Cristo “doveva” essere tradito?

– Ti rendi conto che noi non sapremo mai e poi mai che cosa volesse dire Gesù a Giuda nell’ultima cena?

– Ti riferisci a quell’ordine perentorio: “Quello che devi fare fallo presto!”?

– Proprio quello! Le motivazioni date nei vangeli sono semplicemente ridicole. Doveva andare a comprare qualcosa per la Pasqua, perché gestiva la cassa comune! Oppure doveva tradirlo perché questo era il disegno di dio!

– Questa seconda cosa è stata confermata dal Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato.

– Già, Gesù doveva essere tradito, sicché Giuda è stato un eroe che ha avuto il coraggio di fare una cosa che gli altri apostoli non avrebbero mai fatto. E questo non è ridicolo, secondo te?

– E perché? Non è stato forse anche Pietro che, subito dopo aver scoperto la tomba vuota, disse che Gesù era morto per volontà divina?

– Ma non vedi che qui le contraddizioni si sprecano? Da un lato i vangeli condannano Giuda perché ha tradito, dall’altro dicono che dio si è servito di lui per realizzare il suo piano di salvezza. Quindi non si capisce se Gesù doveva morire o poteva anche non morire in maniera così cruenta.

– Mi chiedo come sarebbero finiti i vangeli se non fosse stato tradito.

– Ma questa domanda non ha alcun senso. I vangeli sono stati scritti proprio perché era stato tradito e giustiziato. Se il suo tentativo rivoluzionario avesse avuto successo, i cristiani avrebbero scritto dei testi ottimisti, non rassegnati.

– Ma scusa, se non veniva tradito, non poteva morire di vecchiaia?

– Chi? un politico eversivo? L’avrebbero ammazzato lo stesso!

– Allora secondo te il tradimento di Giuda non è servito a niente?

– Non lo so. Io penso che se non ci fosse stato, forse una probabilità di successo l’insurrezione contro Roma avrebbe anche potuto averla. Non ha senso pensare, come fanno i vangeli, che Gesù era entrato a Gerusalemme per farsi ammazzare.

– In effetti se voleva farsi ammazzare, Giuda poteva anche non tradirlo.

– È pazzesco pensare a un Cristo suicida che chiede a un apostolo di compiere una sorta di eutanasia.

– Eppure il Vangelo di Giuda parla chiaro: lui è stato l’apostolo più “cristiano” di tutti, l’unico ad aver capito veramente le intenzioni di Gesù.

– Se non fossero cose tragiche verrebbe da ridere. Gesù era entrato a Gerusalemme per vincere non per perdere, e il tradimento è stato del tutto inaspettato. Solo che l’idea insurrezionale è stata tradita anche dopo la sua morte, e questa volta da Pietro, quando cominciò a dire che il Cristo “doveva morire” e che sarebbe presto tornato in maniera trionfale.

– Ma perché hanno creduto in questa idea così strana, certamente poco giudaica?

– Perché la tomba l’han trovata vuota e tutti erano convinti che il cadavere non fosse stato rubato da nessuno. Quindi Pietro, che non l’aveva visto morire, perché s’era nascosto, ha pensato ch’era “risorto”, ch’era più di un semplice uomo, che la morte era stata solo apparente, o che comunque se si era lasciato ammazzare, pur potendolo evitare, sicuramente sarebbe tornato molto presto per far vedere di che pasta era fatto.

– Ma scusa, se davvero era più che un uomo, per quale motivo s’era lasciato ammazzare?

– Ma è semplice! I vangeli lo dicono chiaramente: per dimostrare che i giudei, da soli, non ce l’avrebbero mai fatta a liberarsi dei romani. È stato poi Paolo, non Pietro, a dire che la parusia si sarebbe verificata alla fine dei tempi. Paolo ha accettato l’idea di resurrezione, ma ha rifiutato quella della parusia imminente a favore della Giudea.

– Scusa, ma quando i romani han fatto fuori Lazzaro, uno dei leader eversivi più importanti, i giudei non avevano già capito che da soli non ce l’avrebbero mai fatta? Gesù non accettò forse di entrare a Gerusalemme subito dopo la morte di Lazzaro, per compiere la rivoluzione?

– Il popolo, istintivamente, l’accolse in maniera trionfale, ma tra i politici evidentemente le resistenze dovevano ancora essere forti. Certo è che una volta entrato in quella maniera, sarebbe stato impossibile tornare indietro. In quella tragica notte, se non fosse stato tradito, avrebbe sicuramente fatto la rivoluzione, altrimenti si sarebbe screditato per il resto dei suoi giorni.

– Forse è stato questo il motivo per cui aveva detto a Giuda che quello che doveva fare, doveva farlo presto.

– Probabilmente l’aveva mandato dai farisei, che in quel momento erano il partito progressista più importante della Giudea.

– Ma secondo te l’idea di resurrezione è stata accettata da Giovanni?

– Secondo me l’ha accettata fino al momento in cui s’è reso conto che non ci sarebbe stata alcuna parusia imminente. Tant’è che lui scompare subito dagli Atti. Doveva aver capito che una resurrezione senza parusia diventava solo un’idea rinunciataria, attendista, utile solo ai romani e ai giudei collaborazionisti.

– Ma insomma tu come te la spieghi la tomba vuota?

– Anche questa è una domanda sbagliata. I discepoli avrebbero dovuto chiedersi come proseguire il messaggio di Gesù, senza tradirlo una seconda volta.

– Insomma Pietro è stato peggio di Giuda?

– Secondo me sì e Paolo peggio di Pietro. Almeno Pietro aspettava il ritorno immediato di un messia politico-nazionale. Paolo invece parla del ritorno di un redentore universale per la fine della storia.

Dialogo sul suicidio del Cristo

– Se ti chiedessi: “chi è stato il più grande tra i suicidi della storia”, cosa risponderesti?

– Forse Socrate. Avrebbe potuto salvarsi, invece preferì morire.

– E se io invece ti dicessi che è stato Gesù Cristo, almeno per come appare nei vangeli?

– Un Cristo suicida? In che senso? Non vorrai riferirti a quell’urlo straziante che fece sulla croce per affrettare il suo decesso?

– No, mi riferisco all’idea che nei vangeli continuamente si dice che “doveva morire”. Lui andò a Gerusalemme per farsi ammazzare.

– Veramente sino all’ultimo diede agli ebrei la possibilità di non farlo, tant’è che si nascose nel Getsemani.

– Si nascose per salvare gli apostoli, ma quando scoprirono il nascondiglio cosa disse? “Prendete me e lasciate liberi costoro”.

– Ma questo cosa vuol dire? Chiunque avrebbe potuto sacrificare la propria vita per salvare quella dei compagni.

– È vero, ma uno non fa di tutto per creare un movimento di liberazione nazionale allo scopo di morire.

– Veramente nei vangeli viene detto ch’egli visse la sua morte per riconciliare gli uomini con dio. Si lasciò uccidere da innocente per togliere dalla colpa tutto il genere umano, che soffriva sin dai tempi di Adamo. Persino i suoi carnefici vengono salvati.

– Sì, questa è l’interpretazione di Paolo, su cui tutti i vangeli si basano. Il peccato e di conseguenza la morte sono entrati attraverso l’innocente Adamo e sono usciti attraverso l’innocente Cristo, che è morto senza colpa ed è risorto. Detto così, non si può parlare di suicidio del Cristo.

– Infatti Cristo non si è suicidato, è stato crocifisso. C’è una bella differenza.

– Eppure i vangeli dicono che “doveva morire”, che la sua morte era “necessaria”. Lui va a Gerusalemme dicendo a più riprese che il suo compito non era di liberare la Palestina dai romani, ma proprio quello di sacrificarsi per l’intero genere umano.

– Uccidersi è una cosa, essere ucciso è tutt’un’altra.

– È proprio questo il punto: che forse tutt’un’altra cosa non è.

– Vuoi forse dire che il Cristo col suo comportamento ha indotto i giudei a ucciderlo?

– In un certo senso sì. Se io, col mio comportamento da suicida, faccio in modo che il mio suicidio appaia come un omicidio, che impressione se ne farà la gente?

– Chi viene ucciso generalmente appare come una vittima. Se poi uno non ha mai fatto nulla di male, diventa addirittura un eroe, un martire dell’ingiustizia dominante, uno da santificare…

– Sì, ma uno che vuol farsi uccidere per apparire martire, potrebbe anche essere pazzo.

– Devi ammettere però che questo è il modo migliore per dimostrare la propria verità. Se uno si lascia uccidere per le proprie convinzioni, sarà anche un esaltato, ma qualche ragione deve averla. Se poi nella sua vita s’è comportato in maniera irreprensibile, perché dubitare delle sue buone intenzioni? perché non credere in quello che dice?

– I cristiani, in effetti, devono aver giocato su questa ambiguità. Pur di non ammettere che l’obiettivo del vangelo di Gesù era politico, han fatto in modo di trasformare il Cristo in un dio rassegnato alla propria morte violenta. È un suicida che vuol far ricadere sul nemico la causa della propria morte.

– Un pazzo intelligente.

– Non lui, ma chi ha creato questo personaggio mitologico: Paolo di Tarso e in parte l’apostolo Pietro, che, pur di non ammettere la propria incapacità a proseguire l’insurrezione anti-romana, preferì sostenere che la croce era stata voluta dalla “prescienza divina”.

– T’immagini se nei vangeli avessero fatto un’esplicita apologia del suicidio? Avrebbero avuto pochissimi seguaci. Fare il martire non è cosa da tutti.

– Infatti, il suicidio nella storia è sempre stato visto come una sconfitta. Mi uccido perché un altro è più forte di me e non mi permette di vivere. Nei vangeli invece è diverso. Tu mi uccidi perché non sopporti che io abbia ragione.

– Già, così chi uccide non si rende conto che alla fine uccide se stesso. Passa dalla parte del torto e col tempo avrà sempre meno consenso. Vince nell’immediato, per essere poi sconfitto nel lungo periodo.

– Ecco spiegato il motivo per cui i cristiani, pur avendo sostituito la liberazione con la redenzione, cioè una cosa seria con una sciocchezza, sono riusciti a sopravvivere ancora oggi.

– Devi ammettere però che son stati bravi a far passare la sciocchezza per una cosa seria.

Il tradimento di Giuda

Nella storia delle rivoluzioni o dei tentativi insurrezionali di tutti i tempi, i motivi che hanno indotto qualcuno dei protagonisti a tradire sono sempre stati, in genere, o l’estremismo o, all’opposto, il moderatismo.

Lenin nelle sue opere descrive due esempi famosi, che rientrano in queste categorie: quello di Kamenev e Zinoviev, che nell’imminenza della rivoluzione d’Ottobre dichiararono alla stampa la loro posizione contraria.

I due bolscevichi tradirono il fatto che quando in un’assemblea si finisce in minoranza, si deve comunque rispettare la volontà della maggioranza, che in quel momento aveva deciso di occupare il Palazzo d’Inverno, rovesciando il governo in carica.

Il secondo caso si verificò quando Trotsky fu inviato dal partito, nel 1918, a definire coi tedeschi la conclusione di un trattato di pace (quello che poi passerà alla storia col nome di Brest-Litovsk). Trotsky ad un certo punto assunse un’iniziativa personale che rischiò di portare la Russia bolscevica alla catastrofe.

Il primo esempio riguarda il moderatismo, il secondo l’estremismo. La storia è piena di questi esempi. Anche da noi il cosiddetto “compromesso storico” tra Moro e Berlinguer fu tradito, per il primo, dal conservatorismo della Democrazia cristiana e, per il secondo, dal terrorismo delle Brigate rosse. E Moro in prigione fu tradito dalla paura di tutti: destra, sinistra e gerarchia ecclesiastica, incapaci di considerare una vita umana superiore alla ragion di stato.

Nei momenti chiave degli avvenimenti rivoluzionari c’è sempre qualcuno che assume delle iniziative personali che rischiano di far fallire un progetto comune. Se vogliamo, tutta la storia del genere umano presenta dei momenti in cui l’azione individuale di taluni personaggi si pone in netto contrasto con le tradizioni consolidate o con la volontà manifesta di una determinata maggioranza.

Questi tradimenti hanno fatto nascere lo schiavismo, il servaggio, il lavoro salariato, il socialismo burocratico. Sono tutti tradimenti che l’idea di individualismo autoritario ha compiuto ai danni dell’idea di collettivismo democratico.

Lo schiavista è un individualista nei confronti dei propri schiavi, così come lo è il feudatario nei confronti dei propri servi della gleba, il capitalista nei confronti dei propri operai, il burocrate nei confronti dei propri cittadini.

Da questi tradimenti sono nate intere civiltà, poiché col tempo il tradimento di pochi si è generalizzato. Sono famose le parole che Rousseau scrisse nel suo Discorso sulla disuguaglianza: “Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”.

Da quando esistono questi fenomeni arbitrari, divenuti di massa, in cui il principio dell’individualismo è diventato legge dominante, chiunque vi si opponga, in nome di una nuova idea di collettivismo, rischia di apparire come un traditore.

Cristo appariva come un traditore agli occhi dei farisei e dei sadducei; Lenin appariva come un traditore agli occhi dei farisei e sadducei del suo tempo: i marxisti legali e gli economisti. Questo per dire che, nell’ambito delle civiltà antagonistiche, l’idea di tradimento è divenuta molto ambigua, difficile da decifrare.

Studiando i vangeli facilmente si scorge che il ruolo di traditore fu svolto dall’apostolo Giuda. La stessa parola “Giuda” è divenuta sinonimo di tradimento per antonomasia. Eppure l’esegesi laica moderna ha saputo individuare il tradimento anche nell’interpretazione della “tomba vuota” come “resurrezione”, e nell’interpretazione del fallimento della rivoluzione anti-romana come “ascensione” o come “figliolanza divina del Cristo” o come “parusia” o come “immolazione del figlio di dio” ecc.

Tutte le descrizioni mistiche, teologiche, sovrannaturali del Cristo sono un tradimento del suo messaggio. Noi stessi che lo diciamo rischiamo di apparire dei “traditori” agli occhi di chi ancora crede in quelle descrizioni. Ciò quindi sta a significare che tra “verità” e “tradimento della verità” vi è un rapporto così dialettico che non sempre è possibile stabilire dove stia l’una e dove il suo contrario.

È da quando sono nate le civiltà che non sappiamo più dove stia la verità, quella verità che molto faticosamente andiamo ancora a cercare e che spesso ci illudiamo di trovare nelle fonti storiche, pensando, erroneamente, che quanto più esse siano antiche tanto più debbano essere vere.

L’onestà degli uomini di buona volontà si vede proprio in questo sforzo continuo di cercare la verità delle cose. In tal senso commetteremmo una sciocchezza incredibile nel voler considerare Giuda il più grande traditore della storia, al punto da doverlo mettere in bocca a Lucifero, come fece Dante nel suo Inferno.

Trotsky, Kamenev, Zinoviev non furono uccisi da Lenin perché tradirono, non furono neppure espulsi dal partito (almeno finché Lenin rimase in vita). Essi ammisero d’aver sbagliato e tutto finì lì, anzi, col tempo, ricoprirono posti di grande responsabilità.

Errori e tradimenti venivano dati per scontati: l’importante era fare autocritica e sapervi porre rimedio. Nessuno, fino a Stalin, aveva mai pensato in Russia di avere il monopolio della verità.

*

Ora però veniamo a Giuda. Il Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato, interpreta le parole che Gesù disse a Giuda durante l’ultima cena: “Quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13,27), nel senso che Gesù “voleva” morire, e quelle parole stavano appunto a indicare a Giuda la richiesta di eseguire, senza discutere, un ordine autodistruttivo, che gli altri apostoli non avrebbero potuto capire.

E Giuda eseguì, per cui definirlo “traditore” non avrebbe senso, stando ovviamente a questa nuova fonte, il cui carattere tendenzioso è non meno evidente delle fonti canoniche.

D’altra parte gli stessi evangelisti e persino gli esegeti cattolici, quando affermano la tesi che Gesù “doveva” morire, in ottemperanza alla volontà divina, la quale aveva bisogno del sacrificio del “figlio” per riscattare gli uomini dalla maledizione del “peccato originale”, rendono il tradimento di Giuda meno grave di quel che sembra.

Giuda – questa la tesi ufficiale della chiesa cristiana – è un traditore sul piano soggettivo, avendo tradito per sua libera scelta, ma il suo tradimento era qualcosa di previsto nell’economia salvifica di dio, per cui oggettivamente risultava necessario (previsto addirittura dai profeti).

Da questa interpretazione così forzosa è nata poi l’idea di attribuire il tradimento soggettivo a una motivazione di ordine economico: i famosi “trenta denari”. Cioè Giuda non tradì in quanto politico di opinioni diverse, ma in quanto persona venale, abituata a rubare nella cassa dei Dodici (Gv 12,6).

A questo escamotage di dubbio gusto, che sicuramente servì per far apparire Giuda in una luce sinistra, i redattori dei vangeli si sentirono costretti proprio per giustificare il fallimento della rivoluzione anti-romana.

Il vero tradimento infatti non fu tanto quello individuale di Giuda, sempre prevedibile in una qualunque rivoluzione, quanto piuttosto quello collettivo che fecero gli apostoli nel momento del processo a carico di Gesù e che perpetuarono subito dopo la crocifissione.

Essi non ebbero il coraggio di prendere delle iniziative, di assumersi delle responsabilità, di proseguire il suo messaggio. Addebitarono il fallimento della rivoluzione a motivazioni pretestuose, quali appunto il tradimento di Giuda e interpretarono la scomparsa misteriosa del corpo del crocifisso in maniera capziosa.

Detto questo, noi non potremo mai sapere che cosa ci fosse dietro alla frase che Gesù disse a Giuda, incaricandolo di una precisa e urgente missione nell’imminenza dell’insurrezione armata: “Quello che devi fare, fallo presto”. I redattori si sono preoccupati di avvolgere quella frase in un alone di massima ambiguità.

È tuttavia ipotizzabile l’idea che il Cristo avesse bisogno di sapere su quali alleanze poter contare per paralizzare col minimo sforzo, col minimo spargimento di sangue, la guarnigione romana di circa 600 soldati stanziata nella capitale giudaica.

Giuda sapeva benissimo che l’insurrezione era imminente: l’ingresso trionfale in groppa all’asino, di qualche giorno prima, rendeva il Cristo il soggetto più pericoloso per i poteri occupanti e per quelli collaborazionisti. Purtroppo il movimento nazareno non volle accettare l’idea che la rivoluzione andasse fatta nonostante il tradimento di Giuda. Il vero tradimento infatti nasce sempre o dalla paura o dal non volerla ammettere.

Ma torniamo a Giuda. Oggi sappiamo che l’insurrezione doveva avvenire di notte e che i redattori dei vangeli ne mistificarono il racconto aggiungendo all’episodio dell’ultima cena vari aspetti di natura mistica, il più importante dei quali fu l’istituzione dell’eucaristia.

Gesù aveva affidato a Giuda una missione delicata ma decisiva ai fini della buona riuscita del piano strategico. Dal risultato di questa ambasciata, da compiersi in tempi brevi, si poteva capire se l’insurrezione andava fatta in un determinato modo o in un altro, o se addirittura era meglio rinunciarvi.

Perché Gesù affidò una missione così importante a un discepolo di cui sospettava la possibilità del tradimento? Com’è possibile sostenere che il Cristo avrebbe rischiato di far fallire una rivoluzione popolare soltanto per mettere alla prova la fiducia di un singolo apostolo?

Qui è evidente che i vangeli mentono. Non avrebbe avuto senso affidare un incarico di così grande rilevanza a una persona in cui non si riponeva piena fiducia. Dobbiamo anzi pensare che la scelta cadde su Giuda proprio perché, essendo egli di origine giudaica e non galilaica, sarebbe stato agevolato nel compiere la missione.

Noi non sappiamo se questa mediazione avesse come destinatari gli zeloti o i farisei. Sappiamo soltanto che tutti gli altri discepoli non potevano non essere a conoscenza di ciò che Giuda doveva fare. Probabilmente quando non lo videro tornare nei tempi previsti, cominciarono a temere qualcosa: p. es. che lo stesso Giuda fosse stato tradito e magari catturato dal nemico. Per questo decisero di nascondersi nel Getsemani. Non si nascosero pensando che Giuda li stava tradendo, ma, al contrario, che lui stesso era stato tradito da qualcuno.

Invece il traditore fu proprio lui. Lui indicò la strada alla coorte romana per la cattura del Cristo e dei suoi discepoli. Perché lo fece? Noi non abbiamo alcuna possibilità di saperlo, e forse non ne abbiamo neppure il diritto. Nessuno storico al mondo potrà mai sondare la profondità dell’animo umano e dire con sicurezza quali siano state le motivazioni che hanno indotto Giuda a tradire.

Un uomo che riceve l’incarico di predisporre le condizioni per la riuscita di un’insurrezione e che ad un certo punto compie qualcosa che ne determinerà il pieno fallimento, è un uomo la cui coscienza deve servirci soltanto come valore paradigmatico, come testimonianza di ciò che virtualmente ognuno di noi potrebbe fare trovandosi in situazioni analoghe. E questo non solo perché siamo esseri incredibilmente deboli e pavidi, ma anche perché siamo caratterizzati da contraddizioni inesplicabili, in quanto spesso diciamo una cosa e ne facciamo un’altra, facciamo una cosa pensando di ottenere il meglio e invece otteniamo il peggio. Prima di tradire i nostri compagni di lotta, noi tradiamo noi stessi.

Quindi solo in maniera astratta, ipotetica, si possono delineare le motivazioni di questo tradimento epocale. Le quali, per tornare a quanto detto inizialmente, possono rientrare soltanto in due categorie: l’estremismo o il moderatismo.

Se Giuda era tendenzialmente un moderato, tradì perché temeva che la rivoluzione non avrebbe avuto successo. E di ciò evidentemente si convinse nel mentre eseguiva il suo incarico da ambasciatore. Per cui non si sentì un traditore del Cristo più di quanto non si sentisse un sostenitore del proprio popolo, di cui temeva la tragica fine per l’inevitabile ritorsione da parte dell’invasore romano.

Il tradimento in questo caso stette nel fatto che Giuda non tornò a riferire agli apostoli della indisponibilità da parte degli alleati, ma assunse un’iniziativa personale, probabilmente sotto la pressione degli stessi alleati, i quali, non meno probabilmente, gli avevano assicurato che al Cristo non sarebbe successo nulla di irreparabile. Giuda in questo caso si fidò più dei suoi compatrioti che degli stessi apostoli.

S’egli invece era tendenzialmente estremista, si può pensare che la decisione presa di far catturare Gesù, dovette emergere proprio nel momento in cui si rese conto che per l’indisponibilità degli alleati la rivoluzione rischiava di fallire. Probabilmente egli temeva che il Cristo avrebbe di nuovo rinunciato a compierla, come fece quella volta in Galilea, quando ebbe a disposizione ben cinquemila persone pronte a marciare sulla capitale giudaica (è il racconto, mistificato dai redattori, della cosiddetta “moltiplicazione dei pani”).

Se questa interpretazione è giusta, allora Giuda deve aver pensato che la cattura di Gesù, tanto osannato da tutta la popolazione solo pochi giorni prima, avrebbe sicuramente indotto la stessa popolazione a intervenire e a cacciare i romani dalla città e dalla nazione, anche senza l’aiuto degli alleati cercati dal Cristo. L’istanza della rivoluzione non poteva sottostare alla volontà del suo leader più significativo. Cioè l’insurrezione avrebbe anche potuto essere fatta in maniera spontanea, senza una direzione ben organizzata. È la famosa logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

Ora, che Giuda sia stato un estremista o un moderato non fa più molta differenza. I tradimenti in genere avvengono quando, nell’interpretare la realtà, per tutelare gli ideali delle masse, la parte personale, soggettiva, tende a prevalere su quella collettiva, oggettiva, cioè quando l’io si sente in diritto di rappresentare i molti e in molti non lo riconoscono.

Per quanti sforzi si possano fare, non c’è modo di definire il concetto di “tradimento”, come non c’è modo di definire il concetto di “libertà” o quello di “coscienza”. In campi di questo genere vale in particolar modo la massima filosofica secondo cui “ogni definizione è una negazione”. Per cui alla fine è meglio tacere.

Cristo tra massa ed energia

Se massa ed energia coincidono e Cristo – come dicono i cristiani – è “risorto”, allora in lui vi era qualcosa di particolare, ma questo quid, che è un’essenza, deve essere in qualche modo presente (per partecipazione) anche nell’essere umano, altrimenti son più le cose che non si spiegano di quelle spiegabili.

La differenza tra lui e noi sta nel fatto che massa ed energia in lui sono coincidenti in maniera assoluta; in noi invece solo in maniera relativa. Cioè la sua energia, per un motivo a noi inspiegabile, ha avuto bisogno subito di riprendersi la sua massa.

Questo però ci fa pensare che sia giusta l’idea dei cristiani di ritenere necessaria la “resurrezione dei corpi”, per quanto forse sarebbe meglio usare il termine “reintegrazione potenziata”.

La nostra essenza – che loro chiamano “anima” o “spirito” o “pneuma” – che pure continua ad esistere dopo la morte, ha bisogno di un “corpo”, come avviene tra gli aristotelici con l'”atto” e la “potenza”. Questa cosa, per certi versi, è incredibile. Infatti il nostro corpo tende naturalmente a disfarsi, a decomporsi. Di quale corpo ha bisogno l’anima (o la psiche) per esprimersi al meglio?

L’energia ha bisogno di una massa equivalente, nella sostanza e nella forma, in quanto ognuno dei due elementi deve trovare nell’altro il proprio sostentamento, la propria caratterizzazione. Un’anima, nell’universo, non saprebbe come utilizzare un corpo terreno.

Anima e corpo devono convivere, coesistere. Quindi il corpo che avremo non sarà esattamente identico a quello terreno. Avrà maggiori capacità, non potrà invecchiare, si sposterà alla velocità della luce, brillerà come le stelle, avrà infinite capacità creative: dovrà popolare l’intero universo. L’unica cosa che non potrà fare sarà quella di leggere il pensiero, poiché la legge fondamentale dell’universo, e cioè la libertà di coscienza, non può e non potrà mai essere violata.

Tuttavia questo “corpo nuovo” dovrà per forza avere qualcosa che già adesso abbiamo, in nuce, su questa terra, poiché siamo tutti “figli dell’universo”. Questo qualcosa è appunto il legame (sinolo) che unisce i due elementi: massa ed energia devono potersi influenzare reciprocamente, rispettandosi nella loro diversità e anzi avvalendosene. Come riescano a stare uniti non ci è dato di sapere: sappiamo solo che non possiamo tenerli divisi.

Resta però da spiegare perché il Cristo ha avuto bisogno subito di riottenere il proprio sinolo. E resta anche da spiegare se questa ricomposizione sia avvenuta motu proprio o in virtù di un intervento esterno. Se è vera questa seconda ipotesi, allora hanno ragione i cristiani a parlare di un dio-padre; se invece è vera la prima, allora non esiste alcun dio. In tal caso noi avremmo a che fare con un individuo umano che, apparentemente, sembra molto particolare, e non sarebbe da scartare l’idea di considerarlo come una sorta di “prototipo dell’umanità”, di cui questa non è altro che un “prodotto derivato”, avente, in potenza, medesime caratteristiche (quanto all’immagine e alla somiglianza), tra cui le principali sono l’eternità come esistenza e l’infinità della coscienza.

Gesù Cristo cioè sarebbe un soggetto di tipo “universale”, afferente, per intrinseca qualità o natura, alla dimensione dell’universo, ed egli sarebbe giunto sulla terra come una sorta di “extraterrestre” – i cristiani usano la parola “incarnazione” – per ricordare agli uomini una cosa che avevano dimenticato, e cioè che la loro provenienza e il loro destino è l’universo; sicché – questa appare la conseguenza più logica – tutto quanto essi fanno su questa terra non potrà non avere conseguenze su quello che domani dovranno fare nell’universo, e quello che dovranno fare sarà appunto di “umanizzarlo”.

La terra è un prodotto dell’universo, così come gli uomini sono stati generati dal loro “prototipo”, il quale, evidentemente, non può avere solo caratteristiche maschili: il principio dell’universo non è monadico ma dualistico.

La cosa su cui riflettere maggiormente è che il Cristo non ha semplicemente comunicato un’informazione (quella relativa alla necessità di vivere umanamente), ma si è lasciato coinvolgere così tanto nelle vicende umane da finire sul patibolo. Quindi l’informazione – che i cristiani chiamano “rivelazione” – doveva essere particolarmente importante. Nel senso che il nostro destino nell’universo dipenderà molto dal comportamento che avremo saputo tenere su questo pianeta.

Questo spiega il motivo per cui Cristo non ha detto nulla di ciò che gli uomini dovranno fare nell’universo. Non poteva rischiare ch’essi fossero indotti a posticipare a una situazione ultraterrena il compito di risolvere i loro problemi più cruciali. Sarebbe stata una scelta anti-pedagogica, controproducente. Gli uomini devono imparare ad essere umani su questa terra: il resto verrà da sé.

Del tutto ingiustificati e illusori sono quindi stati i tentativi di presentare il Cristo come un essere sovrumano, dall’essenza divina. L’unico indizio che nel Cristo ci sia qualcosa di particolare, non ancora spiegabile, perché non riproducibile, è la sindone, trovata nella tomba vuota: è l’unico elemento ambiguo del Nuovo Testamento, in quanto tutto il resto va considerato mistificante. E non meno ridicoli sono stati i tentativi, da parte di atei e persino di credenti, di considerare falso quel reperto storico: infatti si comprende che i vangeli mentono proprio perché è vera la sindone, la cui immagine impressa lascia credere che si trattasse di un leader politico sovversivo, non di un semplice pacifista.

Tuttavia essa deve rimanere un semplice indizio, su cui non si può elaborare alcuna teoria, anche perché dobbiamo presumere che il Cristo non abbia fatto assolutamente nulla per far capire agli uomini ch’egli era più che un uomo. Tutto quanto ha detto o fatto era alla portata degli esseri umani, e ogni interpretazione che vada al di là di questa constatazione, è arbitraria.

Noi sappiamo soltanto che per essere “umani”, nell’universo, dobbiamo prima dimostrarlo su questo pianeta. A noi è data soltanto la garanzia dell’immortalità, cioè del legame organico tra anima e corpo. Tutto il resto dipende dalla nostra volontà.

Conclusione su Ateo e sovversivo

Feuerbach diceva che gli uomini avevano creato un dio a loro immagine e somiglianza, e aveva ragione. Ma non s’era accorto che quando gli ebrei dicevano che l’uomo era a imma­gine e somiglianza di dio, erano più realisti e materialisti dei pagani, i quali ponevano tra gli uomini e gli dèi un abisso in­colmabile. Per loro infatti gli dèi erano immortali, gli uomini no. Per loro era impossibile opporsi a un dio senza l’aiuto di un altro dio. Inoltre al di sopra di tutti gli dèi dominava il destino, che nessun dio poteva violare, meno che mai gli uomini. I greci erano fatalisti, gli ebrei no; erano dominati dall’idea di schiavismo, gli ebrei no.

Eppure chi ha saputo trarre dalle concezioni religiose dell’ebraismo delle conclusioni inedite è stato solo il cristiane­simo, che arrivò a dire una cosa sconvolgente: un uomo, Gesù, era dio; cosa che aveva dimostrato risorgendo da morte, o co­munque scomparendo misteriosamente dalla sua tomba.

“In principio era il logos“, cioè Cristo era l’intelligenza dell’universo, posta a capo di ogni cosa; “il logos era presso dio”, cioè era di sostanza divina, in quanto imparentato con la divinità; “il logos era dio”, cioè, pur essendo umano in tutto e per tutto, lo era anche in senso divino. Quindi un uomo era dio. Tutte le religioni precedenti al cristianesimo venivano subissa­te da questa consapevolezza semi-ateistica.

Semi-ateistica perché, dicendo che solo un uomo era dio (in via esclusiva), non si arrivava, purtroppo, a un’altra lo­gica conseguenza (inerente alla sua stessa predicazione), e cioè che tutti gli uomini sono dèi: si volle mantenere in vita la religione quando in realtà essa andava rimossa.

Infatti, se gli uomini sono dèi, non esiste alcun dio qua­litativamente diverso da loro. Il logos, al massimo, non è che il prototipo della divinità umana, di cui dobbiamo prendere con­sapevolezza. Non c’è altro dio che l’uomo, e Cristo ne è l’em­blema, ucciso da quelle stesse persone che avrebbero dovuto riconoscerlo per prime.

Ma c’è di più. Se tutti gli uomini sono dèi, allora lo sono anche le donne, ma se lo sono anche le donne, allora esi­stono due prototipi. In principio non c’è l’uno ma il due. L’es­senza della divinità umana è duale per definizione.

Dobbiamo dunque arrivare a tirare queste due conclu­sioni, superando definitivamente il cristianesimo e qualunque altra religione: in principio esiste solo un’essenza umana, che è divina e duale, distinta per genere.

Se è così, la dimensione terrena è solo una delle dimen­sioni universali cui siamo destinati. È solo un banco di prova, una sorta di esperimento in vitro, un’anticipazione di ciò che ci attende nell’universo. Su questa pianeta stiamo sperimentando il meglio e il peggio di noi, per poter capire come regolarci quando ne saremmo fuori.

Noi sappiamo che il Sole si spegnerà tra 5 miliardi di anni, ma questo tempo è lunghissimo soltanto perché non deve condizionarci nelle nostre scelte di vita. Noi in realtà dobbia­mo renderci conto d’essere eterni e in grado di muoverci in uno spazio illimitato. Dobbiamo prendere consapevolezza di avere caratteristiche divine, proprio per il fatto di esistere. Ce le ab­biamo dalla nascita, proprio perché l’essenza umana (esatta­mente come quella naturale) è eterna e universale, per cui, in quanto essenza divino-umana, noi non siamo mai nati e mai moriremo.

Dobbiamo abituarci all’idea di dover vivere in eterno in uno spazio illimitato, in cui non esiste alcun dio che ci dica come dobbiamo essere. L’unica cosa che dobbiamo cercare di capire è come vivere al meglio questa essenza umana. Purtrop­po però sono circa 6000 anni che abbiamo smesso di capirlo, cioè da quando siamo voluti uscire dallo stato di natura del co­munismo primordiale. È appunto questa condizione di vita che dobbiamo cercare di recuperare. E dobbiamo farlo su questo pianeta, assolutamente, anche usando la violenza contro chi ce lo impedisce. Solo recuperando lo stato di natura possiamo tornare ad essere quel che eravamo, possiamo avere speranza di popolare l’universo nel migliore dei modi. Ne va della sopravvivenza del genere umano, il quale, se non riesce ad essere secondo natura, inevitabilmente si autodistrugge.

Dobbiamo porre fine all’antagonismo sociale attraverso una resistenza attiva al male. Neanche il più piccolo torto deve passarla liscia. Non nel senso che bisogna essere spietati con chi sbaglia, ma nel senso che, di fronte a ogni abuso, bisogna reagire prontamente, altrimenti il virus si diffonderà in maniera incontrollabile.

Questo significa che la democrazia è possibile solo in piccole comunità, dove ci si controlla reciprocamente. Queste comunità devono essere autosufficienti, cioè non possono di­pendere da entità esterne, come dio, lo stato, il mercato, la chiesa… Né è pensabile che una città possa dipendere dalla campagna o viceversa.

Dobbiamo creare comunità basate sull’autoconsumo e sulla democrazia diretta. Dobbiamo arrivare a scambiarci solo delle eccedenze, nella convinzione che la sovranità è inaliena­bile e indivisibile, come diceva Rousseau. E qualunque forma di delega deve poter essere revocata in qualunque momento.

Ci attende un lavoro enorme, ma a nostro favore gioca­no le contraddizioni irrisolvibili dei sistemi antagonistici. Dob­biamo soltanto rinunciare all’illusione di poterle risolvere. Dobbiamo approfittare del momento in cui esse scoppieranno, ma bisogna prepararsi subito ad avere le idee sufficientemente chiare, proprio perché non saranno gli eventi, di per sé, a dar­cele. Le idee conformi a natura vanno elaborate prima. Nessu­na pratica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, diceva Lenin.

Noi dobbiamo andare al di là della contrapposizione tra paganesimo, ebraismo e cristianesimo, tra comunità particola­re, vissuta p. es. nell’ambito di una polis, e comunità internazio­nale. Noi dobbiamo vivere in comunità ristrette, dove sia pos­sibile la democrazia diretta e quindi il controllo reciproco, dove il rispetto della natura sia integrale, e dove tutto ciò venga fatto con la con­sapevolezza che il genere umano appartiene a un destino comune, che può essere percorso seguendo strade diverse, su cui si può camminare liberamente, senza temere interferenze altrui.