La nascita del cristianesimo

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Introduzione

Il cristianesimo ha perso negli ultimi decenni buona parte del suo ascendente presso le masse oppresse di tutto il mondo. Anche nei paesi tradizionalmente osservanti esso non riesce a regolare i comportamenti se non di una piccola porzione di adepti, e una religione che non governi la morale è irrilevante. Allo stesso tempo si tratta di una dottrina che nei suoi mille cambiamenti ha saputo attraversare la storia dell’umanità dall’impero romano a oggi ed è comunque un faro d’attrazione per milioni e milioni di proletari.

È dunque importante analizzarne la nascita e lo sviluppo. In questo scritto non ci occuperemo delle posizioni attuali delle diverse confessioni cristiane, né della religione in quanto istituzione. Tratteremo invece del tema della sua nascita. Su questo argomento non sono molti i testi validi, ma vi è un’eccezione, il libro di Kautsky, L’origine del cristianesimo. Si tratta di un testo eccellente da cui abbiamo attinto diffusamente per questo breve saggio. La dimostrazione migliore del fatto che Kautsky avesse ben compreso la natura della situazione della Palestina dell’epoca sta nel fatto che il libro precede la scoperta dei manoscritti della setta essena (i manoscritti di Qumran nel Mar Morto) di decenni, eppure ne incorpora il significato storico. Kautsky suggerisce addirittura dove cercare i resti della setta sottolineando come Plinio, nella sua Storia Naturale, parlasse del loro monastero vicino al Mar Morto.

Non è un tema facile. Infatti, lo sviluppo storico e dottrinario del cristianesimo può assimilarsi per certi versi allo stalinismo, essendo l’ideologia di una formazione rivoluzionaria sconfitta dalla reazione che, nel tempo, venne snaturata, fino a fondersi con la reazione stessa. La storia del cristianesimo è la storia della corruzione del suo messaggio originale e poiché i testi originali sono quasi totalmente andati perduti, non possiamo che cercare di ricostruirne il senso attraverso quello che abbiamo, ben consapevoli che la dottrina cristiana giunta fino a noi è in totale contraddizione con quella originale, come vedremo.

Nell’analizzare il cristianesimo, occorre partire dal presupposto che sebbene per il marxismo le ideologie siano il riflesso distorto, fantastico, delle condizioni in cui l’uomo vive e dunque, nell’epoca moderna, della lotta di classe, la loro evoluzione ha una dinamica autonoma. Nell’analisi della religione bisogna tener presente sia le sue radici materiali, sia il suo sviluppo autonomo. Come nota Donini:

«Nella coscienza dell’uomo, nessuna ideologia si presenta direttamente legata ai dati materiali dello sviluppo storico e sociale che la condizionano; ma resta il fatto che senza un esame accurato, e ben documentato, di quelle basi obiettive, nessuna ideologia, e tanto meno quella religiosa, potrebbe trovare una sua spiegazione.»1

Le idee religiose sono connesse non solo alla società che le produce direttamente, ma a tutte le epoche attraversate dall’uomo. In particolare, la nascita dello Stato e delle classi, lo sviluppo del lavoro schiavile e dell’oppressione nazionale lasciano in ogni popolo la coscienza della perdita dell’uguaglianza sociale originaria. Ecco perché ogni civiltà passata per queste fasi storiche possiede un racconto di un’età dell’oro in cui la terra era un paradiso.2

Che siano le famose epoche esiodee, riprese da Virgilio, che sia la cacciata dall’eden, mito che gli ebrei acquisirono dalle popolazioni mesopotamiche, ogni popolo conserva il ricordo di una perdita incolmabile, quella della libertà, dell’uguaglianza. Ovviamente queste leggende non sanno spiegarsi la radice materiale di tale perdita e devono ricorrere a cause mistiche, la prima delle quali è l’ira divina. Non a caso, al mito del paradiso terrestre si accompagna sempre quello della distruzione del mondo, riflesso della ripulsa verso il dominio di classe ormai instaurato.

Sotto il profilo storico, la parte sconfitta si attribuisce la colpa della sconfitta stessa, nel rielaborarne culturalmente e ideologicamente le cause, secondo un processo psicologico di rovesciamento che è tuttora operante nella mente umana. La razionalizzazione intellettuale del processo è poi opera di élite culturali alle quali risulta conveniente addossare la colpa della sconfitta al popolo o alla classe perdenti, schierandosi dalla parte del vincitore. Lo fecero gli intellettuali ai tempi di Paolo di Tarso, come vedremo, lo fanno gli intellettuali «di sinistra» dopo ogni sconfitta della classe operaia, dalla quale prendono le distanze accusandola di ogni nefandezza.

Non solo al fondo di ogni idea religiosa c’è il rimpianto di una società senza classi, di un’età dell’oro, proiettata in modo alienato in una vita ultraterrena, ma non appena sorge una setta religiosa radicale, essa si pone per così dire in contatto con le origini storiche dell’umanità, il comunismo primitivo. La comunione dei beni, l’uguaglianza sociale e spesso di genere, la democrazia assembleare, sono tratti comuni di questi movimenti religiosi, dai tempi dell’impero romano fino alle eresie cristiane del Medioevo e, per certi versi, fino ad alcune delle sette cristiane che colonizzarono il Nord America.

In questo contesto, dove la leggenda dell’eden è come il rumore di fondo che pervade ogni cultura storica, si pone il messaggio del cristianesimo, un messaggio che attraversa diverse fasi storiche e diverse intonazioni ideologiche.

La religione cristiana, in quanto frutto di un movimento rivoluzionario sconfitto, ha due componenti ineliminabili: i) una condanna morale dell’oppressione sociale, con una descrizione più o meno incisiva della realtà dello sfruttamento; ii) una politica di rassegnazione, di spostamento della lotta per la felicità e la giustizia in una dimensione extra-storica. Come osserva Marx in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel: «la miseria religiosa esprime la miseria reale quanto la protesta contro questa miseria reale». Essa affonda le sue radici nella storia del popolo ebraico.

La Palestina prima di Cristo

Le tribù semitiche che hanno composto Israele vivevano circondate da potenti società asiatiche cui sono sempre state sottomesse. Da questi ingombranti vicini hanno ripreso il quadro concettuale delle proprie leggende nazionali (non a caso Abramo è Caldeo, Mosè è egiziano, così come i miti della Genesi vengono dalla Mesopotamia, il monoteismo viene dall’Egitto e così via).

In una situazione di disperante subordinazione, la cultura ebraica si viene forgiando come una cultura chiusa, in cui giocano un ruolo centrale il riscatto nazionale e l’unità di fronte all’oppressore. Sebbene la nascita dello Stato porti a una violenta guerra civile, descritta con crudezza nell’Esodo, questo conflitto sociale perde presto il suo significato di fronte alle nuove invasioni della Palestina.

Come di fronte alle precedenti invasioni o deportazioni, si sviluppano correnti messianiche che legano la possibilità di riscatto nazionale alla venuta di un salvatore attorno cui tutto il popolo ebraico si sarebbe raccolto in battaglia. Queste dottrine escatologiche si strutturavano in formazioni combattenti che si scontravano con gli eserciti invasori seguendo le indicazioni di un leader, di solito capo religioso e profeta. Così, già molto prima dell’arrivo dei romani, gli ebrei avevano prodotto sette messianico-guerrigliere.

Verso la fine del regno dei Seleucidi (nel II secolo a.C.), di cui Israele era vassallo, si sviluppò una setta messianico-guerrigliera (gli Assidei) il cui testo sacro (il libro del profeta Daniele, scritto attorno al 165 a.C.) profetizzava la venuta del Messia e incitava alla lotta per la liberazione di Israele. Le condizioni di oppressione e il fatto che questo movimento fosse legato alle fasce più povere del popolo ebraico conferivano un carattere democratico e rivoluzionario alle loro credenze come si evince dal loro libro sacro. La setta incontrò un successo crescente finché, guidata da Giuda Maccabeo, fu in grado di affrontare in campo aperto le truppe siriane, sconfiggerle e liberare Gerusalemme e tutta la Giudea, ma la libertà si dimostrò di breve durata. Ben presto giunse un nemico assai più temibile: Roma.

Le lotte che insanguinavano la Palestina produssero una differenziazione politica nella società ebraica. Giuseppe Flavio ci descrive bene questo processo parlando di tre correnti in cui si divideva all’epoca il popolo ebraico: farisei, sadducei ed esseni, a cui, come vedremo, si aggiunsero poi gli zeloti.

I sadducei rappresentavano la nobiltà terriera e clericale. I farisei rappresentavano il «terzo stato», ovvero il popolo non ancora distinto nella sua struttura sociale e ideologica. In tempi normali, i sadducei dirigevano la società e i farisei costituivano la naturale opposizione popolare al potere. Ma di tempi normali in quei secoli ce ne furono pochi.

Gli esseni nacquero come setta separata attorno al 150 a.C. e proseguirono il loro insegnamento fino alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Dopo, non se ne seppe più nulla, segno che i monaci avevano lasciato il posto ai guerrieri. La comunità essena era un elemento di completa rottura nell’atmosfera di continui e sanguinosi conflitti che agitavano la Palestina dell’epoca. La loro ideologia di rifiuto dell’oppressione ma anche della battaglia aperta può considerarsi come un riflesso delle sconfitte subite dai movimenti anti-romani. Di fronte all’oppressione dei legionari, gli esseni si ritirarono dalle città e crearono una o più comunità con tratti che ricordano il villaggio rurale tipico del modo di produzione asiatico, basato su una struttura sociale gentilizia.

Le testimonianze che abbiamo sulla loro vita sono di un rigoroso comunismo basato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e di consumo. Filone racconta che non solo il cibo ma anche i vestiti erano in comune e usa un’espressione felicissima «quello che uno possiede tutti lo considerano loro, quello che tutti possiedono ognuno lo considera proprio». Gli esseni rifiutavano la schiavitù e vivevano della terra e di artigianato. Gli era vietata la produzione di oggetti di lusso e di armi, così come il commercio.

Filone ci descrive la loro comunità in questi termini.

«Prima di tutto non v’è alcuna casa che sia di proprietà di una persona: ogni casa è di tutti. Giacché oltre al fatto che abitano insieme in confraternite, la loro casa è aperta a tutti i visitatori, da qualsiasi parte giungano, che condividono le loro convinzioni. In secondo luogo, hanno un’unica cassa per tutti e le spese sono comuni: in comune sono i vestiti, in comune è preso il vitto, avendo essi adottato l’uso dei pasti in comune. Una maggiore realizzazione dello stesso tetto, dello stesso genere di vita e della stessa mensa invano la si cercherebbe altrove. Giacché tutto ciò che ricevono come salario giornaliero del lavoro non lo conservano in proprio, ma lo depongono nel fondo comune, affinché sia impiegato a beneficio di tutti quanti desiderano servirsene. Non sono trascurati i malati per il fatto che non possono produrre nulla. Infatti, quanto occorre per curarli è a loro disposizione grazie ai fondi comuni e non temono di fare larghe spese attingendo a ricchezze sicure. I vecchi sono circondati di rispetto e cure come genitori assistiti nella loro vecchiaia da veri figli con larghezza generosa, aiutandoli con innumerevoli mani e circondandoli di premurosa attenzione…»3.

Questa descrizione può essere paragonata solo a una società socialista realizzata, e lega idealmente il passato dell’uomo, nel comunismo tribale, al suo futuro, basato sul socialismo scientifico. Ovviamente, mancando il livello di sviluppo economico e sociale sufficiente, il comunismo esseno presentava diversi punti deboli e, in ultima analisi, non superava le comunità rurali di stampo asiatico. Allo stesso modo, faceva parte dell’ideologia essena l’odio per la famiglia patriarcale e per il matrimonio, visti come pratiche corrompitrici dell’ordine gentilizio. Ritroviamo in parte questa avversione anche nei Vangeli, come quando Gesù spiega «chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me»4.

Le masse oppresse della Palestina non trovavano risposte ai loro problemi nella passività dei notabili farisei e il processo di concentrazione fondiaria andava nel senso di aumentare l’inurbazione dei contadini poveri a cui l’appello esseno di ritirarsi in montagna doveva suonare quanto meno inefficace.

Il processo di differenziazione ideologica tra gli ebrei andò avanti soprattutto in Galilea, dove i contadini poveri cominciarono ad appoggiare idee sempre più radicali. Il centro del conflitto risiedeva nel rifiuto di pagare le tasse e i debiti, strumenti di concentrazione della ricchezza nelle mani dei proprietari terrieri. Molti contadini rovinati dai grandi proprietari, piuttosto che finire schiavi per debiti si davano al banditismo e alla guerriglia. Aiutava anche la vicinanza del deserto, tradizionale luogo di rifugio dei ribelli anche per la presenza di tribù beduine ostili a ogni potere urbano.

Da questo processo turbolento nacque una corrente organizzata, quella degli zeloti, che cominciò un’opera di propaganda e di azioni di guerriglia contro i re vassalli dei romani. La storia di questo gruppo inizia con un certo Giuda, figlio di Ezechiele, capo guerrigliero fatto uccidere nel 47 a.C. quale bandito. Egli era un intransigente difensore della ortodossia religiosa ebraica che non tollerava la presenza dei dominatori romani e nemmeno l’atteggiamento di connivenza opportunistica con gli stranieri, mostrato da alcune componenti della società giudaica. Ovviamente, Giuda si era proclamato re dei giudei e veniva considerato un messia dai suoi seguaci. Sebbene la setta fosse originaria di Gamala, nel Golan, i suoi seguaci venivano definiti i «galilei», in quanto il loro teatro di operazioni era appunto la Galilea. Oggi sappiamo che i termini romani galilaei, latrones, sicarii, sono sinonimi dei termini greci zelotes, lestes, e dei termini ebraici qannaim, barjonim, tutti riferiti ai rivoluzionari messianisti.

Nei decenni precedenti alla tradizionale data di nascita di Gesù, gli zeloti erano penetrati in città e vi avevano riscosso un certo successo, tanto da tentare una rivolta contro Erode, repressa nel sangue nel 4 a.C. Alla morte di Erode la rivolta scoppia di nuovo e la repressione è ancora più brutale. Alla fine i romani ritennero che il loro alleato Archelao, figlio di Erode, non fosse più in grado di controllare la situazione e decisero di intervenire direttamente.

La brutalità dell’oppressione romana suscitò la reazione del popolo di Gerusalemme. La nuova insurrezione ebbe una tale forza da tenere in scacco prima e in ostaggio dopo la guarnigione romana. Mentre i legionari vivevano assediati in Gerusalemme, buona parte delle truppe locali erano passate con i rivoltosi. La Galilea era fuori controllo e i ribelli vi stavano formando un esercito. Sebbene le legioni romane ebbero ragione della rivolta con enormi difficoltà, quel che accadde dopo è facilmente prevedibile: migliaia di ebrei crocifissi, saccheggi, devastazioni, interi villaggi venduti come schiavi.

Tutto questo successe attorno all’anno 0 dell’era cristiana. Da allora, con alti e bassi la rivolta non cessò mai fino alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. Sempre appartenente a questa setta era Eleazar ben Jair (il «Lazzaro» dei Vangeli) capo della fortezza di Masada, che resistette tre anni all’assedio dei romani prima di decidere per il suicidio di massa, preferito alla resa, nel 73 d.C.. L’ultimo atto della setta si ebbe fra il 132 e il 135 d.C., quando i suoi ultimi militanti, sotto la guida di Simon bar Kokba, utilizzarono il sito di Qumran come base da cui compiere azioni di guerriglia, prima di essere definitivamente sconfitti dalle legioni.

La differenziazione ideologica della società ebraica si era prodotta anche per la classica strategia romana di integrazione delle élite locali all’interno della struttura dominante, sicché il Sinedrio e i capi sia sadducei che farisei erano ormai ostili a ogni forma di rivolta contro l’oppressore, e non vi partecipavano, lasciando agli elementi più poveri e radicali la conduzione della lotta anti-romana.

La nascita della o delle sette messianiche da cui si originò il cristianesimo è frutto di questo ambiente. In base alle fonti storiche è difficile sapere con certezza come andarono le cose. Può darsi che una parte della setta essena decise di iniziare a radicarsi nelle città, come potrebbe far pensare la predicazione di Giovanni Battista, proveniente chiaramente da un ambiente esseno. Alcuni indizi portano a ritenere che la comune militanza anti-romana fece nascere la necessità di un movimento che combinasse la combattività degli zeloti e la dottrina rigorosa degli esseni.

Infatti, i tratti ideologici fondamentali delle comunità messianiche tra cui quella apostolica sono di provenienza essena, come i riti di purificazione e la rigorosa assenza di benestanti. D’altra parte, chiunque entrasse nella setta metteva in comune tutti i suoi beni e questo dissuadeva i ricchi dal mischiarsi a questa gente. Riflessi di questo atteggiamento lo vediamo nel famoso Discorso della Montagna in cui Gesù dice chiaramente che i ricchi soffriranno nella nuova vita in quanto ricchi, non per le loro azioni nella vita precedente. In sintesi il movimento messianico non rimproverava ai ricchi i loro peccati ma semplicemente la loro ricchezza.

Allo stesso tempo, troviamo indizi di «comportamenti zeloti» tra gli apostoli. Ad esempio, il responsabile dell’organizzazione apostolica, Simone, soprannominato significativamente «Cefa» (ovvero «roccia», «pietra» da cui il nome tradizionale «Pietro»), ha delle usanze chiaramente guerriere, come vediamo quando i romani vengono ad arrestarli e lui reagisce con la spada. Altri apostoli hanno nomi legati al movimento zelota (nel Vangelo di Luca, l’altro Simone è definito lo zelota). Dall’ideologia nazionalista zelota, questa setta riprendeva l’idea che il futuro messia sarebbe anche stato il capo del futuro Stato libero d’Israele, appunto il «re dei giudei», come nella tradizione i romani avrebbero scritto sulla croce di Gesù per prendersi gioco dell’ennesimo ribelle agonizzante.

Nonostante la manipolazione, i Vangeli descrivono ogni tanto la preparazione di azioni militari. Non solo Simon Pietro gira armato ma lo stesso Gesù, poco prima di essere arrestato, invita i suoi seguaci ad armarsi: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia né sandali, vi è forse mancato qualcosa? Risposero: – Nulla. Ed egli soggiunse: – Ma ora chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della scrittura: E fu annoverato fra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine. Ed essi dissero: – Signore, ecco qui due spade» (Luca, XXII, 35-38).

Non solo questa setta era pronta a prendere le armi contro Roma, ma faceva rispettare la disciplina tra i suoi seguaci in maniera spietata. Negli Atti degli apostoli Pietro in persona effettua l’esecuzione sommaria di due seguaci che hanno trasgredito alle rigide regole della setta messianica circa la proprietà collettiva: «Un uomo di nome Ananìa con la moglie Saffìra vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell’importo, d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: – Ananìa, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio. All’udire queste parole, Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: – Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo? Ed essa: – Sì, a tanto. Allora Pietro le disse: – Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te. D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito» (Atti degli apostoli, V, 1-10).

Questo movimento insurrezionale, chiaramente urbano, raccoglieva le parti più povere della popolazione, e guardava ai ricchi come alleati dei romani. Tuttavia, l’oppressione nazionale e la crisi della società ebraica condussero il messaggio della setta ad estendersi oltre e molti farisei dovevano guardare alla loro attività con attenzione, come si evince dall’interesse, seppure ostile, che nei Vangeli essi dimostrano sempre per l’insegnamento di Gesù. Mentre i sadducei erano irrimediabilmente filo-romani, il rapporto tra farisei e cristiani delle origini è più complesso, e si può paragonare a quello tra girondini e giacobini durante la rivoluzione francese. Ogni movimento rivoluzionario attira a sé elementi del vecchio regime. Così, negli Atti degli apostoli troviamo testimonianza di un sinedrita che si schiera a difesa di Pietro e di altri apostoli che erano stati arrestati: «Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Ecco ciò che vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio» (Atti degli apostoli, V, 34-39). Come del resto aveva fatto l’altro sinedrita Giuseppe di Arimatea con Gesù. Tuttavia, il Sinedrio come istituzione fece causa comune con i romani contro l’insurrezione.

Nel complesso è dunque probabile che i Vangeli originariamente raccontassero la storia di questa alleanza tra la setta guerriera zelota e quella filosofica essena e del loro tentativo di sollevare il popolo ebreo contro il dominio romano. D’altronde, la storia di quel periodo è piena di sollevazioni anti-romane – basate su un’ideologia di nazionalismo religioso – che finivano invariabilmente in una disfatta. La più grave di queste sconfitte avvenne nel periodo 66-73 d.C., quando i romani condussero una guerra di sterminio contro gli ebrei, che finì con la presa di Gerusalemme, l’uccisione o la riduzione in schiavitù dei suoi abitanti, la presa della fortezza di Masada e la diaspora degli ebrei, che vennero dispersi nei territori imperiali. I superstiti di quel movimento misero per iscritto la loro storia e le loro credenze, ma di queste opere conserviamo scarsissime tracce. Il cristianesimo giunto a noi non è infatti quello dell’insurrezione, ma quello dell’epoca successiva, di reazione politica ed ideologica.

La riscrittura del messaggio evangelico

Molti esegeti cristiani si ostinano a sottolineare la contemporaneità degli evangelisti ai racconti che parlano della vita di Gesù (il cui stesso nome ha significativamente un connotato messianico «Dio salva»). Si scordano sempre di dire che non possiamo leggere le «edizioni originali» di questi autori, ma solo le copie giunte fino a noi dopo decine di secoli di ricopiature da parte di amanuensi cristiani. Quanto più la fonte cristiana è antica, tanto più è povera in essa la biografia terrena di Cristo. La censura operata dalla chiesa ha colpito ovunque e le interpolazioni sono frequenti. La censura ha operato nel senso che la chiesa cristiana ha eliminato testimonianze non in linea con il mito che si andava creando attorno alle origini del cristianesimo.5 Le falsificazioni furono opera dei monaci, i quali, in relazione alle testimonianze pagane sul Cristo, hanno praticamente «riscritto la storia», soprattutto per togliere alle eresie sorte in ambito cristiano le basi dottrinali per opporsi alla nuova religione di Stato.

Ad ogni modo, pur tenendo a mente questo problema, non abbiamo alcuna prova storica di una singola persona chiamata Gesù, leader spirituale di una setta ebrea. Questa critica alla letteralità dei Vangeli fu fatta per la prima volta dalla sinistra hegeliana e particolarmente da Bauer, che formulò la famosa tesi della non-storicità del Cristo e del cristianesimo come prodotto derivato della cultura ellenistica, anche se questa semplice constatazione era già stata fatta alla fine del Settecento da Gibbon, nel Declino e crollo dell’impero romano.6

Engels accettò la tesi di Bauer, ribadendo la non storicità del racconto evangelico. Kautsky, anche su suggerimento di Engels, approfondì la materia nel libro che abbiamo citato e giunse a una conclusione leggermente diversa. Le falsificazioni presenti nei Vangeli ci inducono a pensare all’esistenza di un movimento religioso di carattere rivoluzionario, la cui storia è stata rivista più e più volte per mascherarne il reale contenuto politico. Ovviamente, da ciò non è possibile concludere se questo movimento sia stato guidato da una persona chiamata Gesù, né è decisivo.

Dai racconti su quell’epoca abbiamo diverse testimonianze di «cristi» (termine greco che traduce l’ebraico «messia», ovvero l’unto, l’eletto, il salvatore, definizione tradizionale di ogni re di Israele) che, messisi a capo di una rivolta, sono finiti uccisi dalle spade romane. Così scrive Svetonio, riferendosi ad un fatto che risale al 49 d.C.: «egli [l’imperatore Claudio] scacciò da Roma i giudei che, istigati da Cristo, erano continuamente in lotta»7. E Tacito, riferendosi all’epoca neroniana: «furono puniti i cristiani, un gruppo di persone dedite ad una superstizione nuova e malefica. Quel nome essi derivarono da Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Quella funesta superstizione, soffocata per breve tempo, riprendeva ora vigore diffondendosi non solo in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le atrocità e le vergogne, trovandovi grande seguito».8

A ciò si aggiunga che per una setta religiosa la narrazione delle proprie gesta non è un documento storico ma dottrinario. Sarebbe irrazionale ricercare nei testi religiosi un coerente filo storico. Non sono pensati ab origine per questo. Nessuno si chiede in quale secolo si svolgano le battaglie tra gli dèi descritte da Esiodo o spera di trovare tracce di Zeus in cima all’Olimpo; allo stesso modo non ha senso domandare agli evangelisti precisione e coerenza. O meglio, non avrebbe senso domandarla a chi ha scritto i testi evangelici originali, che non abbiamo. Da quelli, attraverso una serie di revisioni ideologiche e culturali, è emerso il Nuovo Testamento come lo conosciamo in epoca storica.

La rottura storica decisiva, nell’evoluzione del cristianesimo, avvenne tra Shaul, l’intellettuale noto come San Paolo, e i dirigenti scampati al massacro del movimento apostolico. Negli Atti degli apostoli questa lotta è ben delineata.9 La fazione di Shaul sta ormai prevalendo e i vecchi dirigenti, molti dei quali probabilmente parenti del fondatore della setta, tra essi Giacomo, secondo la tradizione «fratello di Gesù», sono catturati e uccisi dai romani.

Paolo compie una revisione profonda dell’idea originaria. La base storica della revisione è ovvia: lo scontro frontale con i romani aveva condotto gli ebrei alla rovina. Ma per mettersi dalla parte del più forte occorreva rinunciare al nazionalismo e all’odio verso la superiore cultura ellenica. Al contrario era decisivo abbracciarla. Questo veniva favorito dalla convergenza tra la sorte toccata alla Palestina e il più generale sviluppo della società schiavile. Nella sua fase finale, la repubblica romana combatté contro continue rivolte di schiavi, alcune delle quali prolungate nel tempo e in grado di occupare intere regioni dell’Italia e di altri paesi. Queste rivolte, proprio come quella degli ebrei, finirono in uno spaventoso bagno di sangue, il più famoso dei quali, in seguito alla rivolta di Spartaco, vide una fila ininterrotta di ribelli crocifissi che si estendeva per buona parte del meridione d’Italia. Le condizioni degli schiavi peggiorarono sotto l’impero, la loro liberazione divenne più rara. Questa sconfitta storica della classe oppressa diede impulso a una serie di culti misterici, in cui la perduta liberazione materiale veniva compensata, in modo alienato, nella vita ultraterrena.

Tutte le leggende mediterranee che si prestavano a questi culti si diffusero a macchia d’olio nella popolazione. In Israele esse si fusero con le dottrine nazionalistico-religiose preesistenti. Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non avrebbe potuto essere un ebreo palestinese, nato e cresciuto nell’atmosfera di lotta antiromana, doveva necessariamente essere un ebreo della diaspora, un civis romanus, benestante, con un orizzonte culturale che lo collocasse a cavallo fra l’universo ebraico e quello ellenistico. Esattamente come il fariseo tarsiota Shaul. Fu così che alcune idee profetiche del nazionalismo ebraico fecero da culla per l’ideologia di riscatto prima e di sublimazione poi della classe schiavile di tutto l’impero.

Ovviamente, le tesi di Paolo si prestavano politicamente ad un compromesso politico con il potere romano, mentre le tradizioni ebraiche lo escludevano. Così sin dalla predicazione di Paolo, la storia originale della setta viene riscritta in senso escatologico. Nel tempo, le interpretazioni dissonanti vennero cassate; ecco perché la stragrande maggioranza delle lettere neotestamentarie conservate sono quelle di Paolo o della sua corrente.

Ideologicamente, la dottrina paolina prevede una totale accettazione dello status quo, giustificata da una concezione pessimista circa l’uomo. Riprendendo alcune dottrine orfiche circa la naturale inclinazione al male dell’uomo, Paolo propose una versione del mito del peccato originale come dimostrazione che ogni azione dell’uomo è condannata alla sconfitta e che l’unica speranza di liberazione e di felicità appartiene ad un altro mondo. Questa sistemazione ideologica (contenuta con particolare chiarezza nella Lettera ai Romani), non è che un riflesso del reale stato di cose presenti all’epoca: chi aveva tentato di realizzare la liberazione e la felicità in Palestina era stato fatto a pezzi.

Quando guardiamo al testo evangelico dobbiamo tenere in considerazione tutti questi aspetti. Non solo i Vangeli sono una fusione di diverse correnti culturali e ideologiche, tra cui il profetismo e il messianismo ebraico, i culti messianici di varia origine, le diverse filosofie diffuse all’epoca nell’impero romano (in primo luogo, il neoplatonismo e lo stoicismo); ma questa fusione si realizzò in un contesto di reazione politica e ideologica, in cui gli obiettivi di liberazione concreta delle masse oppresse erano stati duramente sconfitti.

Per questo, non deve sorprendere se nei Vangeli troviamo che non vi è una sola caratteristica della vita di Gesù che non sia stata ripresa da altre tradizioni. Allo stesso tempo non deve stupire il fatto di trovare palesi contraddizioni tra questi racconti e la tradizione ebraica o addirittura alcuni aspetti anti-ebraici, come la famosa invocazione del Vangelo di Matteo.10 Al contrario, si trattava di un passo necessario da parte di chi cercava di marcare nettamente le distanze con i movimenti rivoluzionari che avevano condotto Israele alla disfatta.

Le frequenti contraddizioni nel racconto evangelico derivano proprio dall’opera d’innesto di elementi extra-giudaici nella struttura originaria. Si pensi al fatto che Gesù, con alcune esplicite e inequivocabili esortazioni, invita a non propagare il suo insegnamento presso i gentili, e dichiara che la sua funzione è strettamente riservata ai figli di Israele; mentre altrove invita a porgere il suo insegnamento a tutti gli uomini.

In secondo luogo, possiamo ricordare i numerosi inviti di Gesù alla pace, alla non violenza e al perdono incondizionato, contraddetti in altra sede da invettive rabbiose, minacce violente, ultime sopravvivenza dell’originale posizione del movimento.11 Quando si discute della «storicità» dei Vangeli occorre sempre ricordare che i quattro Vangeli canonici sono stati scritti in lingua greca, da persone che non hanno assistito ai fatti narrati, da gentili, o comunque conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche, e, soprattutto, per un pubblico non ebreo. Questi aspetti sono testimoniati dalle innumerevoli e grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o all’interno della medesima narrazione, il che mostra come l’autore, ogni tanto, avesse solo una vaga conoscenza dei fatti e delle circostanze su cui stava scrivendo.

Peraltro, queste contraddizioni non sono casuali. Lo scopo della revisione è sempre lo stesso: «spoliticizzare» la storia, modificando fatti e personaggi in modo da eliminare dai protagonisti ogni caratteristica che possa farli riconoscere come individui coinvolti nella lotta rivoluzionaria anti-romana e in quello che doveva essere il nucleo della narrazione originale: la preparazione di un’insurrezione che venne tradita. Lo possiamo notare nelle interpretazioni scorrette che sono state fornite a certi attributi associati ai personaggi; per esempio «cananaios» inteso come cananeo, quando invece deriva dall’ebraico «qan’ana» che significa zelota, patriota; oppure «bar Jona», proditoriamente sdoppiato in due parole, per farlo significare «figlio di Giona», mentre i manoscritti originali recitano «barjona» che è un altro termine ebraico che indica gli zeloti. O per fare un ultimo esempio, Giuda il traditore, che è definito «iscariota», a cui viene attribuito un significato geografico per stornare l’attenzione dal suo vero significato, «sicario», termine con cui i romani usavano indicare gli zeloti.

Quanto ai fatti, da quello che deduciamo dagli storici e dai testi sacri, l’insurrezione venne preparata dall’opera di propaganda della setta che culminò nell’attacco al tempio da cui vennero cacciati i cambiavalute e i mercanti. Questo episodio deve aver avuto un enorme impatto e attesta la notevole popolarità di Gesù (nessuno infatti intervenne per ostacolarlo: né la polizia giudaica né le truppe romane), nonché la definitiva rottura di quella corrente con i farisei.

Al momento decisivo il gruppo si radunò sul monte degli Ulivi, il miglior posto da cui tentare una sortita su Gerusalemme. Ma prima che potessero lanciare l’assalto, l’insurrezione venne scoperta per un tradimento e finì come sappiamo. È difficile stabilire se il piano prevedesse un’insurrezione preparata apertamente o un colpo di mano. La contraddizione sta nel fatto che i Vangeli ci parlano di Gesù come persona nota a tutti in Gerusalemme, tuttavia Giuda deve baciarlo per farlo riconoscere.

È dunque probabile che l’azione fosse stata tenuta segreta, ma con poco successo. La sconfitta dell’insurrezione deve aver lasciato una tale scia di sangue, dolore e risentimento che tutti gli stravolgimenti operati sui Vangeli non hanno potuto eliminarla. Dal canto loro, i romani non devono averla presa sotto gamba, se risponde al vero la circostanza riportata dai testi che l’intera coorte stanziata a Gerusalemme venne adoperata per reprimere la rivolta.

Allo stesso tempo, il racconto si è arricchito di contraddizioni, come quando ci narra di Pietro che dopo aver aggredito, spada in mano, una guardia, si siede a parlare tranquillamente con i sacerdoti. Possiamo immaginare quest’uomo, capo dell’organizzazione militare della setta, soprannominato la «roccia» per i suoi modi, che quando vengono ad arrestare il leader principale del movimento, pur di fronte a centinaia di soldati romani, risponde difendendolo con la spada, salvo poi farsi due chiacchiere con i suoi aguzzini. D’altra parte, secondo la chiesa, questa stessa persona avrebbe terminato i suoi giorni a Roma sotto l’autorità imperiale…

Queste contraddizioni vanno contro la logica e la storia. Persino gli esseni, pacifici e passivi alle origini, furono travolti dall’impeto della ribellione, tanto che troviamo esseni tra i generali che combatterono l’ultima disperata battaglia contro i romani. Laddove il rovesciamento della realtà storica dovette essere massima fu nel rapporto tra le masse di Gerusalemme e i romani.

I Vangeli ci raccontano di questo stravagante funzionario romano, Pilato, che di fronte all’isteria degli ebrei si stufa e si disinteressa della faccenda lavandosi proverbialmente le mani, mentre gli ebrei reclamano a gran voce che Gesù venga crocifisso. Innanzitutto, l’idea che uno come Pilato faccia decidere al popolo chi condannare a morte è ridicola, così come l’idea che per una festività ebraica il legato romano avrebbe liberato un ribelle.12 In secondo luogo Pilato viene descritto come un brav’uomo, appena irritato dall’insistente ferocia ebraica. In realtà, Pilato fu uno dei più brutali comandanti romani. Era eccessivamente duro persino per il metro dell’impero, tanto che nel 36 d.C. venne richiamato a Roma. In una lettera a Filone, Agrippa lo definisce «inflessibile e spietato» e ricorda le sue usanze di saccheggio, esecuzioni sommarie, brutalità di ogni sorta.

Questo personaggio sarebbe improvvisamente diventato un tale esempio di democrazia da chiedere al popolo sottomesso di salvare la vita a Gesù. Infine, che dire del comportamento della folla che partecipa alla discussione, che secondo i Vangeli aveva accolto pochi giorni prima Gesù tra gli osanna, come un re, e che ne chiede l’uccisione all’unanimità? Gesù doveva essere popolare, se si decise di arrestarlo nel cuore della notte anziché di giorno. Eppure la folla lo vorrebbe far giustiziare per gli stessi motivi per cui ne aveva decretato il successo. Infine, attribuire la colpa al Sinedrio è davvero ipocrita, considerando che il sommo sacerdote veniva nominato dalle autorità romane, per cui le decisioni del Sinedrio erano solo un riflesso della volontà dell’occupante.13

Ovviamente c’è qualcosa che non quadra. Possiamo facilmente immaginare come Pilato trattasse i messia, ovvero i leader delle rivolte, quando cadevano nelle sue mani e forse venivano anche mostrati alla folla, ma certo non per far scegliere a questa chi liberare, quanto per far capire quali conseguenze comportava ribellarsi a Roma.

Ingredienti della riscrittura

Tra i superstiti della setta degli apostoli, chiamata con vari nomi: ebioniti, nazorei (o nazareni), cominciò un processo di differenziazione che condusse al prevalere della corrente guidata da Paolo, che operò una revisione complessiva delle tradizioni messianiche attingendo a diverse fonti intellettuali. Per comprendere il risultato di questa sintesi occorre partire dalla situazione storica dell’epoca.

Quando nel 70 d.C. la Palestina fu rasa al suolo dalle truppe imperiali, qualunque fede nella possibilità di sconfiggere Roma si tramutò in disperazione. Per gli schiavi di tutto l’impero la presa di Gerusalemme fu il segnale della controrivoluzione trionfante. Infatti, le masse oppresse della Palestina erano state per decenni alla testa della ribellione contro Roma. Il loro annientamento segnò la fine delle speranze per tutti gli schiavi e i proletari dell’impero romano. Ogni ribellione divenne ad un tratto inutile, controproducente e la religione riflesse questo mutamento.

Il periodo di reazione sociale e politica prese ideologicamente la forma di un nuovo tipo di religione messianica. Lo vediamo già nella Apocalisse di Giovanni scritta poco dopo quegli eventi da un personaggio che aveva senza dubbio partecipato alla rivolta e che probabilmente aveva visto il sacco di Gerusalemme. Qui si riversa la rabbia, l’amarezza, la vera e propria follia disperata che attanaglia le comunità ebraiche in esilio in un insieme di racconti confusi, onirici, in cui, con una complessa simbologia, si scagliano anatemi contro Roma (e non contro il «diavolo», come poi deciderà la chiesa). È in questo ambiente che il messaggio originale zelota-essenico, connesso al profetismo tradizionale ebraico, viene fuso con le correnti soteriologiche orientali e le filosofie dell’impero.

a) il messianismo ebraico

Gli ebrei svilupparono una dottrina monoteista a contatto con gli Stati asiatici. In generale le religioni monoteistiche furono una creazione delle popolazioni nomadi, come gli ebrei e poi gli arabi, nei loro contatti con una superiore civiltà urbana in cui l’unico padrone del cielo era un riflesso del dominio acquisito da un unico padrone in terra.

Tuttavia per gli ebrei il monoteismo asiatico acquisì subito un ruolo differente. Il dio «geloso» del Vecchio Testamento è un dio spietato che protegge, dovrebbe proteggere, il suo «popolo eletto» dalle angherie dei vicini. Di fronte all’oppressione, la cultura ebraica sviluppò il profetismo messianico che si basava sulla condanna dei popoli che opprimevano Israele, ma anche su una certa denuncia sociale della ricchezza e del lusso visti come qualcosa di estraneo al popolo ebraico, quasi un segno di connivenza con gli oppressori.

Per esempio, al profeta più noto, Isaia, sono attribuite queste riflessioni: «asserviranno così chi li aveva asserviti, domineranno i loro oppressori», che è poi quello che effettivamente accadeva quando gli schiavi liberavano un territorio. E in una delle definizioni più incisive di plusvalore: «gli stranieri non berranno mai più il vino / per il quale tu hai faticato / bensì coloro che avranno raccolto il grano / lo mangeranno e inneggeranno a Jhwh». E ancora: «guai a coloro che emettono decreti iniqui / che si affrettano a scrivere sentenze malvagie / per negare la giustizia ai miseri / e per derubare del diritto i poveri del mio popolo». Nel Salmo 9 del Vecchio Testamento si può leggere analogamente: «non per sempre sarà obliato il povero né la speranza dei miseri sarà delusa in perpetuo».

Questi profeti predicavano la venuta di un messia dall’inaudita potenza, le cui origini divine potevano portare alla liberazione nazionale. In mancanza di meglio, anche il re persiano Ciro, in quanto pose fine alla cattività babilonese, venne identificato quale messia.

Quando Roma occupò la Palestina, i testi profetici cominciarono a inveire anche contro di essa, come vediamo in un passo dei libri sibillini ebraici: «e la terra sarà comune a tutti e non ci saranno più né mura né frontiere, né poveri né ricchi, né tiranni né schiavi, né grandi né piccoli, né re né signori ma tutti saranno uguali…Quante ricchezze Roma ha ricevuto dall’Asia, tre volte tanto l’Asia ne riceverà da Roma, facendole pagare il fio dei soprusi sofferti»14.

Ai tempi di cui ci narrano i Vangeli, la Palestina non mancava di messia. Celso, ad esempio, ci racconta di quanti profeti si dichiaravano «figli di dio». Ovviamente, il messia doveva sempre provenire dalla stirpe più nobile del popolo ebraico, ovvero essere discendente del re Davide in persona. Questo si riflesse nella genealogia di Giuseppe, che nei Vangeli viene fatto discendere appunto da Davide, mentre Gesù viene fatto nascere a Betlemme15, la città del messia.

Inoltre, diversi passi dei Vangeli sono ricalcati sulle profezie del popolo ebraico e descrivono Gesù intento a leggerle e citarle e a loro volta molte caratteristiche della vita di Gesù sono ricalcate sulla storia di personaggi della mitologia ebraica, ad esempio la nascita in base a fecondazione divina (si pensi a Sansone e Samuele). Lo stesso numero degli apostoli, 12, è un chiaro riferimento alle tradizionali 12 tribù di Israele. Anche se non è da escludere che questo riferimento non sia un’invenzione successiva ma fosse proprio della setta, che voleva mostrarsi con questa scelta guida di tutto Israele.

Quando però il cristianesimo divenne una religione non esclusivamente ebrea e, per certi versi, anti-ebraica, questi legami divennero imbarazzanti. Così, la discendenza dalla progenie di Davide venne accantonata, riflettendosi in un ruolo sempre più marginale, nella dottrina cristiana, del genitore terreno del messia, mentre il messia divenne letteralmente figlio di dio, quando per il mondo ebraico il figlio di dio era semplicemente l’erede al trono.

Questo sviluppo segnala di per sé l’ormai avvenuto distacco della dottrina cristiana dal mondo ebraico. Un messia che si fosse proclamato letteralmente figlio di Jahvè sarebbe stato allontanato dalla comunità, ma nel mondo ellenistico era normale che i grandi uomini si considerassero figli di Apollo o di altre divinità. Un messia divino non era un problema per il mondo ellenistico: un dio in più o in meno non faceva differenza, ma non è possibile riconciliare questa prodigalità di entità celesti con il monoteismo.

Con il passare del tempo, anche un altro aspetto della letteratura profetica venne abbandonato: l’idea che il riscatto nazionale fosse vicino. I cristiani delle origini vivevano appartati dalla società, giudicando la fine del mondo ormai prossima. Ma la fine non veniva e la «Bestia», ovvero l’impero romano, prosperava. Con il tempo, la venuta del messia venne allontanata fino all’anno Mille, e in seguito venne rimandata a tempo indeterminato. Ben pochi cristiani sono oggi consapevoli che la loro dottrina nacque nella convinzione che il messia sarebbe tornato quando i testimoni oculari dei suoi insegnamenti erano ancora in vita.

b) i culti misterici e il potere imperiale

Le sette nazionaliste giudaico-cristiane non potevano sviluppare una religione universalistica, essendo il prodotto della lotta di un solo popolo. Allo stesso tempo, sebbene gli ebrei non fossero l’unica popolazione oppressa sotto l’impero, la dominazione che subivano aveva un carattere particolarmente brutale e la loro storia millenaria di sottomissione li aiutava, anche nella diaspora, a restare più legati e omogenei di altri popoli. In fondo, la diaspora «romana» fu solo l’ultima di una serie. Inoltre, la loro consistenza numerica e diffusione era notevole.16

Tutto questo spiega perché la radice del cristianesimo è ebraica. Tuttavia, questa radice crebbe in un mondo del tutto diverso. Non solo il dominio romano aveva unificato le condizioni sociali e politiche del Mediterraneo, ma aveva facilitato enormemente gli scambi culturali tra i popoli. Così, se la crisi della civiltà schiavile spiega il diffondersi di culti misterici, il fatto che l’oriente in genere fosse più sviluppato spiega perché il flusso delle idee soteriologiche andasse da est a ovest, dalla civiltà ellenica ma anche persiana e indiana fino a Roma.17

Già prima che la presa di Gerusalemme ponesse le basi per una rivisitazione del messianismo ebraico, i culti di salvezza avevano conosciuto una diffusione notevole tra i popoli soggetti a Roma, tanto che verso il 50 a.C. il senato romano aveva deliberato una loro decisa repressione. Particolarmente brutale fu la repressione dei culti dionisiaci.

Liberato dalle sue componenti guerriere ed isolazioniste, il messaggio messianico era pronto per fondersi con le religioni a sfondo salvifico ormai diffuse. Spesso si trattava di culti già sincretici, ovvero religioni che univano culti orientali a elementi giudaici e di popoli anche al di fuori dell’orbita romana. Quello che tutte queste forme avevano in comune era il ruolo centrale dello schiavo. Il fedele era lo schiavo e dio il padrone che lo liberava. Dalla fusione tra questi culti e il messianismo ebraico, avvenuta nel corso dei primi secoli dell’impero, emerse la religione cristiana, una dottrina che si rivolgeva a tutti, non più legata alle condizioni e agli usi di specifiche etnie. Il suo richiamo universale rifletteva un dato oggettivo: l’unificazione politica e sociale del bacino mediterraneo.

La crisi strutturale di una società in principio non si riflette alla sua base, ma ai suoi vertici. Così mentre la disperazione degli schiavi sconfitti stava producendo la sintesi dei diversi culti di salvezza, la superstizione e il mistero prendevano il sopravvento su tutta la società. Si assistette ad una esplosione di fenomeni inspiegabili, misteri, miracoli. Persino Tacito, solitamente assai sobrio, racconta dei numerosi miracoli compiuti da Vespasiano18, quali ridare la vista a un cieco, che saranno poi ripresi nel cristianesimo.19

L’imperatore, come potenza suprema dello Stato, si prestava inevitabilmente alla divinizzazione. L’accentramento del potere nelle mani dell’imperatore forniva una base ulteriore alla diffusione di culti monoteisti in cui all’imperatore romano si contrapponeva un messia ancor più divino e potente. Finché il messianismo restò l’ideologia delle fasce oppresse, l’imperatore era l’emblema stesso del male, divino sì ma nella sua mostruosa malvagità (si pensi all’immagine che ancora oggi i cristiani danno di Nerone). Quando la chiesa si fuse con lo Stato imperiale, queste tradizioni vennero pian piano dimenticate.20

I cristiani non amano sottolineare la stretta parentela del Cristo dei Vangeli canonici con ogni altra figura di salvatore noto alle religioni soteriologiche. Anzi, spesso rovesciano il nesso causale e interpretano l’ambiente pieno di religioni a sfondo liberatorio (il culto di Dioniso, i misteri orfici, i misteri eleusini, i misteri di Adone, Osiride e Iside, ecc.) come una sorta di «preparazione» all’avvento del messia vero, una sorta di convergenza spirituale verso il figlio di dio.

Naturalmente, chiedendo l’aiuto divino è possibile interpretare la causa spiegandola con l’effetto, e non sono mancate scoperte di autori cristiani precedenti a Gesù stesso, come nel caso di Virgilio. È inutile, in un simile contesto, chiedersi perché il messaggio messianico dovesse passare per l’attribuzione delle qualità del salvatore a una serie di personaggi disparati provenienti da ogni cultura dell’epoca. Elementi quali la nascita virginale, in una grotta, la attribuzione della paternità del messia a dio, la resurrezione, si incontrano infatti in decine di altre fedi. Si consideri questo passo: «la volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell’amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru… ivi darai al mondo il figlio divino».21

Come si vede, la religione Indù contempla l’incarnazione del dio Vishnu, che decide di farsi carne sulla terra, sotto le spoglie umane di Krishna, e costui nasce da una madre vergine, Devaki, la quale è costretta a nascondersi perché il re Kansa teme la venuta, evidentemente profetizzata, del salvatore, e vuole ucciderlo; la nascita del fanciullo divino avviene fra i pastori.

Ciò dimostra che la natività di Gesù, in realtà, ha radici molto antiche in una numerosa serie di tradizioni del tutto analoghe o quasi coincidenti. Tra le madri vergini che partorirono un dio o un uomo divinizzato abbiamo anche la madre di Krisna, Zoroastro, Quetzalcoatl (o meglio, Huitzilopochtli), Horus, Attis e molte altre. Quanto alla resurrezione si pensi ad Osiride, che condivide con Gesù anche la nascita verginale. Il caso di Api mostra un’origine ancora più antica. Api infatti era rappresentato da un toro, Gesù da un agnello. Qui riscontriamo un residuo di origine totemica, ovviamente cancellato nei secoli con un’interpretazione intellettuale dell’agnello «che toglie i peccati del mondo» che avrebbe lasciato assai freddi i cristiani originali.

Un’altra figura che ha palesemente ispirato diversi passi evangelici è Buddha, che nasce miracolosamente dalla regina vergine Maya. Alla sua nascita compaiono spiriti che cantano una preghiera («è nato un re meraviglioso» ecc.) assai vicina alle parole dei magi. Molti altri aspetti anche di dettaglio della vita di Buddha li ritroviamo nei Vangeli, come l’episodio in cui il bambino si perde e viene ritrovato a discettare di dottrina con un gruppo di sapienti.

Le stesse feste cristiane sono chiaramente di derivazione «pagana». In Grecia e in diverse località dell’Asia occidentale, specialmente in Siria, si celebrava in primavera, all’incirca nel periodo che poi fu caratteristico della Pasqua cristiana, la morte e la resurrezione di Attis: «nel giorno del sangue, si piangeva per Attis, sulla sua effigie che veniva poi sepolta… ma, al cader della notte, la mestizia dei fedeli si mutava in allegrezza. Una luce brillava subitamente nelle tenebre, si apriva il sepolcro, il dio era risorto dai morti… il mattino seguente, 25 marzo, considerato l’equinozio di primavera, la divina resurrezione veniva celebrata con esplosioni di gioia».22

Lo stesso si può dire di Mitra, divinità persiana il cui rituale aveva avuto una straordinaria diffusione nell’impero romano, tanto da annoverare tra i suoi fedeli lo stesso imperatore Costantino. Anche Mitra moriva e risuscitava e la sua nascita era omologata a quella di numerosi altri dèi solari siriani ed egiziani, che venivano partoriti dalla madre vergine nella notte del 25 dicembre: «sia per dottrina che per rituali, il culto di Mitra sembra presentasse molti punti di contatto non solo con la religione della madre degli dèi, ma anche con quella cristiana. Punti di contatti rilevati anche dai padri della chiesa, che li definirono opera del demonio intesa ad allontanare l’animo umano dalla vera fede, mediante una falsa imitazione di essa».23

Un altro caso di evidente somiglianza teologica con Gesù è quello che riguarda il greco Dioniso, che moriva e scendeva negli inferi, per poi risuscitare. Qui troviamo un altro sorprendente elemento di parallelismo col cristianesimo, il rito della teofagia (il fedele che si ciba della carne e del sangue del dio): «durante la festa, i suoi fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso, cibandosi della sua carne e bevendone il sangue».24

L’opera di Frazer è decisiva nel dimostrare che pressoché ogni elemento dottrinario della figura di Gesù è stato mutuato da questi culti, spesso contro l’impostazione classica della religione degli ebrei. Si pensi a Gesù che annuncia ad un’assemblea pasquale di giudei che il pane è la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli devono cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina. Questo sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego. Per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurità, che non è permesso toccare senza poi eseguire pratiche purificatorie; una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell’assicurarsi che l’animale ucciso sia stato ben dissanguato.

Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che un ebreo avrebbe esposto dottrine, come la teofagia, considerate offensive e sacrileghe tra i suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico e poi romano contemplavano riti teofagici, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.

c) filosofie dell’epoca

Quanto alle filosofie diffuse nell’epoca, un chiaro influsso lo ebbero lo stoicismo di Seneca e il platonismo mistico di Plotino, ma anche riflessioni riferite a Socrate. L’interpretazione dello stoicismo data da Seneca vedeva già il dualismo anima-corpo e la subordinazione del secondo alla prima. Seneca scrive ad esempio: «il corpo è il fardello dell’anima e la sua punizione. Grava sull’anima e la tiene in catene». Vi sono molte altre espressioni di Seneca riprese nel Nuovo Testamento. Ovviamente, annoverare l’opera di Seneca, precettore di Nerone persecutore dei cristiani, tra le basi dottrinali del cristianesimo non era opportuno.

Ma c’è anche un’altra ragione sociale e politica della distanza che separava il cristianesimo dalla filosofia pagana. Ben pochi filosofi stoici o neoplatonici sono diventati cristiani. Difficilmente un filosofo si sarebbe lasciato martirizzare per le proprie idee, tanto meno per delle idee religiose. Seneca parlò sempre in modo ammirevole dei suoi schiavi, ma non ne liberò neanche uno e si guardò bene dall’invitarli a condividere il suo regime di vita; inoltre non fece mai nulla per sbarazzarsi delle sue immense ricchezze. I filosofi interpretavano l’atmosfera decadente dell’impero, ma si guardavano bene dall’intervenire per un suo cambiamento. Al contrario i primi cristiani volevano cambiare radicalmente lo stato di cose. È solo con l’assimilazione del culto elaborato dalla corrente paolina che queste filosofie cominciarono a giocare un ruolo nel dare forma al pensiero cristiano.

In questo senso, l’influsso di Plotino, vissuto nel III secolo d.C., colse il cristianesimo ormai strutturato come culto soteriologico metafisico. Per anni ardente discepolo di Ammonio e di altre sette greco-egiziane, Plotino arrivò a Roma dove visse per vent’anni facendo il profeta e compiendo magie circensi come l’ultimo dei ciarlatani di paese. Che un tale personaggio, somigliante a un Rasputin, potesse facilmente introdursi a corte e nelle migliori famiglie romane dimostra quanto degenerato fosse il regime imperiale. Questo declino si riflette nei suoi scritti, dove la vita è sempre perversa e peccaminosa e solo rinunciando a ogni cosa terrena si è felici. Si riflette anche nella rinuncia a ogni azione sul mondo, all’idea stessa della conoscenza come fondamento dell’azione.

Laddove Aristotele aveva basato le sue idee su attente e prolungate osservazioni, Plotino si accontenta dell’ispirazione celeste. Non è necessario capire, basta la fede. Questo era il messaggio plotiniano che ovviamente non aveva nulla in comune con le colossali vette toccate dalla filosofia greca classica, anche nelle sue punte più misteriosofiche, come il pitagorismo.

Da questi influssi nacque dunque una religione del tutto diversa dal messianismo originale ebraico. Il figlio di dio che risorge non è più il messia degli ebrei ma il salvatore celeste degli schiavi che parla a tutti i popoli oppressi dell’impero. Allo stesso tempo, non parla più di guerra ma di sottomissione, come vuole Paolo di Tarso che sottolinea «indifferenza di fronte alla schiavitù, ubbidienza alle autorità costituite, inferiorità della donna rispetto all’uomo». Questo nuovo messianismo mistico e non più politico fa quindi pendere la bilancia verso l’acquiescenza e la passività. I cristiani sono pronti per essere integrati nella società romana. Da qui in poi la loro storia si fonde con quella dell’impero, le vecchie correnti avventiste e guerriere vengono definitivamente eliminate e l’avvento del regno di dio, da concreto programma politico, si trasforma in una vaga promessa sull’oltretomba.

Il cattolicesimo storico

“darsi da fare in tutti i modi e con tutte le forze,
affinché a nessuno venga consentita né oggi, né in futuro,
la lettura, anche solo frammentaria del Vangelo”

(Regolamento ecclesiastico di Papa Giulio III, 1553 ca.)

Come abbiamo visto, le tradizioni risalenti al messianismo ebraico sono passate per diverse fasi prima di condensarsi in una serie di testi dottrinari da cui è stato poi estratto il «canone». Non solo Paolo e i suoi seguaci avevano già completamente stravolto l’originale messianismo giudaico, ma la chiesa ha effettuato, concilio dopo concilio, correzioni e aggiunte per ragioni politiche ed ideologiche. Sebbene la chiesa affermi che i Vangeli siano «parola di dio», ciò non le ha impedito di produrre teorie del tutto assenti nei testi sacri, o di continuare a modificare la traduzione di questi testi per venire incontro alle proprie esigenze ideologiche. E non bisogna credere che questo processo si sia fermato con il Concilio di Nicea o nel Medioevo. Va avanti ancora oggi.25

Questa perenne opera di modifica, che ricorda pratiche orwelliane, viene aiutata dal progressivo allontanamento dei fedeli dalle Scritture. Anche in questa opera mistificatoria il cristianesimo assomiglia allo stalinismo, sotto la cui censura venivano «riviste» le opere dei classici del marxismo. Il cattolicesimo è il culto in cui la distinzione tra apparato e fedeli è più forte e profonda. Novantanove dogmi su cento difesi oggi dalla chiesa non hanno alcun riscontro nei Vangeli o in altri testi sacri. Spesso anzi vi sono dirette prove contrarie. Molti dogmi sono stati «scoperti» diversi secoli dopo la scrittura dei Vangeli, e ne è seguita un’opera di ritocco dei testi stessi per renderli coerenti con le «scoperte».

Rimane il fatto che la chiesa scoraggia la lettura della Bibbia e del Vangelo, dove non è possibile trovare alcuna giustificazione delle posizioni che essa professa e impone. Il caso più eclatante è forse quello dell’inferno e del purgatorio, di cui non c’è traccia nelle Sacre Scritture. La chiesa ha inventato l’inferno nel Concilio Laterano I (1123) e il purgatorio nel XIII secolo con lo stesso scopo: raccogliere denaro.

Senza dubbio quest’opera di revisione permanente rende il cristianesimo sufficientemente flessibile, ma lo fa anche incappare in incoerenze storiche. Per questa ragione, a differenza di altre religioni, la chiesa non si basa sulle scritture ma sulla «natura» per difendere le proprie posizioni.

Pensiamo al caso della proprietà privata, che è condannata da tutte le sette messianiche e che, come abbiamo visto, conduce l’apostolo Pietro a uccidere, con l’aiuto di dio (dunque anche lui favorevole al socialismo), due fedeli che si erano tenuti parte delle proprie ricchezze per loro. Se si legge il Vangelo non si trova nulla a difesa della proprietà privata, nonostante secoli di «correzioni».

Per questo, nella sua lotta al socialismo, la chiesa non cita mai le Scritture, come invece hanno sempre fatto le sette cristiano-collettiviste, dai dolciniani agli anabattisti, ma la «natura»: «nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri».26 Che cosa c’entri questo con il «messaggio evangelico» non è dato saperlo.

Conclusioni

Il cristianesimo ha attraversato tre fasi: è nato come messianismo anti-romano di alcune sette ebree, è stato trasformato da Paolo in culto soteriologico per gli schiavi sconfitti di tutto il Mediterraneo, è infine diventato il culto ufficiale dello stesso impero, che cominciò ad inglobare i vertici del nuovo culto finché, sotto Costantino, la chiesa divenne organicamente parte dell’apparato statale romano. Se i primi cristiani erano ribelli sopravvissuti al massacro, a partire da San Paolo i cristiani sono non solo schiavi sottomessi, ma anche membri della casta dominante in cerca di conforto dalla crisi della propria civiltà giunta all’apogeo.

Ovviamente questo comportò non solo modifiche dottrinarie rilevanti, di cui si è detto, ma anche cambiamenti strutturali all’organizzazione dei credenti. Se in origine la chiesa era l’ecclesia, ovvero l’assemblea dei credenti, che gestiva collettivamente le risorse dei fedeli e nominava democraticamente i suoi dirigenti (tanto che ancora Leone Magno disse: «colui che dovrà presiedere su tutti, dovrà anche essere eletto da tutti»), la nuova chiesa era un apparato burocratico calcato sulla struttura imperiale. Il processo che condusse alla totale esclusione del ruolo dei fedeli nelle decisioni durò secoli, ma già sotto Costantino era l’imperatore a dare direttive al corpo episcopale su questo o quel dogma.

In questa atmosfera, la proprietà comune stava già rapidamente declinando. Con la crescita numerica della comunità, soprattutto nelle grandi città dell’impero, nasceva il bisogno di una struttura permanente (la venuta del messia si allontanava nel tempo). I primi funzionari erano eletti e revocabili e non ricevevano alcun beneficio materiale dalla loro carica. Con la crescita della comunità alla carica corrispose una remunerazione, anche se i vescovi rimanevano eleggibili e revocabili.

Tuttavia occorre ricordare che il successo del cristianesimo era il successo di un movimento ormai sottomesso sotto il piano politico, del tutto innocuo per l’impero. La crisi morale della classe dominante poteva dunque dare nuovi adepti alla chiesa. A questi non veniva più chiesto di mettere in comune i propri beni ma al massimo di darne una certa parte. La comunità non era più un’unità produttiva indipendente, come era nel caso degli esseni, né avrebbe potuto in un ambiente urbano. La comunione dei beni diveniva così solo un ricordo, simboleggiato dalle funzioni religiose comuni. I funzionari della chiesa non erano dunque più controllati dai fedeli, che non vivevano più collettivamente, e potevano disporre di ricchezze crescenti, svincolate da ogni controllo. Nel tempo, le risorse della comunità cominciarono a divenire possesso di fatto dei vescovi, eletti ormai solo formalmente da fedeli, che erano ormai troppo numerosi per conoscerli di persona e controllarli.

Quando la chiesa fu incorporata nello Stato, ogni residuo di struttura collettiva venne spazzato via. Le proprietà dell’ecclesia, la comunità dei credenti divennero patrimonio di una chiesa burocratizzata, i vescovi non furono più eletti dai fedeli ma dall’imperatore, scomparve ogni altra usanza collettiva, come la confessione in pubblico. Comparve la decima, fonte di arricchimento favoloso per la chiesa, il lavoro coatto dei «fedeli» e, a partire dal XII-XIII secolo, il celibato dei preti come mezzo per evitare la dispersione di questa ricchezza. Per quel tempo la dottrina cattolica aveva già stabilito, «sulla base dei testi sacri», la proprietà individuale del clero sulle terre di rispettiva competenza.

A partire dal III secolo d.C., nella chiesa «cristiana», delle convinzioni dei cristiani, ovvero degli aderenti alle sette guidate da un «cristo», un liberatore, non rimaneva pietra su pietra.27 Il completo rovesciamento dei principi su cui si reggeva la chiesa originale non avvenne senza conflitti: ce ne furono e sanguinosi. Sin dai tempi di Costantino «eresie» si diffusero nelle zone orientali e nordafricane, ottenendo successi notevoli. Ma la chiesa aveva dalla sua l’esercito imperiale e ogni eresia fu repressa nel sangue.

Un fenomeno peculiare fu quello dei monasteri, dove seppure in forma distorta si ebbe un certo ritorno al primitivo comunismo cristiano. Come unità di produzione e consumo collettivo, i monasteri erano di gran lunga superiori a ogni altra parte dell’economia. Non solo infatti la forza-lavoro era libera proprietaria dei mezzi di produzione (la terra) e ne godeva i frutti, ma la divisione del lavoro era assai più sviluppata, come la tecnologia, grazie all’accumularsi delle conoscenze.

Questa superiore produttività permise ai monasteri di prendere il controllo delle zone circostanti. Ben presto i monasteri divennero importanti proprietari fondiari, sfruttando il lavoro dei contadini che risiedevano sulle terre di proprietà collettiva del monastero, in una struttura che ricorda per certi versi il rapporto tra spartiati e iloti. Sotto il profilo ideologico, i monasteri non costituirono mai, nel loro complesso, un’opposizione alla burocrazia vaticana, ma un suo complemento.

Al contrario, il messaggio del cristianesimo originale è rimasto nelle sette di eretici, dagli albigesi ai catari, dai dolciniani agli anabattisti, dai bogomili ai carpocraziani, che ripresero il collettivismo originario combattendo lo Stato con le armi classiche delle sette messianiche: l’insurrezione e la guerriglia. Ogniqualvolta ci si opponeva alla chiesa ufficiale, lo si faceva sotto forma di istanze comuniste di base.

Sebbene le condizioni sociali fossero mutate, il fatto di ricorrere a un’ideologia religiosa come strumento di lotta dimostra che i tempi non erano ancora maturi per una trasformazione sociale. Se Müntzer avesse vinto i prìncipi protestanti, avrebbe potuto costruire una società socialista?28 Proprio come gli schiavi di Spartaco o esseni e zeloti in Palestina, questi eroici combattenti vennero in un certo senso «troppo presto» nell’arena della storia. Le loro convinzioni socialiste, profonde e coraggiose, non potevano essere che aspirazioni religiose, morali, finché le condizioni materiali per una società socialista non si presentarono nel corso dello sviluppo storico. Marx notò che l’uomo non si pone se non quei problemi che può risolvere. Prima della rivoluzione industriale, l’eliminazione della proprietà privata non era un problema risolvibile, ma ciò non impediva agli uomini di porselo, benché nella forma non scientifica della religione.

Con lo sviluppo delle condizioni materiali per l’eliminazione della proprietà privata, l’aspirazione al socialismo – che attraversa tutta la storia umana, come coscienza di una perdita irreparabile, e come volontà di tornare su nuove basi alla libertà e alla giustizia che hanno caratterizzato gran parte della vita dell’uomo – è diventata un movimento politico, il movimento operaio. È compito della classe lavoratrice, armata delle idee del marxismo, porre fine alla barbarie della società basata sulle classi, lo Stato e la proprietà privata, per dare vita alla società che sotto forma di ideale ha accomunato tutta l’umanità, che le sette cristiane concepivano come «società perfetta», «il regno di Dio», e che oggi possiamo invece realizzare come il regno dell’uomo.

Note

1A. Donini, Lineamenti di storia delle religioni, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 15.

2 Questo sviluppo non riguarda solo le popolazioni indoeuropee. Ad es.: «tra gli australiani esiste… l’idea di un antico passato mitologico durante il quale si sarebbero potute compiere cose straordinarie e gli uomini sarebbero potuti arrivare al cielo, trasformarsi in animali e viaggiare nel sottosuolo.» (S. Tokarev, Le religioni del mondo antico, Teti editore, Milano 1981, p. 67).

3 Filone Alessandrino, Quod omnis probus sit liber. In modo del tutto analogo viveva la setta «cristiana» originale secondo gli stessi Atti degli apostoli (cfr IV, 32-35) in cui leggiamo della proprietà comune e della distribuzione dei beni secondo il bisogno del singolo, in base a un principio che ricorda il noto detto socialista citato più volte da Marx «da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni».

4 Matteo, X, 37.

5 La chiesa cristiana (sotto la guida del vescovo Teofilo) è anche all’origine dell’incendio che devastò la biblioteca del Museo d’Alessandria d’Egitto nel 391.

6 Lo storico notò ironicamente che nessun contemporaneo aveva sentito parlare di Gesù, peraltro un nome ebraico abbastanza comune.

7 Svetonio, Claudius, XXV, 4, cit. in K. Kautsky, L’origine del cristianesimo, ed. Samonà e Savelli 1970.

8 Tacito, Annales, XV, 44, cit. in K. Kautsky, L’origine del cristianesimo.

9 Così come nei furibondi scambi di accuse delle lettere conservate. Ad es., Paolo dice «orbene se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema» (Lettera ai Galati1,8).

10 «Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: – Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi! E tutto il popolo rispose: – Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli.» (Matteo, XXVII, 24-25).

11 Come possiamo vedere in questi passi: «sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!… Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre» (Luca, XII, 49-53) e anche: «non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Matteo X, 34).

12 L’identità del ladro liberato desta poi qualche perplessità. Si tratterebbe di Barabba, ovvero Bar Abba, cioè «figlio del padre» in aramaico, un appellativo di ogni messia e in particolare di Gesù. Per una curiosa coincidenza Pilato avrebbe liberato un messia e ne avrebbe fatto uccidere un altro. Secondo altre fonti Barabba sarebbe stato un capo zelota. Ma non si capisce perché mai i romani avrebbero ucciso un ribelle liberandone un altro.

13 Non a caso gli zeloti, quando presero il controllo della città nel 66 d.C. sostituirono il sommo sacerdote in carica con uno scelto secondo la legge mosaica.

14 Donini, cit., p. 217. Si noti come la società perfetta del futuro, il «regno di Dio», sia un ritorno su altre basi al comunismo primitivo, alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, all’uguaglianza e alla giustizia sociale.

15 Gesù stesso è chiamato discendente di Davide fin dalla genealogia iniziale del racconto evangelico ed era noto con tale appellativo: «costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’» (Marco, X, 47).

16 Essi costituivano oltre il dieci per cento della popolazione non libera dell’impero. A Roma erano particolarmente numerosi, tanto che nel 3 a.C. si presentarono in delegazione da Augusto in oltre 8.000. All’epoca essi erano anche abbastanza vicini al potere imperiale.

17 Così lo stesso Plotino andò in Persia per studiare la cultura indiana e gli influssi di tale cultura sul cristianesimo sono innegabili.

18 Histories, IV, cap. 81.

19 Successivamente questa qualità passo ai sovrani cattolici fino a Carlo X, che durante l’incoronazione del 1825 come ultimo re di Francia, compì i suoi bravi miracoli.

20 Occorre infine osservare che un certo monoteismo inizia a farsi largo in forma autonoma anche in Grecia e a Roma. La figura di Zeus-Giove diviene infatti il padre degli dèi, una figura unica chiaramente distinta dal resto del pantheon. Ma la struttura sociale della Grecia classica non permise lo sviluppo necessario al monoteismo. Anche la letteratura greco-romana registra alcuni spunti in questo senso. Kautsky nota: «Il monoteismo inizia a farsi strada. Possiamo trovarne echi anche precedenti, come una scena di Plauto in cui uno schiavo, chiedendo un favore, dice: ‘C’è un Dio, come sai, che ascolta e vede quello che facciamo; e a seconda di come mi tratti, tratterà tuo figlio lì. Se ti comporti bene tornerà a tuo vantaggio’. (Captivi, atto II, scena II)». (L’origine del cristianesimo).

21 E. Shurè, I grandi iniziati, ed. Bur.

22 J. G. Frazer, Il ramo d’oro, ed. Newton, Roma 1992.

23 Frazer, cit.

24 Frazer, cit.

25 Ne diamo qui un piccolo esempio. Nei Vangeli appare pacifica l’esistenza di fratelli di Gesù, il quale infatti viene definito “primogenito”. Ma al giorno d’oggi, non ci è dato di poter leggere questo termine, perché i traduttori l’hanno eliminato. Ad esempio, i testi antichi del Vangelo di Matteo così recitano: «Et non cognoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum: et vocavit nomen eius Iesum (e non la conobbe [nel senso biblico di non avere rapporti carnali] finché ella non ebbe partorito il suo figlio primogenito, e gli dette nome Gesù)» (Ist. Bibl. Pont., Novum Testamentum Graece et Latine, Roma 1933, Secundum Matthaeum 1, 25). Ciò che leggiamo oggi, invece, appare così: «la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Vangelo e Atti degli Apostoli, versione ufficiale della CEI, Ed. Paoline, Roma, 1982). Questo lo scrupolo filologico della chiesa…

26 Dice papa Pio IX (cit. in E. Rossi, Il Sillabo e dopo, Kaos edizioni p. 64).

27 Tra i santi «socialisti» possiamo ricordare San Clemente, Lattanzio, San Basilio, San Gregorio di Nissa, Agostino ecc., molti di questi attivi quando il cristianesimo era già la religione ufficiale dell’impero. I loro discorsi paragonano spesso i ricchi ai ladri. Ad esempio, nel famoso sermone di San Basilio, del IV secolo, in cui egli contesta la legittimità della ricchezza: «Miserabili, come vi giustificherete di fronte al tribunale di Dio? Dite ‘che colpa abbiamo quando ci teniamo quello che è nostro’ e io vi chiedo come avete ottenuto quello che chiamate vostra proprietà? Come i possidenti sono divenuti ricchi se non prendendo possesso di cose che appartenevano a tutti?» (cit. in R. Luxemburg, Il socialismo e la Chiesa). Lo stesso si può dire per Giovanni Crisostomo, autore del noto aforisma «la proprietà è un furto» o per Sant’Ambrogio che scrisse: «la natura ha creato il diritto alla comunanza dei beni, solo il furto ha fatto nascere la proprietà privata» (in Doveri del ministero sacerdotale). Tertulliano nel suo Apologo racconta la vita dei cristiani del suo tempo osservando «ogni cosa è in comune tra noi, tranne le donne; perché la comunanza da noi si ferma dove inizia presso gli altri».

28 Questo tema è affrontato da Engels nel suo scritto La guerra dei contadini, da cui emerge che le idee di Müntzer andavano già ben oltre il messaggio religioso, che usava come rivestimento di un’ideologia eminentemente politica.

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