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Per una esegesi critica (2)

Ora, per cercare di semplificare questa introduzione di carattere generale, è sufficiente prendere in esame la questione centrale di tutti i vangeli: la cosiddetta “tomba vuota” del Cristo.

Un esegeta laico non può pensare che la constatazione della tomba vuota sia stata un’invenzione degli apostoli. Se si pensa che il corpo di Gesù sia stato trafugato da loro per far credere ch’era risorto, allora si dovrebbe affermare che il cristianesimo è equivalente a una falsificazione in piena regola: il che però ci aiuta poco a capire il suo incredibile successo.

Se invece l’esegeta accetta l’idea di una strana scomparsa di un corpo sicuramente deceduto, allora può anche pensare d’essere in presenza di una mistificazione. Nel senso cioè che l’interpretazione della tomba vuota come “resurrezione” è stata un atto arbitrario, privo di riscontri attendibili, in quanto Gesù non poteva riapparire, dopo morto, senza violare la libertà di coscienza degli uomini, discepoli o meno che fossero.

La verità non può mai essere un’evidenza che si autoimpone. Se il Cristo è scomparso in maniera strana, in quanto non era esattamente un essere umano come tutti gli altri, allora solo dopo essere morti gli uomini potranno appurarlo. Prima di quel momento è impossibile.

Questo per dire che il cristianesimo, basandosi sull’assunto paolino secondo cui “se il Cristo non è risorto, vana è la nostra fede”, è una religione che sul piano laico e logico non ha senso. Infatti è proprio il credere in un Cristo risorto, senza averlo rivisto e senza poterlo rivedere finché si è vivi, che rende puerile questa fede.

Che il Cristo sia risorto o no, è del tutto irrilevante rispetto al compito che l’uomo deve avere di credere in se stesso, nelle proprie capacità di liberarsi delle contraddizioni che lo fanno soffrire. Credere in un Cristo “risorto” significa non credere nell’autonomia dell’essere umano, che è quella stessa autonomia per la quale egli ha lottato sino all’ultimo dei suoi giorni.

Quindi se c’è qualcosa che ha “tradito” il messaggio originario del Cristo, questo è proprio il cristianesimo, sin dalle sue origini, cioè a prescindere dalle differenti correnti in cui si è sviluppato.

Tutta l’esegesi “critica” che è stata elaborata per distinguere una corrente “cristiana” da un’altra, non è servita a chiarire che qualunque corrente “cristiana” si pone automaticamente in antitesi al messaggio originario del Cristo, pur essendo diversificate le forme e le modalità tra l’una e l’altra.

Se davvero vuole essere “critica”, un’esegesi deve porre come elemento discriminante fondamentale, sul piano metodologico, il fatto che Cristo era ideologicamente ateo e politicamente rivoluzionario; e, sulla base di questo assunto, reinterpretare tutte le suddette correnti.

Le falsificazioni (cioè le invenzioni in senso stretto) e le mistificazioni (cioè le interpretazioni distorte di fatti reali) vanno smascherate in rapporto a questo assunto metodologico preliminare. Confrontarsi con gli studiosi che non l’accettano, non serve a nulla. Un’esegesi “critica” può essere soltanto laica. Un’esegesi “confessionale” non potrà mai diventarlo per definizione.

Forse a qualcuno può apparire esagerato che, per essere “critici”, si debba parlare di un “Cristo ateo”. Infatti, quando nel passato l’esegesi laica ha introdotto l’argomento di un Cristo politicamente eversivo, non ha mai messo in discussione ch’egli volesse realizzare il cosiddetto “regno di dio”. Ebbene anche qui occorre fare un passo avanti.

Che Gesù sia stato un ateo è dimostrato dal fatto che non discute mai di argomenti strettamente religiosi. I pochi che appaiono nei vangeli: la resurrezione dei morti, il perdono dei peccati, il principale comandamento di Dio, la natura del matrimonio, la preghiera, i due sacramenti del battesimo e dell’eucaristia, l’identità di Padre e Figlio, la figura dello Spirito Santo ecc., sono tutti argomenti chiaramente redazionali, cioè attribuiti a lui da comunità cristiane già ben strutturate.

Gli unici tre momenti realistici, in materia di “religione”, si trovano nel vangelo di Giovanni, e due sono relativi al periodo iniziale della sua vita pubblica: il primo, quando l’autore dice che Gesù non battezzava mai, anche se lo permetteva ai suoi discepoli provenienti dal movimento del Battista (4,2); il secondo, quando Gesù dice alla samaritana (4,21) che un credente dovrebbe essere lasciato libero di pregare il suo Dio dove e come vuole (col che poneva le basi della libertà di coscienza). Il terzo momento è quello in cui Gesù dichiara il proprio ateismo dicendo che tutti gli uomini sono dèi (10,34).

Tuttavia sulla parola “ateismo” dobbiamo chiarire alcune cose, prima di chiudere questa introduzione, e saranno considerazioni che non piaceranno agli atei tradizionali.

Se si leggono i vangeli in greco, ci si accorge abbastanza facilmente che là dove si parla di “resurrezione”, si dà per scontato che il protagonista sia stato lo stesso Gesù e non Dio, come invece appare chiaramente negli Atti degli apostoli e nelle Lettere paoline.

Nel vangelo di Marco persino quando si dice che Cristo “spirò”, si evita di dire – a differenza degli altri tre evangelisti – che “rese lo spirito”, cioè il pneuma. Per l’evangelista “spirare” è un semplice sinonimo di “morire”, senza implicazioni mistiche. Viceversa per Lc 23,46 quel verbo significa “rimettere lo spirito nelle mani del Padre”, lasciando così credere, pur senza dirlo esplicitamente (cosa che però farà negli Atti) che il Padre fu l’autore della resurrezione del Figlio.

Quando Marco scrive “è risorto”, dà per scontato che Gesù l’abbia fatto da solo, senza bisogno di supporti esterni. Si può addirittura presumere che nel Marco originario (Ur-Markus) il termine “Dio” non fosse neppure presente, in quanto Gesù viene fatto apparire così grande da ritenere legittima la sua equiparazione con Dio. Infatti quando compie i suoi miracoli (che pur sono chiaramente inventati), non ha bisogno di alcun intervento divino.

Tutto ciò cosa ci porta a pensare? Una cosa molto semplice: Gesù era un ateo e, dopo la sua morte, qualcosa di “ateistico” è rimasto nei vangeli, pur nella mistificazione religiosa compiuta dai suoi apostoli (o da alcuni di essi).

In effetti, se ci pensiamo bene, l’idea di far risorgere Gesù da solo (per quanto questa idea si possa prestare a negare l’esigenza di una insurrezione antiromana), rende inutile l’esistenza di un Dio onnipotente. Se l’esegesi laica vuol ammettere che Gesù, in via del tutto ipotetica, può essere risorto da solo, non essendo esattamente uguale all’essere umano, allora deve anche arrivare alla conclusione che non esiste alcun dio che non sia umano.

Cerchiamo di capire fino a che punto può spingersi un’esegesi laica senza tradire se stessa. Abbiamo già detto che non si può parlare di “resurrezione”, ma solo di “scomparsa misteriosa di un corpo fisicamente morto”. Giovanni ci tiene a precisare che il decesso è attestato dal colpo di lancia del soldato che si accontentò di trapassare il cuore di Gesù, invece di rompergli le ginocchia. E la Sindone ha confermato questo particolare. Quindi la morte non fu apparente.

Tuttavia oggi diamo per scontato che non sia possibile “rivedere” un corpo “redivivo”, in quanto ciò violerebbe la libertà di coscienza, che va lasciata libera di credere o di non credere. Se il Cristo fosse davvero riapparso, non si potrebbe parlare di “fede” nella resurrezione. Invece i cristiani ne parlano proprio perché il corpo non è più stato rivisto vivo, anche se le varie comunità si sono inventate dei racconti in cui ciò risulta vero. Questo perché là dove c’è “mistificazione” è facile che vi sia anche “falsificazione”.

I racconti di riapparizione sono stati inventati proprio perché è molto difficile, anzi impossibile credere nella “resurrezione” (o ridestamento da morte sicura) di un corpo umano. Tanto meno lo si può credere se non lo si è rivisto coi propri occhi. Questo perché, se anche qualcuno (che aveva visto quel corpo quand’era vivo) dicesse di averlo rivisto dopo che era morto, potrebbe sempre incontrare qualcun altro che, pur avendo anch’egli visto quel corpo quand’era in vita, si chieda come mai non sia riuscito a rivederlo dopo la sua resurrezione. È questa, in sostanza, l’obiezione di carattere generale dell’apostolo Tommaso: “non credo se non vedo”.

Che cos’è dunque il cristianesimo? La fede nella resurrezione di Gesù o la fede nella dichiarazione della sua resurrezione? Per come sono andate le cose, il cristianesimo è nato come fede nella dichiarazione che ha fatto Pietro circa la modalità in cui Gesù è scomparso dal proprio sepolcro. Il cristianesimo è nato nel momento stesso in cui la tomba vuota è stata interpretata come “resurrezione”, nonostante che nessuno abbia potuto rivedere fisicamente il corpo redivivo.

Il cristianesimo è una creazione di Pietro, cui Paolo ha dato un risvolto altamente mistico e teologico, equiparando Gesù al “Figlio di Dio”. Nell’immaginario di Pietro Gesù è Dio, ed essendo tale, la resurrezione doveva implicare una parusia trionfale più o meno immediata. Viceversa, nell’immaginario di Paolo Gesù è “l’unigenito Figlio di Dio”, in quanto il momento della parusia può essere deciso solo da Dio.

Pietro si è piegato a tale interpretazione quando si rese conto che la parusia non si sarebbe verificata secondo le sue aspettative. Egli ha “tradito” Gesù proprio nel momento stesso in cui ha interpretato falsamente la tomba vuota, inducendo il movimento nazareno a rinunciare all’insurrezione antiromana, in attesa di un ritorno trionfale del Cristo ritenuto imminente. Rispetto a questo tradimento il suo rinnegamento, quando Gesù era ancora vivo, è stato ben poca cosa.

Vi è quindi una linea di continuità abbastanza coerente tra la teologia petrina, che da quella zelotica passò a quella mistica, in virtù appunto dell’interpretazione della tomba vuota come “resurrezione”, e la teologia paolina, che da quella farisaica integralistca passò anch’essa a una posizione mistica, anzi ancora più teologica, in virtù dell’interpretazione della tomba vuota come “esclusiva figliolanza divina del Cristo”. Paolo non fece che rinunciare alla parusia immediata, inerente al concetto di resurrezione, che nell’ideologia galilaico-zelotica di Pietro aveva ancora degli addentellati politico-nazionalistici, procrastinandola alla fine dei tempi, quando si sarebbe trasformata in “giudizio universale” per un regno esclusivamente ultraterreno.

Chiarito questo, che cosa può aggiungere l’esegesi laica, dando per scontato che l’idea di “resurrezione” abbia un qualche significato realistico? Ciò su cui si può discutere in maniera astratta o ipotetica, senza poter formulare delle tesi assodate, riguarda le seguenti riflessioni.

Supponendo che Gesù sia stato una specie di “extraterrestre”, giunto sul nostro pianeta per indicarci la strada che dobbiamo percorrere per essere davvero “umani”, per quale motivo non si è sottratto alla fine terribile che gli uomini gli hanno riservato? Non avrebbe potuto indicarci ugualmente la strada da percorrere morendo di vecchiaia, senza dover subire una violenza così orribile? Se aveva la possibilità di sottrarsi a una fine così ingloriosa, perché non l’ha usata?

Queste, probabilmente, sono state le prime domande che gli apostoli, in maniera molto laica, si sono posti quando hanno visto vuota la tomba, alle quali però hanno dato risposte completamente sbagliate, perché appunto di tipo religioso. Nelle loro risposte, infatti, il Cristo appare di natura sovrumana, cioè in maniera assolutamente artificiale.

A dir il vero il principale apostolo, responsabile di tale travisamento dei fatti, è stato – come già detto – il solo Pietro, che è a monte del vangelo di Marco. Degli altri apostoli sappiamo soltanto che Giovanni cercò di confutarlo col suo vangelo, la cui redazione originaria ci è giunta quasi irriconoscibile, a causa delle tantissime manomissioni.

Purtroppo nessun vangelo, né quelli canonici né quelli apocrifi, ci consente di rispondere alle suddette domande. Quando illustrano la vita di Cristo, lo fanno a partire non dalla vita stessa, ma dall’interpretazione mistificata della tomba vuota come “resurrezione”, anche quando non parlano affatto della sua morte. Sicché tutto diventa falsato.

Dunque, si può forse trovare una risposta “umana”, cioè non “religiosa”, a quelle domande? Ecco forse potremmo trovarla se considerassimo Gesù Cristo come una sorta di essenza umana universale, un prototipo dell’umanità, il quale, essendo determinato dal principio della libertà, non può imporsi sul genere umano. Può soltanto indicare la strada. Il percorso su questa strada va lasciato completamente alla libertà umana. E in questo percorso gli esseri umani devono cercare d’essere se stessi, cioè liberi.

Pertanto non è possibile restare indifferenti a ciò che impedisce alla libertà d’essere se stessa, di manifestarsi per quello che è. L’insegnamento di Gesù consiste appunto in questo, che, di fronte ai condizionamenti che impediscono alla libertà di esprimersi per quello che è, bisogna reagire, anche a costo di sacrificare la propria vita.

Non c’è nulla di più grande della libertà: libertà di essere se stessi, di vivere un’esistenza degna d’essere vissuta, una vita umana e secondo natura, che non violi la libertà altrui. Non è la verità che rende liberi, se questa verità è un’acquisizione meramente intellettuale. Semmai è vero il contrario: è la libertà che ci rende veri. Ma la libertà, per essere vera, deve esserlo per tutti. Ecco perché, se è giusto lottare per la verità, lo è ancora di più per la libertà, la quale, per definizione, implica la giustizia sociale. Una vita senza questa libertà, non vale nulla, non merita d’essere vissuta. Si deve lottare affinché tutti siano liberi, uomini e donne.

Ecco, in questo senso bisogna dire che siamo “copie” di un prototipo, cioè riflesso di qualcosa di originario, immagine e somiglianza di qualcuno che è umano come noi e che è in grado di deificarci come lui.

Non solo, ma dobbiamo anche aggiungere che questo qualcuno non è un’identità singola, bensì duale, in quanto divisa per genere maschile e femminile. Non esiste affatto una rappresentazione esclusivamente maschile dell’essenza umana universale. Deve per forza essercene una anche femminile. Non riconoscere questo principio fondamentale ci porterebbe subito in un vicolo cieco. Bisogna quindi dare per scontato che in origine non vi è affatto l’uno, bensì il due. L’essenza umana è una (nel senso di unita in se stessa), unica (nell’intero universo) e duale (divisa per genere).

Tuttavia, se in origine vi è un’identità sdoppiata, in cui elementi si compenetrano e si completano a vicenda, pur restando distinti e distinguibili nelle loro rispettive identità, bisogna anche dire che la religione non ha alcun senso. Le religioni, infatti, credono in qualcosa di assolutamente diverso dall’uomo. Noi invece vogliamo credere che l’identità originaria sia del tutto umana.

Le religioni attribuiscono all’identità divina delle caratteristiche sconosciute all’uomo, quando invece tra il prototipo e la copia non vi è una differenza sostanziale su quell’aspetto di fondamentale importanza che è la libertà: libertà di coscienza e coscienza della libertà.

Una volta concessa, la libertà non può più essere tolta o coartata. Non può neppure essere aumentata, in quanto la libertà, come essenza, è quello che è. Può essere aumentata o diminuita la forma in cui viverla o la consapevolezza in cui la si vive, ma non la sua natura intrinseca.

Il prototipo dell’umanità non è in grado di prevedere le scelte della libertà, proprio perché questa è libera di fare ciò che vuole. L’unica cosa stabilita a priori dal prototipo è che la libertà è davvero libera solo entro determinati limiti. Sono questi limiti che garantiscono l’esercizio umano della libertà. E i limiti sono sempre i soliti due: la libertà deve essere umana e naturale. Ciò che va oltre questi limiti (tautologici) rende impossibile la libertà.

Non esiste quindi pre-scienza o pre-veggenza, ma solo convinzione che gli uomini, alla lunga, non riescono a vivere oltre i limiti in cui la libertà deve essere vissuta. La libertà, infatti, una volta posta, non può più essere cancellata. Non la si può manipolare a proprio piacimento. L’uomo può soltanto impedire a se stesso di sentirsi libero, ma non può impedirsi d’essere libero, poiché si è liberi in quanto umani.

Anche quando s’impedisce ad altri d’essere liberi, gli altri possono sempre ribellarsi. Non è possibile creare essere umani privi di libertà o con una libertà ridotta al minimo. La libertà è la principale facoltà della coscienza. La coscienza può essere piccola o grande, ma, se c’è, non può più non essere. Negli animali o nei robot non esiste coscienza e non potrà mai esserci.

 

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