L’unzione di Betania

Gv 12,1-8

[1] Sei giorni pri­ma della Pasqua, Gesù andò a Betà­nia, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.

[2] Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei com­mensali.

[3] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’un­guento.

[4] Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:

[5] «Perché que­st’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai po­veri?».

[6] Questo egli dis­se non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, sicco­me teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.

[7] Gesù allora dis­se: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

[8] I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

[9] Intanto la gran folla di Giudei ven­ne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risu­scitato dai morti.

[10] I sommi sacer­doti allora delibera­rono di uccidere anche Lazzaro,

[11] perché molti Giudei se ne anda­vano a causa di lui e credevano in Gesù.

Mc 14,3-11

[1] Mancavano in­tanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scri­bi cercavano il modo di impadro­nirsi di lui con in­ganno, per uccider­lo.

[2] Dicevano infat­ti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».

[3] Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alaba­stro e versò l’un­guento sul suo capo.

[4] Ci furono alcu­ni che si sdegnaro­no fra di loro: «Perché tutto que­sto spreco di olio profumato?

[5] Si poteva benis­simo vendere que­st’olio a più di tre­cento denari e darli ai poveri!». Ed era­no infuriati contro di lei.

[6] Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;

[7] i poveri infatti li avete sempre con voi e potete benefi­carli quando vole­te, me invece non mi avete sempre.

[8] Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio cor­po per la sepoltura.

[9] In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il van­gelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fat­to».

[10] Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.

[11] Quelli all’udir­lo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cer­cava l’occasione opportuna per con­segnarlo.

Mt 26,6-16

[6] Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso,

[7] gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa.

[8] I discepoli ve­dendo ciò si sde­gnarono e dissero: «Perché questo spreco?

[9] Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!».

[10] Ma Gesù, ac­cortosene, disse loro: «Perché infa­stidite questa don­na? Essa ha com­piuto un’azione buona verso di me.

[11] I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.

[12] Versando que­sto olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia se­poltura.

[13] In verità vi dico: dovunque sarà predicato que­sto vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ri­cordo di lei».

[14] Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sa­cerdoti

[15] e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’ar­gento.

[16] Da quel mo­mento cercava l’oc­casione propizia per consegnarlo.

Lc 7,36-50

[36] Uno dei farisei lo invitò a mangia­re da lui. Egli entrò nella casa del fari­seo e si mise a ta­vola.

[37] Ed ecco una donna, una pecca­trice di quella città, saputo che si trova­va nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;

[38] e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospar­geva di olio profu­mato.

[39] A quella vista il fariseo che l’ave­va invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

[40] Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure».

[41] «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.

[42] Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

[43] Simone rispo­se: «Suppongo quello a cui ha con­donato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

[44] E volgendosi verso la donna, dis­se a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei inve­ce mi ha bagnato i piedi con le lacri­me e li ha asciugati con i suoi capelli.

[45] Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.

[46] Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.

[47] Per questo ti dico: le sono per­donati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Inve­ce quello a cui si perdona poco, ama poco».

[48] Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».

[49] Allora i com­mensali comincia­rono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».

[50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

*

Probabilmente il motivo che ha spinto il quarto evangelista a scri­vere una pericope del genere, che nel complesso non si può dire molto si­gnificativa, sono state le gravi imprecisioni riportate nelle versioni parallele dei Sinottici.

Su alcune inesattezze, in verità, si sarebbe anche potuto prescinde­re, non foss’altro perché i Sinottici non sanno nulla di una «resurrezione di Lazzaro»: la cena avvenne «sei» giorni prima della Pasqua e non «due», come dicono Mc 14,1 e, sulla sua scia, Mt 26,2; la casa era quella di Marta, Maria e Lazzaro e non quella di «Simone il lebbroso» (Mc 14,3 e Mt 26,6), né quella di un certo fariseo anch’egli chiamato Simone, come vuole Lc 7,36, l’evangelista medico, che non si sarà capacitato di veder tanta gente mangiare attorno a un malato così infetto e che si rifiutò di costruire un pa­rallelo a questo episodio perché probabilmente non ne capì il vero significa­to. Non furono «alcuni» tra i commensali che si sdegnarono contro Maria (Mc 14,4), né «tutti» i discepoli (Mt 26,8), ma solo l’apostolo Giuda Isca­riota.

Se vogliamo, anche su un’assurdità di Luca (l’aver equiparato a una prostituta la donna che unge i piedi di Gesù) si poteva soprassedere, perché leggendo la versione di questo evangelista si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un episodio di diversa natura e, se vogliamo, anche molto inverosi­mile.

Su altri due aspetti, tuttavia, il quarto evangelista poteva sentirsi in dovere di fare le debite precisazioni. Anzitutto il brano dei Sinottici non ha una collocazione spazio-temporale giustificata, cioè non si riesce a com­prendere minimamente il motivo per cui un’anonima donna abbia avvertito l’esigenza di cospargere i capelli e i piedi di Gesù di un profumo costosissi­mo (il brano di Luca non può neppure essere considerato parallelo a quello di Marco); in secondo luogo la motivazione che i Sinottici danno di questo gesto è del tutto fantasiosa: la donna avrebbe compiuto quel gesto perché voleva anticipare profeticamente il rito dell’imbalsamazione, prevedendo che di lì a pochi giorni il Cristo sarebbe morto in croce. Cioè la donna (che nei Sinottici non ha un nome né una parentela con chicchessia) meritava d’essere ricordata perché aveva profeticamente anticipato, con un gesto simbolico di natura non politica ma religiosa, la sconfitta del movimento nazareno e quindi la crocifissione del messia! Una tesi, questa, che viene interpolata, non senza fatica, nella stessa pericope giovannea, e che fa puntello all’altra tesi, vero pilastro di tutto il cristianesimo, secondo cui il Cristo «doveva morire».

*

L’incipit del redattore del quarto vangelo ha invece un valore sia cronologico che politico: sei giorni prima dell’ingresso trionfale nella capi­tale e quindi della sua ultima Pasqua, il Cristo si trovava a Betania, presso la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Mc 14,1s. sostiene, e in questo trova ampie conferme da parte di Giovanni, che le autorità volevano eliminare Gesù prima che entrasse nella capitale, temendo un tumulto popolare.

Nonostante quindi esista un mandato di cattura che pesa sulla sua testa, cui le folle, a quanto pare, non hanno dato molto peso, Gesù e i suoi più stretti collaboratori si possono permettere una cena a poche miglia dalla capitale, nella piena consapevolezza di avere un seguito sufficientemente ampio per poter entrare relativamente indisturbati nella città in festa. Se così non fosse, difficilmente si riuscirebbe a capire il motivo per cui un «fuorilegge» voglia rischiare di essere catturato in un frangente così banale come può essere quello di una cena. Tuttavia, stando a Mc 10,46, che pur fa uscire Gesù da Gerico, diretto verso Gerusalemme, insieme a lui vi erano «i discepoli e molta folla».

Un secondo redattore del quarto vangelo ha voluto precisare che alla cena in oggetto vi era anche Lazzaro e naturalmente ha ribadito ch’era stato resuscitato, senza che questo inciso abbia alcuna relazione col resto della pericope. In origine infatti al v. 1a seguiva immediatamente il v. 2, ove la presenza di Lazzaro veniva constatata senza riferimento alcuno alla presunta resurrezione.

Non è da escludere che la figura di Lazzaro sia stata messa perché, avendo già detto nel racconto precedente ch’era stato risorto, ora non avrebbe avuto alcun senso dimenticarselo. Anzi i redattori hanno voluto insistere sulla tesi della resurrezione, dicendo che nell’occasione dell’arrivo di Gesù, molti da Gerusalemme andavano a trovare non solo lui, al fine di organizzare, in tutta sicurezza, l’ingresso nella capitale, ma erano anche interessanti a vedere il Lazzaro redivivo, al punto che le autorità religiose avevano deliberato di far morire anche lui. In queste assurdità inevitabilmente si cade quando si vuol restare coerenti ad ogni costo a delle falsità formulate in precedenza.

In tutto il racconto di Giovanni le cose principali che risultano poco chiare sono sostanzialmente due:

A) il motivo per cui Maria abbia voluto usare in anticipo un un­guento profumato che lei stessa aveva riservato per il giorno della sepoltura del Cristo (stando almeno a quanto viene detto nella pericope, ma l’unguen­to poteva anche essere stato acquistato per ringraziare Gesù di qualcosa, senza riferimenti forzati a sepolture improbabili di un uomo poco più che trentenne).

L’esegesi confessionale, sulla scia delle versioni fantasiose dei Si­nottici, ritiene che Maria stesse subodorando una morte imminente del Cri­sto, ma questo va escluso nella maniera più tassativa, non foss’altro perché in quell’occasione, in cui nessuno stava certamente pensando a una sconfitta politica del movimento nazareno, sarebbe stato un gesto molto indelicato, foriero di cattivi presagi.

In realtà qui le possibili ipotesi interpretative sono due, che forse non sono neppure tra loro in alternativa:

– Maria voleva ringraziare il Cristo per il favore ricevuto, che non era stato «grande» perché – come vuole l’ideologia cristiana – Lazzaro era davvero morto, quanto perché Gesù aveva rischiato, accettando di assisterlo in un momento e in un luogo per lui molto rischiosi, di mandare all’aria il proprio piano insurrezionale;

– Maria riconosce al Cristo la possibilità reale di diventare messia e, col suo gesto, vuole anticiparne simbolicamente l’evento. Il che può far pensare che in realtà, nel racconto precedente, non si sia trattato di alcuna guarigione né, tanto meno, di alcun miracolo, ma semplicemente del fatto che le idee (zelote?) di Lazzaro, morto in uno scontro coi romani, avevano trovato nel Cristo l’erede politico, sicché il movimento guidato da Lazzaro non era più destinato a disperdersi, bensì a fondersi con quello nazareno, ed è quindi probabile che i seguaci di Gesù abbiamo preparato insieme a quelli di Lazzaro l’ingresso messianico nel corso della festività pasquale.

Se diamo per scontato che Lazzaro fosse effettivamente morto e che la sua resurrezione sia stata frutto di una manipolazione dei redattori cristiani, allora dobbiamo interpretare il gesto di Maria non tanto come un’espressione di ringraziamento per il favore personale ottenuto, quanto piuttosto come una dimostrazione di riconoscenza della profonda umanità del Cristo, che aveva comunque rischiato l’arresto pur di venire ad assistere l’amico. Sotto questo aspetto che Lazzaro sia o non sia morto fa poca diffe­renza, e ancor meno che sia o non sia «resuscitato». Non è neppure da escludere che Lazzaro fosse stato solo ferito e che abbia fatto l’ingresso messianico insieme a Gesù. Anzi, se ciò fosse vero, si potrebbe capire il motivo per cui i sommi sacerdoti volevano far fuori anche lui (ma il v. 10 di Giovanni può essere stato messo a titolo di ringraziamento per quei seguaci del partito di Lazzaro che dopo il 70 accettarono di diventare «cristiani»; cosa che nei vangeli venne fatta anche per i seguaci del Battista e per i farisei progressisti seguaci di Nicodemo).

B) La seconda cosa poco chiara è relativa al ruolo stesso di Maria: come mai proprio una sorella di Lazzaro aveva conservato un unguento molto costoso per la sepoltura di Gesù? Che rapporti c’erano tra i due? È abbastanza singolare la confidenza o la familiarità che qui una donna, di cui i vangeli non dicono quasi nulla, può esibire nei confronti del messia. È sta­ta l’unica, peraltro, che sia riuscita a farlo commuovere.

È difficile trovare una risposta a queste domande, se non appunto pensando che l’unguento non era stato acquistato per la sepoltura del Cristo, ma solo a titolo di ringraziamento per un favore personale ottenuto in circo­stanze drammatiche, o forse Maria lo teneva in casa pensando di usarlo per il fratello il giorno in cui fosse diventato messia. Fu dunque solo dopo la morte di lui che Maria decise di usarlo per Gesù, proprio perché se lo im­maginava messia al posto di Lazzaro, come suo naturale e legittimo succes­sore. Si può in sostanza ammettere che il profumo, certamente non destina­to alla sepoltura del Cristo, sia stato qui usato secondo una finalità di rico­noscimento della sua grandezza morale, oltre che politica: questo perché le due sorelle parteggiavano per gli ideali etico-politici sia di Lazzaro che del Cristo.

Tra l’altro, se davvero Maria voleva serbare l’unguento per la se­poltura del Cristo, poteva limitarsi a sciogliere il sigillo messo nel foro d’a­pertura, usando solo una parte del profumo; invece – lo dice anche Mc 14,3 – il vasetto di alabastro venne spezzato e tutto il suo contenuto fu messo sul­la testa di Gesù (Gv parla solo di «piedi»), inondando di profumo l’intera dimora.

Sia come sia, alla vista del gesto di Maria, l’apostolo Giuda Isca­riota si scandalizzò, interpretandolo come uno spreco. Da economista quale doveva essere, Giuda era riuscito a stimare il valore di mercato di quell’olio pregiato in circa 300 denari, che allora corrispondevano al salario medio di dieci mesi di lavoro. È dunque verosimile che Giuda abbia fatto una rimo­stranza del genere, anche perché era vicina la Pasqua e se il ricavato ottenu­to dalla vendita del profumo fosse stato effettivamente dato ai poveri, avrebbe potuto esserci una positiva ricaduta d’immagine per il movimento nazareno.

Molto meno verosimile è la motivazione con cui Giovanni (o, come è probabile, un secondo redattore) spiega la rimostranza da parte di Giuda, il quale s’era indispettito della cosa perché solitamente rubava nella cassa comune dei Dodici. Qui infatti appare assai poco credibile che il Cri­sto avesse affidato a un ladro la gestione dei fondi. E neppure ha senso cre­dere che il Cristo potesse chiamare tra i suoi più stretti collaboratori, gli «apostoli», una persona ipocrita e disonesta, uno che non aveva neppure il senso della «giustizia sociale».

In realtà se Giuda può anche essere stato un «ladro», non può però aver continuato a rubare una volta chiamato alla sequela del movimento na­zareno, altrimenti un analogo sospetto dovremmo nutrirlo anche per Mat­teo, che prima di convertirsi faceva l’esattore delle tasse per il collaborazio­nista Erode Antipa. Per poter aspirare al ruolo di stretto collaboratore del messia, Giuda doveva possedere notevoli qualità personali, la prima delle quali era sicuramente una forte istanza di liberazione nazionale. Gesù può anche avergli affidato l’incarico di amministrare i beni, pur sapendo ch’era ladro, ma è assai dubbio ch’egli abbia fatto questo solo per metterlo alla prova: evidentemente Giuda aveva anche uno spiccato interesse per la materialità della vita, ovvero per la giustizia socio-economica. In nessuna parte dei vangeli viene detto che, prima di convertirsi, egli svolgeva un qualche mestiere riprovevole.

In ogni caso, anche supponendo che Giuda, prima d’incontrare Gesù, fosse stato ladro perché proveniente da ambienti marginali o depriva­ti (gli apocrifi in realtà sostengono fosse figlio del fratello del sommo sacer­dote Caifa), e che, avendo contratto l’abitudine a rubare, di tanto in tanto at­tingesse indebitamente alle sostanze della cassa comune, si può forse, solo per questo, dedurre che la sua rimostranza fosse unicamente dettata da bas­se motivazioni di ordine personale?

Ci si può cioè chiedere, in altre parole: l’obiezione di Giuda può avere un senso di per sé, a prescindere dall’ipotesi ch’egli sia stato nel pas­sato o fosse ancora nel presente un ladro? Il redattore, evidentemente, non si è posto questa domanda e col cinismo tipico delle persone schematiche ha voluto infierire, facendo sembrare Giuda peggiore di quello che era o che poteva essere. Lasciandosi suggestionare dal cosiddetto «effetto alone», il redattore ha voluto dare una risposta decisamente negativa alla seguente domanda: «poteva un traditore, che, stando ai vangeli, ha venduto il messia per 30 denari, nutrire delle idee a favore dei poveri?».

Gesù prende le difese di Maria e, in un certo senso, di se stesso di­cendo che quel profumo era «già suo», in quanto Maria lo aveva destinato al giorno della sua morte (i cadaveri venivano unti e profumati). Non consi­dera quindi del tutto impropria l’obiezione di Giuda, il quale ovviamente non conosceva la destinazione di quel profumo.

L’obiezione poteva apparire fuori luogo solo pensando che Giuda avrebbe dovuto capire la grande sensibilità di Maria. Ma forse che per que­sta mancanza di tatto (che neppure Gesù volle sottolineare), Giuda meritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro»? È possibile sostenere che siccome la colpa del tradimento è la più grave che un uomo possa compie­re, è del tutto naturale supporre che Giuda fosse anche un ladro?

Possiamo addirittura sostenere che tutta la costruzione mitologica della chiesa primitiva circa la «necessità» della morte del Cristo (che qui Maria avrebbe simbolicamente anticipato) è stata fatta, in un certo senso, a spese della personalità di Giuda, del cui tradimento si vorranno presto di­menticare le istanze politiche strettamente connesse, sino a inventarsi la vergognosa richiesta dei 30 denari. La divinizzazione del Cristo non è forse andata di pari passo con la demonizzazione dell’Iscariota?

Dunque che risposta plausibile può aver dato Gesù alla seguente domanda: se Giuda non fosse stato un ladro, la sua obiezione a Maria sareb­be stata giustificata? Da un lato infatti Gesù mostra di apprezzare politica­mente i rimproveri mossi dall’apostolo (e forse da qualcun altro), in quanto evidentemente si rendeva conto che i poveri costituivano il problema n. 1 della loro missione. Dall’altro però gli fa capire che i rimproveri non hanno senso, in quanto quel profumo era già destinato a lui, per cui ai poveri non era stato tolto niente. Cosa che ovviamente Giuda non poteva sapere.

Un’altra osservazione però, molto più importante, Gesù poteva aver fatto: visto cioè che con la morte di Lazzaro si rende possibile un’inte­sa tra i suoi seguaci e i nazareni, nella prospettiva imminente di una insurre­zione armata, è così importante rimproverare una donna che, a modo suo, ha voluto anticipare l’evento, nella convinzione ch’esso avrà il successo me­ritato? Accusandola d’aver sprecato il profumo non si sta forse ammettendo, implicitamente, che la rivoluzione fallirà o che non è il momento di com­pierla?

Se il racconto fosse finito qui non si capirebbe neppure il motivo per cui sia stato inserito da Giovanni nel suo vangelo. Si ha come l’impres­sione che tra il momento in cui è iniziato il banchetto e quello in cui (presu­mibilmente alla fine) Maria ha iniziato a cospargere Gesù di profumo, man­chi qualcosa. Possibile che nel corso di un’intera serata, nell’imminenza di un’insurrezione antiromana, i commensali non abbiano avuto altro da dirsi che disquisire se vendere o no un profumo che apparteneva a Maria e che questa aveva destinato a Gesù?

Se davvero Maria, col suo gesto, avesse voluto indicare il timore o il rischio di una possibile conclusione tragica dell’ultima Pasqua del Cristo, probabilmente l’unguento, che serviva appunto per imbalsamare i cadaveri, l’avrebbe conservato per il momento più opportuno o comunque avrebbe potuto scegliere una diversa modalità profetica. Qui è evidente che il redat­tore ha voluto far capire una cosa completamente diversa da quella effetti­vamente accaduta.

La stessa frase di Gesù riportata nella pericope ha un significato poco chiaro: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia se­poltura» (v. 7). Evidentemente qualcuno ha voluto rendere ambigua un’e­spressione che in origine non lo era. Invece di usare il passato («l’aveva conservato») si è preferito mettere il presente («lo conservi»), facendo così credere al lettore che il Cristo si riferisse alla propria imminente sepoltura. Col che, peraltro, non si riesce a comprendere il motivo per cui Maria abbia sprecato una cosa che avrebbe dovuto usare il venerdì successivo.

In realtà il motivo qui gli evangelisti lo danno e, con loro, gli stessi manipolatori del quarto vangelo, che di fronte a un testo del genere si com­portarono in maniera alquanto maldestra: essi hanno voluto caricare il gesto di Maria di un significato simbolico che in quel momento non poteva avere. In tal modo s’è potuto rifiutare il rimprovero di Giuda proprio perché contrario alla «necessità» che il messia aveva di morire. Se la morte di Gesù doveva essere imminente, il rimprovero di Giuda a Maria si opponeva, in ultima istanza, a questo destino metafisico.

Si è perfino arrivati a mettere in bocca a Gesù, senza alcuna moti­vazione plausibile, se non quella di voler infierire contro Giuda, una frase ch’egli non può assolutamente aver detto: «I poveri li avrete sempre con voi» (un versetto, peraltro, che in molti codici non è neppure riportato).

Con una frase di questo genere il Cristo avrebbe scandalizzato i di­scepoli molto più di quanto non aveva fatto Maria col suo inconsueto gesto. E per almeno due ragioni: 1. gli apostoli si sentivano militanti impegnati a modificare anche i rapporti sociali e non solo quelli politico-istituzionali; 2. un leader politico non può legittimare lo spreco neppure in casi eccezio­nali (a quella frase infatti egli aggiungerà: «me non mi avrete sempre», la­sciando presagire – secondo i vangeli – una fine imminente).

Il redattore non solo non ha capito che la differenza tra Giuda e Gesù stava in un diverso modo di apprezzare il valore delle cose e nella ne­cessità di approfittare del momento per compiere l’insurrezione antiromana, ma ha anche dimostrato di avere meno sensibilità di Giuda per le questioni di carattere sociale.

Dunque per quale motivo Gesù fu indotto a mentire dicendo che quel profumo era destinato al giorno della sua sepoltura? Il motivo forse lo si può capire cercando di rispondere a quest’altra domanda: s’egli avesse detto che le cose non hanno solo un valore «materiale» ma anche «spiritua­le», fino a che punto Giuda sarebbe stato in grado di capirlo?

Maria aveva voluto ringraziare il Cristo per la decisione d’essere venuto a trovare Lazzaro rischiando d’essere catturato e per la decisione di proseguire il messaggio di liberazione del fratello morto, il cui sacrificio, così, non sarebbe stato vano: per un favore personale e nazionale, etico e politico, così grande, non poteva esistere – secondo lei – un valore equiva­lente con cui ricambiare. La cosa più preziosa che possedeva: l’ampolla di nardo purissimo, poteva essere offerta solo a titolo simbolico, poiché tutto il suo vero valore stava unicamente nell’intenzione che aveva mosso il gesto.

Forse per questo Gesù aveva mentito: sia per tutelare Maria che per non mettere in imbarazzo lo stesso Giuda, che con difficoltà avrebbe compreso il valore profondo di quella intenzione.

Se questa esegesi è vera, allora è anche vero che non può essere considerato inferiore all’elemosina nei confronti dei poveri un gesto d’amo­re nei confronti di una persona che, col suo messaggio di liberazione, avrebbe anche potuto risolvere il problema della povertà.

Il torto di Giuda, in sostanza, si riduce al fatto di non aver compre­so che le esigenze umane di Maria non erano in contraddizione con quelle politiche del movimento nazareno. Esprimendo nel suo personalissimo modo quali sentimenti umani si potevano nutrire nei riguardi del messia, Maria aveva mostrato, forse involontariamente, di credere meglio di Giuda nella possibilità che Gesù aveva di realizzare una società economicamente più giusta, in cui non ci sarebbe stato bisogno di fare l’elemosina per alle­viare (peraltro temporaneamente) le sofferenze dei poveri.

Il criterio di valore che aveva Giuda era di tipo «economicistico» o «riformistico» (a favore della giustizia sociale nei limiti dell’oppressione dominante, in attesa del momento opportuno per rovesciare il sistema) e viene usato per opporsi a una insurrezione immediata, giudicata prematura: quella che Cristo voleva compiere proseguendo la missione di Lazzaro.1

Il criterio di valore che manifesta Gesù era di tipo «politico» (una sconfitta, quella di Lazzaro, può trasformarsi in vittoria). Maria lo ringra­ziava per il grandissimo favore ricevuto: la resurrezione simbolica degli ideali politici del fratello Lazzaro, che era un rivoluzionario, ben conosciuto da Gesù sin dai tempi in cui era vissuto in Giudea; un favore per il quale non c’era un valore equivalente con cui ricambiare, proprio perché Gesù si esponeva di persona, volendo proseguire quegli ideali con una insurrezione armata, che Giuda riteneva forse prematura, anche se aveva rischiato, insie­me a Gesù, d’essere catturato a Betania.

Giuda insomma avrebbe avuto ragione solo se per i poveri non ci fosse stata altra alternativa che l’elemosina, ma non per aver avuto torto me­ritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro», ammesso e non con­cesso ch’egli si sia effettivamente scandalizzato per quello che aveva visto. Anche perché questa è praticamente l’unica pericope dei quattro vangeli in cui l’apostolo Giuda Iscariota viene delineato a prescindere dallo stereotipo, consolidato in tutto il Nuovo Testamento, di traditore del messia.

Gli ultimi tre versetti ci paiono difficilmente credibili, almeno per come sono stati scritti: per quale motivo i sommi sacerdoti volevano ucci­dere un uomo come Lazzaro che in nessuno dei quattro vangeli ha mai pro­ferito la benché minima parola? Chi era Lazzaro? Un personaggio influente tra i giudei? L’idea dei redattori cristiani di farlo risorgere è forse venuta in mente per caratterizzare simbolicamente la decisione dei suoi discepoli di aiutare il Cristo a entrare nella capitale in maniera trionfale? È stato Lazza­ro che ha preparato l’ingresso messianico e che ha convinto Gesù che il consenso era sufficientemente ampio per tentare un’insurrezione armata contro i romani e il potere collaborazionista? La conversione di Lazzaro alla causa rivoluzionaria di Gesù è forse stata gestita in maniera simbolica dai redattori cristiani al pari di quella di Paolo di Tarso alla causa antirivo­luzionaria? È forse questo il motivo per cui dell’uno non sappiamo quasi nulla e dell’altro quasi tutto?

Insomma è assai probabile che Giuda si sia scandalizzato di quello che a lui appariva uno spreco semplicemente perché nessuno avrebbe potuto essere matematicamente sicuro che l’insurrezione sarebbe riuscita. Egli non era contrario all’idea in sé di «sollevazione popolare antiromana», ma ne vincolava la riuscita all’atteggiamento che il partito più importante della città avrebbe tenuto, quello farisaico, in cui, quasi certamente, lui stesso, un tempo, aveva militato. Il fatto di vedere a Betania una «grande folla di giudei» al seguito di Gesù non lo rassicurava in maniera decisiva. Giuda doveva essere uno che amava calcolare, soppesare di ogni cosa i pro e i contro.

Nota

1 In Marco invece Giuda tradisce a causa del carattere venale della sua persona, attaccata al denaro.

Lazzaro di Betania (Gv 11,1-44)

[1] Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella.

[2] Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.

[3] Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».

[4] All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la glo­ria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato».

[5] Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.

[6] Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.

[7] Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».

[8] I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».

[9] Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo;

[10] ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».

[11] Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».

[12] Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».

[13] Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.

[14] Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto

[15] e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, an­diamo da lui!».

[16] Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

[17] Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro.

[18] Betania distava da Gerusalemme meno di due miglia

[19] e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.

[20] Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.

[21] Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

[22] Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».

[23] Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».

[24] Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno».

[25] Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muo­re, vivrà;

[26] chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».

[27] Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».

[28] Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, di­cendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».

[29] Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.

[30] Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.

[31] Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria al­zarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».

[32] Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicen­do: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».

[33] Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:

[34] «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».

[35] Gesù scoppiò in pianto.

[36] Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!».

[37] Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».

[38] Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.

[39] Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Si­gnore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».

[40] Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?».

[41] Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.

[42] Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attor­no, perché credano che tu mi hai mandato».

[43] E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».

[44] Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un su­dario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

*

Perché questo racconto, in cui si narra un episodio assolutamente eccezionale, non trova alcun riscontro nei Sinottici? Generalmente l’esegesi confessionale più superficiale sostiene che nei Sinottici il parallelo va cer­cato nel racconto della figlia di Giairo (Mc 5,21 ss.) o in quello del figlio della vedova di Nain (quest’ultimo riportato solo da Lc 7,11 ss.).

Questi paralleli tuttavia hanno poco senso: sia perché in quello di Giairo Gesù non appare come un vero e proprio resuscitatore di morti, in quanto la fanciulla non era ancora stata giudicata assolutamente morta dai parenti; sia perché nell’altro racconto si rimanda, anche abbastanza scoper­tamente, a un’analoga guarigione compiuta da Elia in 1Re 17,23, per cui è difficile ritenerlo attendibile. Tra l’altro nel racconto di Lazzaro, che è cro­nologicamente posteriore agli altri due, non si ha nessuna consapevolezza che il Cristo potesse anche resuscitare i morti.

Altri esegeti ritengono che il miracolo di Lazzaro non venga ripor­tato nei Sinottici perché il suo parallelo è, secondo l’impostazione redazio­nale dei tre evangelisti, la guarigione di Bartimeo (Mc 10,46 ss.): questi in­fatti rappresenta l’ideale del discepolo che vince i suoi dubbi circa il lato umano della messianicità del Cristo e decide di seguirlo fino a Gerusalem­me per l’ingresso trionfale. Il che sarebbe più significativo, sul piano etico-politico, che credere in un messia resuscitatore di morti.

Senonché l’episodio di Lazzaro va ben al di là del semplice evento prodigioso, in quanto anch’esso – come quello di Bartimeo – coinvolge aspetti che riguardano, insieme, la sfera politica e quella dei sentimenti umani. Questa pericope, se vogliamo, avrebbe dovuto intitolarsi non «resur­rezione di Lazzaro» ma «manifestazione dell’umanità del messia».

Un minimo più credibile è l’ipotesi avanzata da qualche esegeta secondo cui la resurrezione di Lazzaro sarebbe stata in origine una semplice guarigione, forse avvenuta in un momento diverso da quello descritto dal quarto vange­lo, il cui significato è stato gonfiato da redattori prevalentemente di origine giudaica. La pericope peraltro è stata collocata nell’imminenza dell’ultima Pasqua, anche per rispondere al racconto, di matrice politica, non meno fan­tasioso, dei pani miracolati, che redattori cristiani di origine galilaica aveva­no elaborato nei Sinottici, in riferimento alla Pasqua precedente. Questo per dimostrare che Gesù aveva dato il meglio di sé non solo in Galilea ma an­che in Giudea.

Si può in un certo senso dire che il racconto della presunta resurrezione di Lazzaro ha un’importanza pari a quello della presunta moltiplicazione dei pani. Con questa differenza: in Galilea Gesù, con solo appoggio dei galilei, senza quello dei giudei, aveva fatto capire di non essere intenzione a compiere alcuna liberazione nazionale, e il redattore, di origine galilaica, ha mistificato la cosa usando l’arma del miracolo di due sostanze materiali: i pani e i pesci; in Giudea invece decide di compierla, proprio perché sa di poter avere l’appoggio di tutti i giudei, galilei e samaritani intenzionati a liberarsi dello straniero oppressore, e qui il redattore, di origine giudaica, ha subìto una manipolazione da parte di un altro redattore giudaico-cristiano, che ha mistificato il racconto usando l’arma del miracolo più grande che si possa compiere: resuscitare un morto. Quindi se la fonte o la tradizione più originaria della peri­cope va ricercata nella Giudea, come per gran parte dei racconti giovannei, il testo è stato sicuramente manipolato a più riprese da altri redattori cri­stiani influenzati dalle culture giudaico-mistiche e gnostico-ellenistiche, allo scopo di censurare il lato politico della predicazione messianica del Cristo.

Ora, prima di analizzare il racconto, che sicuramente è di una straordinaria complessità, è bene fare una precisazione di metodo. Nel van­gelo di Giovanni nessun racconto ha uno spessore così solido, dal punto di vista umanistico, come questo. E tuttavia questo è uno di quei racconti che meno di altri può essere accettato così come è descritto. Il fatto stesso che un racconto di questo genere (in cui il Cristo appare come un «dio») non abbia trovato alcun riscontro nei Sinottici può essere indicativo della sua scarsa attendibilità, almeno per come esso ci è giunto.

Va di sicuro escluso che un evento del genere sia stato scritto in un momento in cui qualche testimone oculare avrebbe potuto smentirlo. Quin­di o l’evento è veramente accaduto, con pochissimi testimoni a riguardo (di tutti gli apostoli il solo Giovanni, di tutti i parenti la sola Maria), oppure è molto tardivo (o comunque sono tardivi i passi più miracolistici aggiunti a un nucleo originario che forse prevedeva un’azione meramente terapica o, addirittura, una semplice presa d’atto del decesso di un compagno di lotta politica). Una base storica deve comunque esserci, non foss’altro che per una ragione: gli apostoli che, con Gesù, si erano nascosti in Transgiordania per timore d’essere catturati, poterono osservare di persona questo evento. Tra essi vi era sicuramente Pietro, anche se vengono citati col termine generico di «discepoli» (il solo di cui si riporta il nome è Tommaso), e Pietro è la fonte principale del vangelo di Marco: pertanto, visto che se ne parla soltanto qui, o questo episodio è stato completamente inventato, oppure non è accaduto esattamente come è stato raccontato.

L’attendibilità di questo racconto non può ovviamente essere data dalle motivazioni dell’esegesi confessionale, secondo cui le parole e le opere del Cristo sono tanto più vere quanto più rispecchiano le tradizioni acquisite dal cristianesimo primitivo: si è addirittura arrivati a dire che proprio il fatto che l’autore di questo racconto voglia rimandare esplicitamente alla morte e resurrezione del Cristo depone a favore della storicità del racconto!

In realtà se c’è una cosa che nega ai vangeli una qualunque attendi­bilità è proprio questa forte convergenza tra quanto viene attribuito al Cri­sto e quanto era d’uso comune presso i cristiani influenzati dall’ideologia paolina, quella che nel dibattito tra le varie correnti proto-cristiane risultò vincente. Sotto questo aspetto, se accettiamo l’ipotesi che i vangeli altro non siano che una ricostruzione letteraria della comunità primitiva in rapporto alla fede post-pasquale, ovvero se la preoccupazione della comunità primi­tiva, dal punto di vista redazionale, è stata quella di dimostrare, in questo e altri racconti miracolistici, che il Cristo era davvero il «Figlio di Dio», di­venta difficile immaginare che possa esistere qualcosa che ci impedisca dal ritenere come puramente inventati tutti i racconti in cui avvengono cose straordinarie o umanamente impossibili. Se vogliamo, proprio la pretesa di vedere in Gesù un dio toglie storicità anche a quegli eventi che forse po­trebbero essere considerati umanamente accettabili (sempre che nell’agget­tivo «umano» si consideri tutto ciò che sarebbe possibile se l’uomo fosse davvero se stesso).

Dal canto suo, l’esegesi non strettamente confessionale pretende di trovare nei vangeli, in virtù di un lavoro di epurazione dei testi da tutto ciò che può apparire artificioso, apologetico ecc., quei versetti che da soli auto­rizzano una ricostruzione sufficientemente realistica degli eventi. Ma anche questa posizione pecca di semplicismo. Spesso l’operazione di falsificazio­ne redazionale da parte degli evangelisti non si limita ad aggiungere frasi o azioni che nella realtà non sono mai state dette o fatte, ma omette parole o frasi che potrebbero apparire imbarazzanti per un’ideologia spiritualistica come quella cristiana, e soprattutto trasforma parole e azioni storicamente attendibili in cose del tutto inventate, conservandone elementi sufficienti a credere che siano veramente accadute.

In generale si può affermare questo: quanto più forti sono gli artifi­ci letterari dei redattori, specie quelli del quarto vangelo (p. es. l’ambiguità intenzionale nell’uso di determinate parole o espressioni, che porta inevita­bilmente a malintesi e incomprensioni tra Gesù e gli interlocutori, onde ac­centuare la distanza che li separa), tanto meno credibili appaiono i racconti sul piano storico.

Generalmente i manipolatori del quarto vangelo non intervengono inventandosi cose mai accadute, ma preferiscono modificare quelle già esistenti, e lo fanno in due maniere, aventi una medesima finalità: quella di sostituire gli aspetti politici del progetto di liberazione del Cristo con aspetti religiosi inerenti a un progetto di redenzione morale. Un modo è quello di cambiare particolari concreti molto importanti con altri del tutto fittizi, l’altro è di commentare i particolari reali in maniera distorta. In questo lungo racconto, che ha un ruolo centrale nel quarto vangelo, hanno fatto entrambe le cose.

Ovviamente l’esegesi confessionale non potrebbe ammettere una tesi del genere, ma, se per questo, essa fatica alquanto a trovare una risposta convincente anche alla seguente domanda: se il Cristo non fosse scomparso dalla tomba e avesse fatto in vita le guarigioni descritte nei vangeli (ivi in­cluse quelle più improbabili), sarebbe stata elaborata ugualmente una «teo­logia della salvezza» o ci si sarebbe limitati a una semplice «filosofia di vita», al pari di quelle elaborate da e per tanti altri santoni e sciamani del mondo orientale?

A favore dei vangeli noi possiamo dire che pur avendo i romani crocifisso migliaia di schiavi ribelli, di nessuno di questi abbiamo una lette­ratura così cospicua, sia essa totalmente o parzialmente inventata, come quella sul «ribelle Gesù». Ciò significa che qualcosa di realistico deve es­serci nei vangeli, altrimenti dovremmo ammettere, per assurdo, che sin dal­l’origine una mente diabolica è riuscita a imbastire la più grande truffa lette­raria della storia. E, se così fosse, dovremmo chiederci il motivo per cui sino ad oggi nessuno l’abbia ancora scoperta con prove alla mano.

In realtà tutti sanno che le truffe in generale e quelle letterarie in particolare appaiono credibili solo quando sono basate su fatti probabili. È poi compito dell’esegeta cercare di scoprire quando si può parlare di verosi­miglianza e quando di mera invenzione. Indubbiamente, sotto questo aspet­to, il racconto della cosiddetta «resurrezione di Lazzaro» è uno di quelli che più mette a dura prova le capacità di discernimento del lettore.

D’altra parte un’esegesi che si limitasse a commentare l’interpreta­zione cristiana post-pasquale degli eventi pre-pasquali non servirebbe a nul­la, perché sarebbe inevitabilmente apologetica. La premessa da cui partire è quella di mettere in discussione che l’interpretazione cristiana degli eventi post-pasquali sia l’unica possibile e soprattutto l’unica vera.

*

Quando Lazzaro s’ammalò (forse perché ferito in uno scontro mili­tare) al punto da impensierire seriamente le due sorelle Marta e Maria, que­ste poterono mandare un’ambasciata ad avvisare Gesù solo perché sapevano ch’egli non era molto lontano da Betania (forse un giorno di cammino). Gesù e i suoi discepoli, in effetti, soggiornavano in Perea, nei pressi del Giordano, dove il Battista era stato arrestato qualche anno prima e dove an­che loro tentavano di sottrarsi all’ennesimo mandato di cattura (Gv 10,40). I tre protagonisti di Betania erano sicuramente al corrente delle peregrinazio­ni dei leader nazareni.

Intorno a Lazzaro i vangeli non offrono alcuna testimonianza: in nessun luogo egli pronuncia una benché minima espressione. Questo silen­zio pare sospetto, tanto più che qui il redattore usa il termine di «philos» (v. 11), come se volesse indicare che Lazzaro non era solo un amico personale del Cristo, ma addirittura un seguace del movimento nazareno o comunque un compagno di lotta (vv. 3, 5 e 11).

Lo stesso dicasi di Marta e Maria, le due vere protagoniste di que­sto racconto, che qui vengono introdotte come se il lettore già le conoscesse o, se vogliamo, come se tra loro e il Cristo vi fossero stati dei precedenti molto significativi. In realtà anche di loro non sappiamo quasi nulla. Dei Si­nottici il solo a fare un piccolo riferimento è Lc 10,38-42.

Si ha l’impressione che il redattore, citando per prima Maria e ri­cordando che fu lei a profumare i piedi del Cristo, in seguito a questo episo­dio, consideri quest’ultima più importante di Marta, dando così conferma del famoso passo di Luca che descrive una Maria contemplativa, disposta ad ascoltare il «verbo» e una Marta troppo presa dalle faccende domestiche per poter essere una vera discepola del Cristo. In effetti, e lo vedremo me­glio in seguito, Marta sembra qui rappresentare, in maniera simbolica, l’in­comprensione del lato umano del messia.

In ogni caso un intervento redazionale a più mani è ben visibile sin dagli esordi di questa lunga pericope. E le contraddizioni che nascono in se­guito a queste manipolazioni sono subito stridenti. Appena sentito ch’era malato – dice il v. 6 – Gesù «si fermò ancora due giorni nel luogo dov’era». Se questo è vero, lo stesso redattore deve averne frainteso il motivo, perché al v. 4 tenta di spiegarlo in una maniera del tutto fantasiosa: Gesù si era fer­mato apposta perché non aveva intenzione di compiere una semplice guari­gione ma addirittura una resurrezione!

Avendo in mente un Cristo impolitico, che fa della politica il regno dei corrotti, il redattore tende ad attribuirgli dei pensieri e delle azioni del tutto innaturali per una persona comune (in questo caso politicamente impe­gnata), e che però vogliono essere consoni alla rappresentazione immagina­ria di una persona dalle caratteristiche divino-umane.

Questo redattore, di cultura ellenistica, è talmente estraneo alla po­litica che piuttosto che pensare – come ha fatto un altro redattore di questa pericope, questa volta di cultura ebraica – che il Cristo (sempre secondo un’interpretazione fantasiosa) avrebbe potuto utilizzare la tragedia della morte di un amico come occasione per compiere qualcosa di convincente anche per i giudei più scettici circa la verità politica del proprio messianismo, ha preferito credere che la resurrezione abbia qui avuto, come unico scopo, quello di dimostrare che il Cristo era «Figlio di Dio».

Tale considerazione ci induce ad aprire una piccola parentesi per dire che la stretta identità di «Dio» e «Figlio di Dio» (si veda il v. 4), fa par­te in un certo senso dell’ateismo ingenuo del cristianesimo primitivo, il qua­le, invece di limitarsi a vedere Gesù come uomo, sospendendo il giudizio su quegli aspetti che potevano apparire di natura controversa, ha deciso di pa­ragonarlo, stricto sensu, a un dio, facendo coincidere l’espressione «gloria di Dio» (che per un ebreo aveva significato esclusivo: solo Jahvè è Dio) con l’espressione «glorificazione del figlio di Dio» (che per un ebreo equi­valeva a bestemmiare). Queste sono aggiunte posticce al racconto origina­rio (ivi inclusa quella dell’appellativo «Signore»), poiché noi sappiamo da Giovanni che Gesù non si è mai considerato «Figlio di Dio», né «Dio» in persona, e neppure suo rappresentante religioso. Il Cristo di Giovanni vole­va gli uomini indipendenti da qualunque giudizio o volontà divina. Il suo era un ateismo umanistico, estraneo a influenze di tipo religioso.

Dunque, stando al v. 6 si ha l’impressione che il Cristo si fosse fer­mato «ancora due giorni nel luogo dov’era» proprio perché voleva che Laz­zaro morisse e poterlo così risorgere. Invece di affrettarsi ha preferito tarda­re e per poter convincere gli apostoli che aveva intenzione di compiere qualcosa di speciale, è stato costretto ad affermare, al v. 14, che Lazzaro era già morto, mostrando di saperne più lui, circa la malattia mortale di Lazza­ro, dei messi inviati da Marta e Maria.

Qui il redattore è intervenuto pesantemente. In realtà l’attesa di Gesù fu dovuta a un’esitazione giustificata, come si evince molto bene dai vv. 8 e 16, dove i discepoli (in particolare Tommaso) temono che il messia venga arrestato e loro con lui. Essi devono aver pensato che la sua iniziati­va, in caso di insuccesso, avrebbe potuto risultare molto più costosa dei be­nefici che avrebbe potuto ottenere in caso contrario. In altre parole: se Laz­zaro era davvero gravemente malato non sarebbe valsa la pena rischiare l’arresto; se invece non lo era, non sarebbe valsa la pena lo stesso, perché prima o poi sarebbe guarito. Questo il senso del v. 12.

Una cosa però è che siano loro (semplici esseri umani) ad avere questi timori e a fare questi ragionamenti, un’altra – deve aver pensato il re­dattore – è che sia lui (il «Figlio di Dio») a comportarsi così.

Ecco dunque qual è stata – secondo il redattore – la risposta del Cristo alle obiezioni dei discepoli: «Se uno cammina di giorno non inciam­pa» (v. 9). Il che, nel linguaggio apologetico, sta a significare: «il Cristo morirà solo quando sarà la sua ora». Parabola, questa, che rimanda esplici­tamente a quella di Gv 9,4 s.

Viceversa, quale può essere stata la risposta qui omessa e che si può facilmente intuire dal contesto? «Lazzaro è uno dei nostri, dobbiamo ri­schiare, però non c’è bisogno che rischiamo tutti. Se non rischiassimo, qual­cuno potrebbe pensare che abbiamo anteposto interessi politici a quelli umani».

Al v. 14 il redattore è esplicito nella sua falsificazione: il Cristo aveva tardato a intervenire proprio perché sperava che i discepoli, vedendo Lazzaro risorgere, credessero definitivamente nella sua «figliolanza divina». Tesi, questa, che ne comporta molte altre: quella della «morte ne­cessaria», del «regno in un altro mondo» ecc. La falsificazione viene ripetu­ta ai vv. 25-26 e al v. 42, allorché si sostituiscono i discepoli, come target di riferimento dell’efficacia del prodigio, prima con Marta, poi con i giudei imparentati con le sorelle di Lazzaro.

Il redattore ha praticamente voluto dimostrare che la resurrezione di Lazzaro seppe venire incontro a esigenze di tipo personale (espresse dal­le due sorelle Marta e Maria) e di tipo pubblico (espresse dai giudei lì pre­senti – cfr il v. 37).

Alcuni esegeti confessionali hanno sostenuto – condividendo la tesi di uno dei redattori – che questo miracolo doveva servire per la causa nazio­nale, cioè per dare la possibilità di credere nella messianicità del Cristo an­che ai giudei più scettici. Quindi, pur senza mettere in gioco la volontà di dimostrare la propria divinità, da parte del Cristo, tali esegeti sono convinti che il prodigio abbia avuto lo scopo di evidenziare che esistevano tutte le condizioni per credere nelle capacità rivoluzionarie del movimento nazare­no.

Questo modo di ragionare, pur essendo più vicino alle tesi dell’u­manesimo integrale, resta comunque apologetico, poiché non scalfisce di una virgola il principio secondo cui non vi è nulla che possa obbligare qual­cuno a credere in qualcosa. Sotto questo aspetto qualunque guarigione o prodigio o miracolo compiuto da Gesù nei vangeli non è in grado di dimo­strare alcunché, né sul piano etico né su quello religioso.

Il dialogo fittizio tra Marta e Gesù sembra, in tal senso, che rappre­senti la forbice entro cui può muoversi l’interpretazione cristiana di questo episodio, sia essa condizionata dalla cultura ebraica o ellenistica. Nel senso che, comunque la si metta, in ultima istanza lo scopo del racconto è quello di indurre il lettore a credere nella divinità del Cristo. L’oscillazione inter­pretativa non va al di là di questi limiti. E la cosa è talmente evidente che le parole di Marta ricalcano quasi alla lettera antiche confessioni cristiane di fede.

In sostanza l’unica vera prova che il redattore ha potuto usare circa la morte di Lazzaro è costituita dal riferimento temporale dei quattro giorni. Considerando che i messi avranno impiegato un giorno per arrivare al na­scondiglio di Gesù, se ad esso si aggiungono i due giorni che questi ha la­sciato passare e l’altro giorno per arrivare a Betania, i conti in effetti torna­no, sempre che ovviamente si dia per scontato che Lazzaro sia deceduto ap­pena i messi erano partiti. Essi avevano raggiunto Gesù convinti che Lazza­ro fosse ancora vivo e Gesù si era mosso (e con lui alcuni discepoli, tra i quali sicuramente Giovanni) nella convinzione di poterlo sanare, come ave­va già fatto per altri casi.

Qui va sottolineato che per gli ebrei una persona veniva considera­ta veramente morta solo allo scadere del quarto giorno, anche se a motivo del clima molto caldo i morti venivano messi nelle tombe sin dal primo giorno. Il periodo di lutto era di sette giorni. Il redattore ci dice che quando Gesù arrivò a Betania molti parenti erano già giunti da Gerusalemme, distante poche miglia, per consolare le sorelle di Lazzaro.

Delle due la prima che viene informata dell’arrivo di Gesù è Marta, che non si preoccupa di avvisare anche Maria (rimasta in casa) e che evi­dentemente è a conoscenza del carattere di riservatezza della visita di Gesù, il quale, come un clandestino ricercato dalla legge, è rimasto nei pressi del villaggio a chiedersi come avrebbe potuto guarire l’amico malato senza far­si notare. O forse qualcuno l’ha già informato che Lazzaro era morto.

Quel che Marta può aver detto a Gesù è già molto se riusciamo a intuirlo tra le righe pesantemente manipolate dai redattori. La prima cosa ovviamente deve essere stata quella relativa al decesso, avvenuto quattro giorni prima. La seconda cosa non rappresenta solo una forma di convinzio­ne personale, come apparentemente può sembrare: «Se tu fossi stato qui, lui non sarebbe morto» (v. 21), ma anche una forma di giudizio critico: «Il fat­to che tu non ci fossi posso capirlo sul piano politico, ma faccio fatica ad accettarlo sul piano umano».

In altre parole, sembra che per Marta questa mancata guarigione non pregiudichi il compito rivoluzionario che il messia Gesù deve realizza­re, tuttavia essa avrebbe preferito che, in nome dell’amicizia per Lazzaro, Gesù avesse agito diversamente. Marta in sostanza qui si comporta come Bartimeo, prima che questi dica «Rabbunì».

Giovanni comunque contraddice apertamente l’opinione di Lc 10,38 s. che vede in Marta una donna insensibile alla predicazione del Cri­sto, anche se – e lo vedremo – conferma che sul piano umano Maria le era superiore. Si può forse dire che per Marta l’umanità del Cristo era stretta­mente correlata alla sua messianicità.

Tutte le risposte che le dà Gesù, riportate nella pericope, vanno considerate fantasiose, per cui si può pensare che l’unica cosa credibile che le abbia detto sia stata quella di andare a chiamare Maria (v. 28). Una don­na politicamente impegnata come Marta facilmente avrebbe potuto capire che quando sono in gioco i destini di un’intera nazione, i drammi o le trage­die personali vanno considerati come incidenti di percorso, nei cui confron­ti non si può rivendicare un interessamento particolare da parte dei dirigenti politici. L’invito del messia sarà dunque stato quello di rassegnarsi oppure di sperare che i seguaci di Lazzaro si convincessero ad accettare il progetto insurrezionale dei nazareni, invece di agire per conto proprio.

L’esegesi confessionale sostiene che Gesù ha accettato di risorgere Lazzaro per dimostrare a Marta la propria profonda umanità, che poi coin­cide – per detta esegesi – con la sua divinità, ma se così fosse si dovrebbe considerare del tutto inverosimile che alla fine della sua vita Gesù fosse an­cora circondato da discepoli incredibilmente ostinati a non credere nella sua umanità e continuamente ansiosi di vedere prodigi sempre più spettacolari per arrivare, in sostanza, a non credere mai nel suo vangelo. Non meno stu­pefacente è che il Cristo si presti qui ad accettare, poco prima di compiere la rivoluzione armata, queste vergognose forme di ricatto morale.

I redattori dei vangeli vogliono far sembrare paradossale a un let­tore ingenuo che anche di fronte a fatti così straordinari, come appunto la resurrezione di un morto, l’opinione su Gesù restava incerta, ambivalente, e che solo una parte dei testimoni, in definitiva, sceglieva di credere in lui. In realtà nulla a questo mondo può convincere della verità di una determinata posizione, se manca un coinvolgimento di tipo personale, in cui la libertà svolga un ruolo decisivo, e qualunque rappresentazione della personalità o del comportamento del Cristo che si avvalga di elementi di tipo sovrumano, utilizzati per indurre a credere in lui, rende inevitabilmente ridicoli o ripro­vevoli tutti i personaggi che lo circondano, a seconda che aderiscano o meno al suo vangelo.

Se infatti considerassimo vere le parole dette da Gesù a Marta che idea dovremmo farci di quest’ultima? Il dialogo tra i due è di un’assurdità fuori del comune. Al v. 22 il redattore si è divertito a equivocare sul signifi­cato dell’oggetto del desiderio di Gesù e sul momento in cui ottenerlo: in­fatti non si capisce se Marta sia convinta che a Gesù basti chiedere a Dio di far risorgere Lazzaro, oppure che, nonostante la morte di Lazzaro, Gesù ha comunque il potere di chiedere qualunque cosa a Dio per la realizzazione della sua missione.

Gesù, a sua volta, continua a equivocare assicurando a Marta che Lazzaro sarebbe risorto, ma senza precisarle il momento. Al che lei, pen­sando di aver ottenuto una magra consolazione, risponde di sapere già il momento, quello dell’ultimo giorno, quando verranno risorti tutti i morti della terra (da notare che per gli ebrei l’idea di resurrezione è sempre stata piuttosto peregrina).

Ora però il redattore fa parlare Gesù chiaro e tondo: «Io sono la re­surrezione e la vita» (v. 25). Frase, questa che, portata all’estremo, potrebbe anche voler dire che Dio non c’entra nulla circa la possibilità che Gesù ave­va di far risorgere Lazzaro.

Marta cade dalle nuvole e risponde, serafica, come per asseconda­re uno che ha le traveggole: «Sì, credo che tu sia il messia, il figlio di Dio» (v. 27), che in altre parole starebbe per: «Se ti sei offeso che ho messo in dubbio la tua messianicità e divinità, me ne pento e riconfermo entrambe esplicitamente».

Cristo prende atto di questa confessione di fede politico-religiosa ma non risorge Lazzaro: la coscienza di Marta non è abbastanza profonda. Ecco perché le chiede di far venire la sorella Maria.

Marta, in sostanza, nella mente fantasiosa dei redattori cristiani, non ha ottenuto la resurrezione di Lazzaro perché aveva messo in dubbio le capacità di trasformare la materia da parte di una persona divino-umana.

È da ritenersi comunque realistico il fatto che solo quando vede Maria Gesù non si sente giudicato. Da notare che sino a quel momento po­chissime persone si erano accorte della sua presenza. Marta aveva avvisato Maria «sottovoce» – dice Gv 11,28 – appunto per proteggere la riservatezza dell’incontro con Gesù; i parenti la seguivano da lontano pensando che si recasse al sepolcro.

Quando vede Gesù, Maria gli si getta ai piedi e piange amaramen­te: le parole che dice sono le stesse di Marta ma l’atteggiamento è diverso (v. 32), tant’è che la commozione diventa generale: dei parenti e dello stes­so Gesù, ad eccezione di alcuni che malignano dicendo: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?» (v. 37).

La differenza tra Marta e questi parenti sul piano politico è netta: Marta non mette in dubbio che il Cristo debba comunque diventare il mes­sia d’Israele, nel senso che i difetti ch’egli può avere sul piano umano non possono incidere – secondo lei – sulla giustezza del suo messaggio politico e sulla necessità ch’egli abbia di governare il paese. Per alcuni parenti invece il dubbio permane e non a caso viene detto che questi informarono i farisei dell’accaduto (v. 46), mettendo a repentaglio l’incolumità del messia.

L’atteggiamento di Maria ha invece convinto Gesù che, nonostante il suo indugio ad assistere prontamente Lazzaro per timore d’essere arresta­to, egli veniva accettato pienamente anche come uomo e non solo come po­litico. Per lei la morte di Lazzaro rientra semplicemente nel dramma della vita e anche se Gesù, quale compagno di lotta, avrebbe potuto evitarla, il non averlo fatto non mina la fiducia che occorre riporgli come uomo e come messia.

La pericope avrebbe potuto chiudersi col v. 37 che nulla si sarebbe tolto al valore spirituale dell’episodio. I redattori invece hanno preferito so­stituire un messia politicamente sconfitto con una divinità trionfante: di qui l’esigenza di fargli compiere il prodigio. Se si fossero fermati alla normale prosaicità dei fatti, essi avrebbero dovuto mettere in risalto la grandezza in­teriore dell’uomo Gesù, uscito politicamente sconfitto dallo scontro con le forze governative (anche se nella fattispecie del racconto ancora non era detto). Questo però appariva storicamente inaccettabile. Ecco perché sono stati inseriti degli elementi magico-religiosi. La grandezza del Cristo non stava nell’aver dimostrato che le questioni umane meritano di essere prese in considerazione in qualunque momento della lotta politica, ma nell’aver dimostrato che, grazie alla propria onnipotenza, egli non aveva paura di niente e poteva permettersi qualunque azione prodigiosa.

Qui possiamo anche competere con l’abilità redazionale di saper equivocare sul significato delle parole, semplicemente dicendo che Gesù voleva dimostrare che quanto faceva era in grado di farlo perché «vero uomo»; se poi questa profonda umanità la si vuole considerare equivalente a una forma di «divinità», lo si faccia, ma a condizione di accettare che tale divinità appartenga, virtualmente, a ogni essere umano.

Detto questo, i vv. 38-44 difficilmente si possono ritenere attendi­bili. E per una serie di ragioni. Il redattore:

– ha voluto creare un’atmosfera di particolare tensione facendo di nuovo «fremere» Gesù in se stesso (v. 38);

– ha voluto inutilmente precisare che la tomba era una grotta chiusa da una pietra rotolante, alla maniera ebraica (un ebreo l’avrebbe dato per scontato);

– ha avuto bisogno di ricordare l’informazione contenuta al v. 17, secondo cui era morto da quattro giorni;

– ha immaginato un cadavere avvolto da bende e sudario (secondo il modo di seppellire ebraico) e non si è reso conto che un uomo così conciato non avrebbe potuto uscire da solo dal sepolcro;

– ha rappresentato l’azione scenica in maniera così teatrale da rendere in­comprensibili tutte le precauzioni di riservatezza prese da Gesù fino a quel momento;

– e soprattutto non si è reso conto che al vedere una cosa di questo genere tutti i testimoni sarebbero dovuti uscirne terrorizzati e invece di continuare a credere nel Cristo avrebbero dovuto cominciare a pensare che di umano egli non aveva assolutamente nulla.

Insomma, proprio i particolari che più dovrebbero convincerci del­l’attendibilità degli eventi sono quelli che fanno pensare a una forzata mon­tatura, probabilmente elaborata dopo che i testimoni di quell’episodio erano tutti scomparsi. La chiusa, del tutto fittizia, è analoga a quella dei pani mol­tiplicati (l’espressione liturgica «levàti gli occhi al cielo» del v. 41 è addirit­tura identica). Si può anzi dire che quanto più grande era la volontà di Gesù di prendere delle iniziative di tipo politico, tanto maggiore era la volontà del cristianesimo primitivo di mistificarne la natura. E alla fine questa vo­lontà è talmente grande che la forza degli eventi spettacolari compiuti dal Cristo viene presentata come inversamente proporzionale al valore della fede dei giudei.

I cosiddetti «miracoli», cioè quegli eventi che prescindono dalle umane capacità (almeno per come vengono rappresentati), sono stati utiliz­zati non solo per dimostrare la divinità del Cristo, ma anche per attestare che tra ebrei e cristiani il fossato che s’era aperto dopo la crocifissione del messia, era assolutamente incolmabile. In tal senso essi non solo vogliono circondare di un’aureola divina un personaggio che nel corso della sua vita si comportò in maniera assolutamente umana, ma vogliono anche gettare una luce sinistra su un popolo, quello «ebraico», che viene colpevolizzato proprio in quanto tale.

L’antiebraicità dei vangeli, a tutto vantaggio del filoellenismo, è troppo scoperta perché possa essere condivisa. Se per realizzare una libera­zione politica o, al contrario, se per rinunciarvi definitivamente gli uomini avessero bisogno di credere in eventi e manifestazioni prodigiose, probabil­mente non vi sarebbe mai alcuna forma di emancipazione e noi dovremmo credere che gli ebrei, pur coi limiti del loro nazionalismo e della loro reli­gione, nutrivano sul piano politico delle aspettative molto più interessanti di quel che non si pensi.

*

Come poi le cose siano effettivamente andate è difficile dirlo. Pro­babilmente Lazzaro era un alleato del Cristo, forse aveva tentato una som­mossa non concordata con lui, che in quel momento si trovava in clandesti­nità insieme ad alcuni suoi discepoli. Lazzaro anticipò i tempi, agendo au­tonomamente, e fu ferito mortalmente.

Poiché la frustrazione popolare era stata davvero grande, Gesù de­cise d’intervenire personalmente, rischiando la cattura. Andò a consolare Marta e Maria, assicurando i discepoli di Lazzaro ch’era giunto il momento per l’insurrezione armata a Gerusalemme, nell’imminenza della Pasqua. E chiese la loro collaborazione per preparare l’evento, deciso a Betania. L’ingresso messianico sarà trionfale, poiché né i romani né le guardie del Tempio avranno il co­raggio d’intervenire.

La «resurrezione» di Lazzaro, se in origine era stata scritta in ma­niera «realistica», è sicuramente stata riscritta allo scopo di mistificare la decisione di realizzare la rivoluzione armata. Non era «risorto» Lazzaro, ma l’idea della liberazione nazionale, di cui Lazzaro era stato grande propugna­tore tra i giudei. Era venuto finalmente il momento di associare galilei, sa­maritani e giudei in un obiettivo comune.