutamente fuori luogo. Bisogna essere puri e innocenti come bambini (9,36 s.), senza usare scaltrezze di alcun genere. Non è necessario cercare alleanze strategiche o punire chi scaccia i demoni nel nome di Gesù, pur non facendo parte del suo movimento. La vita va affrontata con filosofia, sul piano meramente etico, poiché “chi non è contro di noi, è per noi” (9,40), anche se non è “con noi”.

Da notare che quanto più Gesù s’avvicina a Gerusalemme, tanto più il vangelo di Marco pone sotto accusa i fratelli Zebedeo e, in particolare, Giovanni, cioè colui che sarà il principale avversario di Pietro a motivo dell’interpretazione forzata della tomba vuota come “resurrezione”. Giovanni viene citato negativamente sia in 9,38 che in 10,35, facendolo passare per un settario e, insieme al fratello, per un ambizioso, al punto che gli altri apostoli cominciarono a indignarsi con loro (10,41).

I redattori di questo vangelo fanno dire a Gesù parole terribili contro chi, nel movimento cristiano, predica azioni rivoluzionarie in senso politico: “Chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono [cioè gli ingenui, quelli che non fanno politica], meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare” (9,42). Questo in pratica voleva dire che gli intellettuali con manie rivoluzionarie dovevano rassegnarsi, se volevano continuare a militare nella comunità cristiana; e che, inoltre, dovevano educare i fedeli a credere soltanto in una salvezza ultraterrena.

II

Le due pericopi del matrimonio e del giovane ricco riguardano unicamente la perfezione morale. Succede sempre così: là dove si rinuncia a una lotta di liberazione nazionale, si è poi costretti, se si vuole mantenere alto l’ideale di vita, a proporre comportamenti di tipo “assolutistico”, per i quali occorre una disciplina di ferro, una categorica decisione esistenziale. Peccato che proprio in questo modo si creino soltanto dei mostri.

Vediamo anzitutto la questione del matrimonio. La pericope è ambientata in Giudea: Gesù viene interrogato dai farisei, i quali gli chiedono se un uomo può separarsi dalla moglie per qualsiasi motivo e prenderne un’altra. La legge mosaica lo permetteva, anche se fino a un certo punto. Infatti in Dt 24,1 è detto che l’uomo poteva ripudiare la moglie solo in presenza di qualcosa di “vergognoso” (in genere la fornicazione), e in Lv 20,10 è scritto che la pena di morte per il reato di adulterio doveva prescindere dalla differenza di genere.3

Quindi in sostanza al tempo dei farisei si era proceduto a un’interpretazione forzata (estensiva) delle disposizioni mosaiche. Il che non esclude che col tempo, in ambito giudaico, si fosse data la facoltà di divorziare facilmente proprio perché il tradimento era divenuto non l’eccezione ma la regola. È abbastanza naturale che un legislatore pensi di risolvere un male maggiore con un male minore. D’altra parte salvaguardare forzosamente delle apparenze, in un matrimonio eticamente distrutto, è soltanto fonte di un’ipocrisia insostenibile. Il che però non dovrebbe portare a usare il male minore per giustificare quello maggiore. Evidentemente ai tempi del Cristo s’usava il libello del ripudio con la stessa leggerezza con cui ai tempi di Mosè, o a quelli successivi, gli uomini tradivano le mogli.

Cosa risponde Gesù? “È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma” (10,5).4 Qui egli sembra riferirsi ai soli Giudei, i quali – come noto – erano maschilisti, nel senso che il diritto alla separazione non era reciproco, in quanto alle donne era concesso solo per gravi motivi. Strano però che una domanda del genere gli venga rivolta dal gruppo religioso più restrittivo sulle questioni morali. Sotto questo aspetto non si capisce che tipo di risposta si aspettassero da Gesù. Se per loro era pacifico il divorzio unilaterale da parte dell’uomo, perché porgli una domanda del genere? Evidentemente nutrivano qualche dubbio sul valore della legge mosaica (o sulle interpretazioni che se ne erano date), la quale, in questo, risultava molto meno democratica di quelle presenti nel mondo greco-romano. Se invece non era pacifico, perché lo vogliono mettere alla prova (10,2)?

Detto altrimenti: se per loro la legge di Mosè andava superata, avrebbero dovuto essere contenti della sua risposta. Se invece ritenevano giusto il divorzio unilaterale e lui si fosse espresso a favore dell’uguaglianza di genere, in che maniera avrebbero potuto contestarlo? Chiunque infatti si rendeva conto che la facilità con cui si scriveva l’atto di ripudio unilaterale, senza ascoltare le ragioni della controparte, era un privilegio ingiustificato. Lo stesso Gesù può facilmente riconoscere ch’esso era stato concesso per l’egoismo dei maschi. Mosè infatti doveva aver pensato che fosse meglio un ripudio unilaterale che un matrimonio forzatamente indissolubile, in cui l’uomo, sessualmente debole, finisce col tradire la moglie, creando situazioni insostenibili anche per i figli.

Tutta la pericope, quindi, non sta in piedi. La stessa risposta di Gesù non ha un vero senso etico. Infatti egli sostiene che la coppia deve restare unita non tanto finché c’è l’amore, quanto perché lo vuole Dio. Chi si separa, uomo o donna che sia, commette adulterio. La sua è un’eguaglianza al negativo, in cui l’amore ha un ruolo subordinato. A una forzatura unilaterale a favore del maschio ne propone un’altra a sfavore di entrambi i coniugi.

Quindi, una volta sposati, il matrimonio andava considerato indissolubile. Marco non prevede neppure l’eccezione del concubinato presente in Mt 19,9. Se si deve stare insieme perché Dio ha voluto così sin dagli inizi della creazione, l’amore diventa facoltativo. Più importante dell’amore è la fedeltà reciproca.5

Ma la cosa più stupefacente è un’altra, che è poi quella che invalida, in maniera definitiva, l’attendibilità dell’intera pericope. L’autore fa parlare Gesù in maniera del tutto astratta, in quanto viene messo a confronto un periodo edenico, di tipo comunistico, con uno invece basato sullo schiavismo. Infatti egli afferma che in origine non ci si separava, si era una carne sola, ecc.; e poi afferma che quella condizione relazionale la si dovrebbe vivere anche nelle società antagonistiche, basate sui conflitti di classe, e quindi, inevitabilmente, di genere. Come se fosse la cosa più facile del mondo amarsi là dove i conflitti sono la regola o solo perché in origine Dio voleva così.

Gesù fa un discorso moralistico senza mettere in discussione le fondamenta che reggono in piedi i sistemi oppressivi. Ma questo dipende dal fatto che quando Marco fa il purista sul piano etico, lo scopo è quello di non offrire alcuna prospettiva su quello politico. Non a caso subito dopo questa pericope fa fare a Gesù l’elogio dei bambini, che sono la categoria sociale più vicina al sentire dell’uomo primitivo: “Chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto” (10,15). Vivere “come bambini” in società dominate dai conflitti sociali, senza che di queste realtà si vogliano rovesciare i presupposti, è davvero possibile? è davvero auspicabile o conveniente? Come potevano i lettori cristiani di origine pagana accettare un’intransigenza del genere? Avrebbero fatto del rigore morale il principale motivo di distinzione rispetto a tutti gli altri credenti?

III

Vediamo ora il secondo racconto, quello del giovane ricco (10,17 ss.)6, qui collocato perché in fondo assomiglia molto al precedente: è la stessa ideologia della perfezione morale con cui supplire alle deficienze della politica.

Il giovane chiede a Gesù come essere “perfetto”7, e Gesù, invece di fargli capire che per compiere una liberazione nazionale non occorre essere eticamente perfetti, altrimenti pochissime persone si sentirebbero autorizzate a compierla, gli assicura – da “buon cristiano” – che si può essere eticamente perfetti anche in una situazione di gravi conflitti sociali. L’importante è non lasciarsi condizionare dal potere economico (di qui la necessità ch’egli venda tutte le proprie sostanze), rinunciando altresì al potere politico, che corrompe non meno di quello economico.

Tuttavia il giovane era molto facoltoso, per cui rinunciò a vendere tutti i propri beni e a distribuirne il ricavato ai poveri. Gesù gli aveva anche proposto di diventare suo discepolo, ma a una condizione pauperistica tale che quello non se la sentì di accettare.

Morale della favola? L’autore del vangelo non solo rifiuta tutto ciò che proviene dal giudaismo (in particolare il potere dei sadducei, l’ipocrisia dei farisei e il legalismo degli scribi), ma rifiuta anche la posizione di chi vorrebbe diventare cristiano senza rinunciare alle proprie ingenti ricchezze. Pietro rappresenta l’ideologia piccolo-borghese che, da un lato, si pone degli obiettivi etici esigenti, cui ovviamente non potrebbero aspirare i ceti benestanti, mentre, dall’altro, è incapace di compiere una vera rivoluzione politica, non avendo piena fiducia nella volontà popolare.

In questa pericope le stranezze sono più di una, ma non le vedremo tutte. Per esempio, gli apostoli si stupiscono che i ricchi non possano convertirsi al cristianesimo. Levi, Zaccheo, Giairo, Nicodemo, Cuza, Giuseppe d’Arimatea… non erano certo degli emarginati o degli spiantati. Dunque perché togliere ai ricchi questa possibilità? Sarebbe stato sufficiente chiedere loro di mettere i beni in comune con gli aderenti alla comunità, come viene appunto fatto negli Atti degli apostoli (2,44 ss.). Che bisogno c’era di accettarli come discepoli previa la vendita di tutti i loro averi? Nei passi paralleli di Matteo (19,18) e di Luca (18,20) non viene neppure detto che il giovane “non doveva frodare”.

Qui sembra che Gesù parli come un leader politico che vuol compiere una rivoluzione anche contro le classi più agiate, che di regola campano sfruttando i più deboli. Ma è solo un’apparenza. Infatti dice agli apostoli che se anche loro hanno lasciato tutto, nel regno dei cieli riavranno tutto e con gli interessi (10,30). In questa valle di lacrime devono purtroppo abituarsi a patire “sofferenze” d’ogni genere, anche se il fatto di passare per martiri dovrebbe renderli fieri.

D’altra parte, che abbiano o non abbiano qualcosa, agli uomini è impossibile salvarsi – Marco lo fa dire chiaramente a Gesù -; possono soltanto mettersi nelle mani di Dio (v. 27). Su questa Terra nessuno riuscirà mai ad essere completamente perfetto. Gesù stesso, rivolgendosi al giovane, arriva a dire, piuttosto paradossalmente: “Perché mi chiami maestro buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio” (v. 18). “Buono” ovviamente stava per “perfetto”: un aggettivo che serviva proprio per smontare l’idealismo di cui il giovane faceva mostra.

Eppure nel vangelo di Marco tutto ciò che Gesù fa e dice serve proprio a dimostrare ch’egli era l’unico a essere “buono”. Strano, quindi, ch’egli contesti un appellativo del genere rivolto a se stesso. Sembra quasi che l’autore l’abbia messo per evitare che qualcuno potesse sostenere l’inutilità di credere in Dio, visto e considerato che Gesù non gli era da meno. Infatti se Gesù era “perfetto”, a che pro credere in Dio? Chi ha detto che non si può essere “buoni” restando su posizioni ateistiche? Chissà, forse per questo Matteo, che cerca di parare in anticipo tutte le possibili obiezioni alle frasi di Gesù, ha preferito scrivere non “Maestro buono”, bensì “Maestro, cosa devo fare di buono…?” (19,16).

IV

Il terzo annuncio della passione è una ripetizione, più dettagliata, del secondo, per cui non val la pena esaminarlo. Semmai ci si può chiedere di che cosa debba essere considerato una mistificazione. È fuor di dubbio, infatti, che la decisione di entrare a Gerusalemme per compiere un’insurrezione armata non poteva esser stata presa a cuor leggero. Non avevano a che fare con un nemico qualunque, ma col più grande impero schiavistico della storia antica, con l’esercito più agguerrito e meglio armato. Se, nonostante questo, il movimento nazareno pensava di farcela, doveva avere delle buone ragioni. E la prima buona ragione – che qui però non appare – doveva per forza essere determinata da un grande seguito popolare, in grado di andare ben oltre i confini della Galilea.

Delle due, infatti, l’una: o il Cristo era un pazzo irresponsabile, ovviamente non nel senso in cui lo presentano i vangeli (quello del martire suicida), ma nel senso del politico incapace di valutare con realismo e obiettività le forze in campo; oppure una possibilità doveva esserci, probabilmente di livello anche superiore a quelle che gli ebrei cercarono di sfruttare nei decenni successivi. Gesù infatti cercava consensi a 360 gradi, non voleva imporsi con un colpo di stato, né voleva che un territorio prevalesse sugli altri (p.es. la Galilea sulla Giudea, come volevano gli zeloti), né che l’insurrezione nazionale venisse gestita da un unico partito o movimento.

Peraltro Gesù, pur avendo vissuto vari anni della sua vita in Galilea come profugo, era un giudeo, conosceva bene la sua terra, poteva contare su due apostoli d’eccezione, come Giacomo e Giovanni, i quali provenivano dagli ambienti del Battista, e poteva contare anche su Giuda, che probabilmente veniva dagli ambienti farisaici progressisti. Nella sua cerchia più ristretta non aveva solo esponenti dello zelotismo. E noi non sappiamo se avesse anche un affiliato proveniente dalla Samaria: sappiamo solo che qui lo accolsero con molto entusiasmo dopo che aveva cercato di epurare il Tempio dalla casta sacerdotale corrotta.8

Entrando in Giudea e avvicinandosi il momento di salire a Gerusalemme, l’importanza, tra i Dodici, di Giacomo e Giovanni andava crescendo. Marco però, che riflette le posizioni di Pietro, ne approfitta per metterli in cattiva luce9, come aveva già fatto a carico di Giovanni nel secondo annuncio. I due, quando Gerusalemme sarebbe stata occupata, pretendevano di porsi come luogotenenti del messia, come principali ministri per la gestione della città e della resistenza armata contro Roma.

A questo punto Marco, che deve assolutamente censurare le questioni politiche, fa dire a Gesù una frase che nel contesto sarebbe stata priva di senso. “Voi non sapete quel che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo?” (10,38). Cioè – parafrasando la domanda – “volete equipararvi a me nella ricerca del martirio?”. L’insensatezza di questa frase sta proprio nel fatto che se tutti gli apostoli fossero stati convinti che, entrando a Gerusalemme, Gesù sarebbe stato sicuramente ammazzato, nessuno l’avrebbe seguito. Al massimo, infatti, potevano avere qualche timore, non la certezza assoluta. In fondo quando si fanno le rivoluzioni, è impossibile evitare un certo margine di rischio personale, anche molto grave: non si stanno compiendo delle semplici riforme, ancorché di rilievo.

Tuttavia l’insensatezza maggiore, nella pericope, deve ancora venire. In effetti, se ci pensiamo bene, anche Giacomo e Giovanni avrebbero potuto dire ch’erano disposti al martirio, pur di fare la rivoluzione. Più avanti Pietro dirà la stessa cosa, cioè ch’era disposto a morire per Gesù, pur di salvargli la vita. Il fatto è però che Marco non vuole presentare Gesù come politico, bensì come teologo. Di conseguenza egli deve far passare i due discepoli come altamente presuntuosi, non perché hanno dichiarato di voler diventare ministri di spicco del messia politico, né perché erano disposti a lasciarsi martirizzare senza battere ciglio, ma proprio perché stavano chiedendo una cosa che in nessun modo Gesù avrebbe potuto soddisfare.

Marco mistifica così tanto le cose che nel suo racconto Giacomo e Giovanni stanno chiedendo di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel “regno dei cieli”. Cioè essi si stanno proponendo come suicidi in nome di Gesù, a condizione d’avere un posto privilegiato nell’aldilà. Al che Gesù è costretto a dire: “Voi certo berrete il calice che io bevo…, ma quanto a sedersi alla mia destra e alla mia sinistra, non sta a me il darlo, ma è per quelli a cui è stato preparato” (10,39 s.).10

In pratica Marco detesta così tanto i due discepoli (e in questo riflette la posizione di Pietro), che li fa passare come superbi nei confronti di Dio, cioè superiori allo stesso Gesù. Una cosa teologicamente infame, una specie di bestemmia. Di qui l’inevitabile indignazione da parte degli altri apostoli, i quali fanno mostra d’aver capito, meglio di loro due, le intenzioni suicide del Cristo, che “non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (10,45).

Questa mistica della morte purificatrice, riparatrice di sofferenze, redentiva nei confronti del male compiuto, che viene cercata quasi con ossessione, con una cura meticolosa dei particolari, è una caratteristica che si ritrova in molti soggetti fanatici, siano essi laici o religiosi, e che, per il forte impatto emotivo che suscita, può anche portare a delle autentiche follie di massa, o quanto meno ad atteggiamenti mimetico-imitativi, a fortissimi desideri di emulazione, soprattutto se il soggetto che fa da modello o da prototipo dimostra d’essere capace di cose non comuni, come p.es. guarire il cieco Bartimeo (il “figlio dell’onore”) senza neppure toccarlo (10,46 ss.).

Un racconto, quest’ultimo, che pare quanto mai inverosimile.11 Sembra messo apposta per far vedere che Gesù era l’unico autorizzato a parlare di autoimmolazione, in quanto era l’unico a poter compiere prodigi di natura così straordinaria. Tale postulante, poi, viene guarito in maniera stranissima: chiama Gesù con un titolo sbagliato (“Figlio di Davide”), mentre lui ne preferiva un altro (“Figlio dell’uomo”), meno caratterizzato secondo la teologia politica giudaica.12 Accetta lo stesso di guarirlo, ma non prima d’avergli chiesto – proprio mentre lo vedeva ch’era cieco – che cosa avrebbe dovuto fargli. E quello, che avrebbe potuto chiedergli di seguirlo appunto da non vedente, dimostrando così di avere per lui una grandissima considerazione, che andava ben al di là delle sue capacità taumaturgiche e delle proprie drammatiche limitazioni fisiche, ne approfitta per chiedergli di tornare a vedere. E Gesù lo esaudisce, dicendogli: “Va’, la fede ti ha salvato” (10,52).

Quale fede l’aveva salvato? e salvato da cosa? La fede semmai l’aveva guarito. Ma quale fede l’aveva guarito, se quella espressa lungo il ciglio della strada era una rappresentazione sbagliata di Gesù? Qui Marco è sottile. Egli ha voluto far differenza tra “Figlio di Davide” e il secondo appellativo che usa Bartimeo al cospetto di Gesù: “Rabbunì”, cioè “Mio maestro”. Se avesse ripetuto l’appellativo di “Figlio di Davide”, Bartimeo avrebbe chiesto la guarigione sulla base di una pretesa: “Se sei davvero il Figlio di Davide, dimostralo guarendomi, cioè fammi capire che meriti di diventare messia politico e che per te il potere non potrà impedirti di aiutare gli indigenti, le persone sfortunate, i reietti della società”.

Invece Marco cosa fa? Trasforma Bartimeo da politico a religioso: gli fa dire “Rabbunì”, mostrando così ch’egli non voleva metterlo alla prova nelle sue aspirazioni politico-rivoluzionarie. Voleva soltanto riconoscerlo come proprio “maestro spirituale”, che va a Gerusalemme col chiaro intento di riscattare gli uomini da tutti i loro peccati. Questa la fede di Bartimeo, che, dopo la guarigione, decide di seguire non il “Figlio di Davide”, bensì il “Figlio dell’uomo”, che con la resurrezione dovrà diventare “Figlio di Dio”.

Note

1 Suicidi di massa, d’altra parte, avvengono anche oggi in ambiti religiosi. Nel 1978, in Guyana, nella setta Tempio del popolo di Jim Jones. Nel 1993 a Waco (Texas) nella setta davidiana di David Koresh. A partire dal 1994 ripetuti suicidi collettivi hanno riguardato la setta dell’Ordine del Tempio Solare, in Svizzera, in Canada e in Francia. Nel 1997 nel Ranch Santa Fe, di San Diego (California), nella setta Heaven’s Gate (Higher Source). Nel 2000 in Uganda circa 800 adepti di una setta apocalittica ugandese, di matrice cattolica, chiamata “I dieci comandamenti di Dio”, si sono dati fuoco dopo aver cantato e suonato per molte ore nella loro chiesa, a sud est di Kampala.

2 Si noti come anche nell’apocrifo Vangelo di Giuda si parli della stessa cosa. Infatti il tradimento sarebbe stato un incarico espresso segretamente da Gesù, per la sua futura gloria celeste, all’apostolo Giuda, discepolo prediletto, anche se per quello che ha fatto sarebbe stato disprezzato dagli uomini. Una tesi assurda, però consequenziale all’impostazione marciana.

3 Il libello del ripudio o di divorzio, privo di motivazioni, era un atto scritto necessario per salvaguardare la donna dall’accusa di adulterio. Il marito non aveva diritto di divorziare soltanto se aveva disonorato una vergine (Dt 22,29) o se aveva ingiustamente incolpato la propria casta moglie (Dt 22,19). La moglie poteva, secondo il Talmud, richiedere il divorzio per motivi fisici o morali. Tuttavia il rilascio di un attestato di ripudio da parte della moglie era impensabile nell’ambiente genuinamente giudaico.

4 Notiamo che qui Gesù fa riferimento a un “comando” di Mosè, mentre i farisei parlavano di “permesso” (v. 4); in Mt 19,7-8 succede invece l’inverso.

5 Una rigidità del genere la si ritrova anche nella teologia della chiesa romana, la quale però non ha potuto fare a meno di concedere la prassi dell’annullamento del matrimonio, a prescindere dal sesso del richiedente. In presenza della legge civile sul divorzio, la chiesa ha infatti dovuto aumentare la casistica in cui è possibile chiedere l’annullamento, onde impedire un drastico calo di celebrazioni religiose del rito.

6 Questo personaggio fantasioso viene generalmente identificato come il giovane ricco, sulla base di Mt 19,20, ma né Marco né Luca (che lo chiama “capo”, 18,18) ne precisano l’età; la risposta del v. 20 (…dalla mia giovinezza) induce a pensare a un uomo adulto, benché il suo ingenuo idealismo faccia credere il contrario.

7 Si noti come per la prima volta nel vangelo di Marco viene posta a Gesù una domanda riguardo alla vita eterna e come, nonostante questo, Gesù faccia capire che nessuno, per meriti propri, è in grado di ottenerla, tanto meno i ricchi.

8 Pilato verrà destituito dall’imperatore Caligola proprio a causa delle violenze perpetrate a danno dei Samaritani, durante la rivolta sul monte Garizim.

9 Alcuni esegeti han fatto notare come, a differenza di Matteo e Luca, Marco metta molto in evidenza le debolezze degli apostoli proprio per giustificare meglio la loro incapacità a proseguire la strategia eversiva dopo la crocifissione di Gesù.

10 Alcuni esegeti han pensato che la richiesta dei fratelli Zebedeo di sedere alla destra e sinistra di Gesù, stia ad indicare la loro morte, avvenuta prima di quella di Pietro. Giacomo, in effetti, morì nel 44 (Atti 12,2), e forse Giovanni morì insieme all’altro Giacomo, fratello di Gesù, nel 62, ma di questo non vi è alcuna certezza e personalmente lo escludiamo, per quanto sia appurato che il vescovo Giovanni di Efeso sia stato confuso da Papia di Ierapoli con l’evangelista, e anche che le lettere di Giovanni siano state scritte non dall’apostolo bensì da Giovanni il Presbitero.

11 Si noti peraltro che Marco cita la città di Gerico (10,46) come snodo per l’ingresso messianico, senza far compiere assolutamente nulla a Gesù. Non pochi esegeti han pensato che dal vangelo sia stato rimosso qualcosa di politicamente scomodo.

12 Il profeta Isaia (11,1 ss.), p.es., attendeva il Salvatore proveniente dal “tronco di Iesse”, cioè dalla stirpe di Davide, quindi un re. Cosa che viene confermata nelle genealogie di Matteo e Luca, per quanto all’interno di una cornice mistica, di redenzione universale, e non politico-nazionalistica contro i nemici di origine pagana o influenzati dal paganesimo, come invece si auspicava nell’Antico Testamento.

Storia della corruzione del Tempio

Gli storici greci Ecateo e Aristea che visitarono la Palestina al tem­po della restaurazione, intorno al 300 a. C., rimasero profondamente colpiti dallo sfarzo che accompagnava le apparizioni in pubblico del sommo sacer­dote, e dal numero spropositato di oltre 700 sacerdoti che prestavano servi­zio al Tempio.

Tutti erano chiamati a compiere sacrifici sia a livello comunitario, sia a livello privato. Naturalmente, con il tempo, i tributi raddoppiarono, quando non triplicarono.

Esisteva anche una decima per i poveri, da versare soltanto ogni tre anni, in quanto la Palestina pullulava di gente di misere condizioni, la cui povertà crebbe ulteriormente tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo.

I sacerdoti si appropriavano della decima parte «del raccolto e dei frutti degli alberi», «di montoni e di pecore e di tutti i prodotti della pastori­zia». Per chi non pagava in natura, era prevista «una quinta parte aggiunti­va». Una voce significativa nel complesso delle entrate del Tempio di Ge­rusalemme era rappresentata dalle imposte. Già nell’Antico Testamento vie­ne fatta menzione del denaro versato alla «tenda dell’incontro», per espiare colpe di natura religiosa.

Il Tempio riceveva entrate anche in conseguenza di voti e di tutte le eventuali offerte sacrificali che avevano luogo in ogni momento dell’an­no.

Anche i re d’Israele, la cui residenza era collegata alla casa di Jah­wè da una porta (e lo resterà, senza sostanziali mutamenti, per quasi quattro secoli), facevano omaggi al Tempio di Salomone, ma non mancavano di at­tingere alle casse di questo edificio di culto, la cui ricchezza costituì sempre un forte stimolo ai saccheggi dei sovrani di turno, israeliti e non (anche Na­bucodonosor vi mise le mani). Occasionalmente pervennero al Tempio of­ferte da parte di sovrani stranieri (p. es. i principi di Adiabene).

Comunque erano soprattutto le schiere innumerevoli dei pellegrini ad arricchire i sacerdoti con le elemosine prescritte. Al tempo dei re, ogni ebreo maschio doveva recarsi tre volte l’anno al Tempio. Dopo la diaspora era possibile fare offerte unicamente nei luoghi in cui sorgevano appositi magazzini per lo stoccaggio dei tributi e delle elemosine.

Durante la Pasqua si recava a Gerusalemme un numero di pellegri­ni doppio degli abitanti della città, e le imposte pagate per avere un banco presso il mercato che si teneva nello spazio antistante il Tempio, finivano nelle tasche del sommo sacerdote.

A Gerusalemme si tenevano anche altri mercati: della frutta, del grano, del legno, del bestiame, e persino una vendita all’incanto di schiavi.

Alcune offerte (in natura o in denaro), come quelle per la pace o per l’espiazione di una colpa o di un peccato, se ritenute particolarmente sante, finivano del tutto, o in parte, nelle casse del clero.

Più di un milione di giudei, dispersi dalla diaspora, per tutta la du­rata del secondo Tempio (ma anche, in parte, dopo la sua distruzione), con­tinuarono a inviare denaro in Palestina. Quasi ogni città aveva una cassa per la raccolta del «denaro sacro». Da alcune terre, come Babilonia o l’Asia Mi­nore, affluiva tanto denaro da attirare non solo i predoni, ma anche le auto­rità romane.

I santuari ebraici svolgevano addirittura la funzione di banche, uti­lizzando le loro cospicue ricchezze per fornire prestiti effettuati a un tasso d’interesse corrispondente a quello vigente nei paesi confinanti: il 12% nel­l’Egitto dei Tolomei, dal 33% al 50% in Mesopotamia, ecc. La Bibbia, na­turalmente, tace di tutto ciò.

Lo storico ebraico Flavio Giuseppe documenta nei dettagli l’avidità dell’alto clero che si rifiutava di riconoscere gli altri templi dedicati al culto di Jahvè, come quello di Geroboamo a Bethel, un tempio statale analogo a quello di Gerusalemme, o i due santuari al di fuori della Palestina, quello di Elefantina e di Leontopoli, o quello, ancora, di Samaria. Si trattava, peral­tro, di luoghi di culto in grado di esercitare una forza di attrazione che, so­prattutto per quanto concerneva i giudei allontanati dalla diaspora, era  mo­desta.

Il basso clero, invece, viveva in condizioni d’indigenza, doveva versare la decima parte delle offerte e non poteva fare con certezza affida­mento sul resto, spesso preda di ladri senza scrupoli. Al tempo di Neemia, allorché vi erano 4289 sacerdoti, ripartiti in 24 classi, le entrate del Tempio erano così ingenti che si dovettero costruire in altre città nuovi magazzini per le scorte.

Neemia stesso esigeva «annualmente la terza parte di una moneta d’argento per il mantenimento della casa di Dio», «legna da ardere per il tempio del Signore», «i primi prodotti dei campi e primi frutti degli alberi… i nostri primogeniti e primi nati del nostro bestiame», e via dicendo.

È naturale che, col tempo, s’allargò progressivamente la schiera dei nemici di questo clero ricco e potente che, a partire dal periodo dei re, aveva fatto in modo di definire i propri privilegi fin nei minimi dettagli. Con que­sto clero ebbero rapporti molto tesi i leviti, che svolgevano l’ufficio di can­tori, guardiani delle porte e amministratori del Tempio, di servitori dei sa­cerdoti e a volte di loro rappresentanti.

Il popolo sfruttato si rifiutava di pagare ai leviti le decime sul gra­no e sul vino, mentre i sacerdoti, a partire dall’età ellenistica, cominciarono a prelevare una parte delle decime spettanti ai leviti, per accrescere la pro­pria ricchezza ormai divenuta proverbiale.