Meriti e demeriti della critica positivistica della religione

Tutta la migliore cultura razionalistica, illuministica e positivistica europea ha affrontato l’argomento “vangeli” secondo l’impostazione dell’invenzione. I più importanti teorici sono stati Feuerbach e alcuni esponenti della Sinistra hegeliana: D. F. Strauss e Bruno Bauer. È stato sulla base di questi studi che progressivamente è emersa anche l’altra impostazione: quella della falsificazione o della mistificazione.

Con la nascita del socialismo scientifico, soprattutto con gli studi di Engels e di Kautsky, e successivamente con quelli dell’inglese Brandon, che non era marxista e che riprese e sviluppò gli studi di Eisler, Hengel e Stauffer, è venuta emergendo un’analisi delle origini del cristianesimo che per certi versi lascia ancora più sconcertati. I vangeli mistificano la realtà presentando un Cristo del tutto spoliticizzato, e questo per far sì che i cristiani venissero accettati senza riserve dalle istituzioni romane. In pratica il Cristo dei vangeli è un’invenzione che si basa su una falsificazione.

In Russia queste due interpretazioni le chiamarono con altri nomi: “scuola mitologista” e “scuola storicista”. L’esponente più significativo della prima fu Iosif A. Kryvelev. L’altra scuola ha avuto molti seguaci. Non erano scuole in opposizione, ma portavano a risultati diversi.

La scuola mitologista (di cui in Italia il maggiore rappresentante è stato Ambrogio Donini) si è sempre preoccupata di dimostrare che il Nuovo Testamento in nessuna parte può essere considerato una fonte storica e che allo stato attuale delle fonti un affronto storicistico del cristianesimo è praticamente impossibile. Questa corrente si è in sostanza servita delle contraddizioni relative a spazio e tempo per dimostrare l’infondatezza di tutte le tesi religiose.

L’altra scuola invece ha ragionato in termini ipotetici e s’è chiesta se, pur dando per scontate alcune cose, si potrebbe arrivare lo stesso a una conclusione laico-razionale nell’analisi del cristianesimo primitivo. In pratica la domanda che s’è posta è stata la seguente: ammesso che il Cristo sia esistito, per quale ragione lo si è voluto presentare come un dio e non come un uomo? perché lo si è voluto completamente spoliticizzare e in che modo si può dimostrare la presenza di questa volontà mistificatrice?

La critica positivistica della religione, fissandosi sulla tesi dell’inesistenza del Cristo, ha finito per impoverirsi, anche se oggi in rete trova seguaci di non poco conto, di cui il principale resta Luigi Cascioli, scomparso di recente. In particolare essa ha liquidato troppo in fretta i Vangeli canonici (in questo errore persino un intelligente storico delle religioni come Donini era caduto).

In effetti, è vero che i Vangeli non sono documenti storici al cento per cento, ma è anche vero che non sono documenti di pura fantasia. Non esiste nessun documento leggendario che non trovi alcun riscontro nella realtà, e non esiste alcun documento storico che non sia anche il frutto di un’interpretazione della realtà. Compito dello storico è appunto quello di trovare un’obiettività minima delle cose.

Ci si è basati troppo sulle contraddizioni insanabili dei vangeli al fine di dimostrare la loro tendenziosità, quando proprio la presenza di contraddizioni offre in genere più garanzie di autenticità che non l’assoluta coerenza letteraria.

Dunque, da un lato il razionalismo positivista ha fatto bene a mettere in dubbio l’equazione di “Gesù storico” e “Cristo della fede”; dall’altro però, insistendo nel dire che non è mai esistito alcun Gesù Cristo, esso si è tolto la possibilità non solo di discutere coi credenti (i quali così si sono sentiti riconfermati nella decisione di restare “cristiani” semplicemente per partito preso), ma anche di scoprire il motivo per cui sul vero vangelo del Cristo sono state operate così tante manipolazioni.

In effetti, è un fenomeno abbastanza curioso che il razionalismo positivista non si sia mai accorto che è sempre stato nell’interesse della chiesa oscurare l’esistenza storica del Cristo. Se tale razionalismo fosse stato meno prevenuto, avrebbe accettato senza difficoltà la tesi secondo cui la chiesa cristiana ha dovuto censurare il Cristo storico proprio perché questi non aveva nulla di religioso. Il Cristo della chiesa cristiana (di qualunque confessione questa sia) è semplicemente un soggetto che “redime” i peccati degli uomini, non un liberatore politico-nazionale, tanto meno un ateo umanista.

Passare dalla inattendibilità del Cristo “redentore” alla sua inesistenza tout-court significa precludersi la possibilità di capire un fenomeno che, pur con tutte le sue falsificazioni rispetto all’autentico messaggio del Cristo (messaggio che, per inciso, va necessariamente letto tra le righe delle poche fonti che ci sono pervenute), rappresenta comunque un progresso rispetto all’ebraismo e al paganesimo.

L’unica fonte autentica del Nuovo Testamento resta la Sindone, che è nel contempo la testimonianza di una presenza umana e politica nel messaggio di liberazione del Cristo e di una sconfitta di tale messaggio. Tutte le altre fonti che ci sono pervenute sono nate dopo il fallimento di tale messaggio e dopo il ritrovamento della Sindone e sono state costruite allo scopo di giustificare quel fallimento. Dopo le lettere paoline i vangeli sinottici sono stati i primi a essere stati scritti e sicuramente sono più attendibili di tutti i vangeli apocrifi, ma non sono più attendibili del Vangelo di Giovanni, l’ultimo a essere stato scritto e il più manipolato di tutti. Per tale ragione l’esegesi laica è arrivata alla conclusione che quanto è stato prodotto, negli ultimi duemila anni, da parte dell’esegesi confessionale, ha un valore alquanto irrisorio e che, se si vogliono continuare ad esaminare le fonti neotestamentarie, bisogna in sostanza ripartire da zero.